Tosto che la Francia ebbe rinunciato allo scisma, Leon X si credette autorizzato a riprendere verso di lei il carattere di comun padre de' Cristiani, ed a non dare più soccorso ai di lei nemici. Cercò pure in principio del 1514 di renderle più segnalati servigj, ed in particolare a riconciliarla cogli Svizzeri: rappresentò ai cantoni tutta l'estensione del pericolo cui si esponevano riducendo Lodovico XII a una separata convenzione con Massimiliano, il di cui prezzo sarebbe l'abbandono del ducato di Milano alla casa d'Austria; quanto la lunga nimicizia degli Austriaci renderebbe, rispetto a loro, perniciosa l'unione dell'Italia alla Germania sotto il dominio di quella ambiziosa casa. Dall'altro canto Leon X voleva persuadere Lodovico XII a ratificare la convenzione di Digione, rappresentandogli che se giammai le circostanze diventavano più favorevoli, non troverebbesi imbarazzato a far rivivere sul ducato di Milano i diritti, cui oggi volevasi che rinunciasse[369].
Nello stesso tempo Ferdinando aveva rinnovata per un altro anno la tregua di Orthes tra la Francia e la Spagna; e per tal modo mancava formalmente agl'impegni contratti con suo genero Enrico VIII; lo aveva lusingato colla vana speranza delle conquiste da farsi in Francia, e lo abbandonava poi quando si doveva ridurre la promessa ad effetto. Era la terza volta dopo il cominciamento di questa guerra, che lo ingannava, sagrificandolo alla privata sua ambizione. Enrico VIII, sdegnato di vedersi ingannato così sfacciatamente da suo suocero, si mostrò disposto a pacificarsi colla Francia. Era morta il 9 di gennajo del 1514 Anna di Bretagna: Lodovico XII, rimasto vedovo, fece chiedere in matrimonio Maria, sorella d'Enrico VIII, perchè servisse di arra ad una intera riconciliazione tra la Francia e l'Inghilterra. La negoziazione fu lunga; ma sospese le ostilità fino al 7 agosto del 1514; nel qual giorno due trattati furono sottoscritti in Londra, uno per ristabilire la pace tra la Francia e l'Inghilterra, e in questo la repubblica di Venezia fu nominata tra gli alleati delle due corone, l'altro per regolare le condizioni del matrimonio tra Lodovico XII e la principessa Maria[370].
Così da ogni banda era sospesa la guerra ai confini della Francia: imperciocchè, sebbene gli Svizzeri cercassero d'offendere questa corona col più ingiurioso procedere, non uscivano per altro dalle loro montagne. Lodovico XII, spossato dai rovesci del precedente anno, aveva per questa campagna rinunciato a mandare un'armata in Italia, ancorchè annunciasse gli apparecchi d'una nuova spedizione, per non iscoraggiare del tutto i suoi alleati. Finalmente le fortezze, che i Francesi avevano conservate in Italia, dopo essersi difese con eroico coraggio, furono forzate di capitolare; quelle di Milano e di Cremona in giugno del 1514, e la Lanterna di Genova soltanto il 26 d'agosto. Ottaviano Fregoso, doge di Genova, per ridurre alla resa la guarnigione della Lanterna, che aveva di già consumate le vittovaglie e le munizioni, le pagò ventidue mila scudi di soldo arretrato: fece poscia spianare la fortezza, affinchè nè un principe straniero, nè un altro doge, nè egli stesso, potessero valersene per tenere la patria in ischiavitù[371].
La guerra omai più non facevasi che nel territorio della repubblica di Venezia; ed anche colà l'esaurimento di tutte le potenze l'aveva ridotta ad essere trattata con deboli armate, che mai non conducevano a fine veruna strepitosa azione. Massimiliano, sempre egualmente incoerente, sempre incapace di tener dietro ai suoi progetti con sufficiente costanza per condurli a termine, o per abbandonarli quando vedeva l'impossibilità di eseguirli, si ostinava a non fare la pace coi Veneziani; pure egli non recavasi contro di loro personalmente, e non mandava per questa guerra nè generali, nè soldati, nè munizioni, nè danaro. Dopo la morte di sua moglie aveva formato il progetto d'approfittare della prima vacanza della santa sede per farsi nominare papa. Prometteva in tal caso di rinunciare alla corona imperiale in favore di Carlo, suo nipote, ed impegnava Ferdinando il Cattolico a favoreggiare questa bizzarra ambizione[372]. Nello stesso tempo i suoi vassalli ed i suoi contadini tenevano viva la guerra ai confini dello stato veneto. Alcuni baroni tedeschi, seguiti da alcune migliaja d'uomini levati nelle milizie del vicinato, penetravano ora nel Friuli, ora nella Marca Trivigiana; sorprendevano le piccole città, bruciavano i castelli, guastavano le campagne, e tornavano bentosto ai loro focolari dopo avere accresciuta la miseria e la disperazione degli sventurati agricoltori, senza però in verun modo aver contribuito a terminare la lunga lite del loro padrone[373].
Tra i più attivi e crudeli vassalli di Massimiliano che trattavano questa piccola guerra, si distinse Cristoforo, figliuolo di Bernardino Frangipane; un giorno sorprese un villaggio del territorio di Marano, i di cui abitanti avevano dato singolari prove del loro attaccamento alla repubblica, e fece a tutti cavare gli occhi e tagliare l'indice della mano destra[374]. Verun altro contribuì più di costui alla desolazione del Friuli, veruno lo invase più frequentemente, commettendovi maggiori guasti o crudeltà. D'altra parte diede motivo ad alcuni capitani veneziani d'acquistarsi nome combattendolo, tra i quali ricorderò Girolamo Savorgnano, che difese contro di lui Osofo, e Giovanni Vettori, che all'ultimo lo fece prigioniere[375].
Bartolommeo d'Alviano, che aveva adunata una nuova armata a Padova ed a Treviso, colla quale faceva testa a Raimondo di Cardone ed agli Spagnuoli, otteneva sopra di loro piccoli vantaggi; e colla sua risoluzione, colla prontezza e sagacità delle sue misure, avvezzò nuovamente i soldati ad affrontare il pericolo, e loro ispirò confidenza. Condusse parte della sua armata nel Friuli, sconfisse il Frangipane, e gli fece levare l'assedio d'Osofo, indi tornò alla sua stazione a Padova, prima che gli Spagnuoli avessero potuto approfittare della sua lontananza. Anzi pochi giorni dopo sorprese gli Spagnuoli ad Este, di cui s'impadronì, e nella quale trovò i loro magazzini; all'ultimo sorprese ancora Rovigo, ove smontò quasi tutta la loro cavalleria, facendo loro molti prigionieri. Sebbene schivasse sempre una generale battaglia, dietro espresso ordine del senato, ottenne poco a poco di distruggere quell'armata, ch'era stata si lungo tempo così formidabile[376].
Renzo di Ceri sostenevasi sempre in Crema con una guarnigione veneziana; e non solo vi si difendeva contro tutti gli attacchi de' nemici, contro la fame e la peste, malgrado privazioni d'ogni genere; ma faceva inoltre delle sortite per levare contribuzioni in tutte le vicine piazze, per sorprendere i quartieri delle truppe di Massimiliano Sforza, per occupare la stessa città di Bergamo, che dovette in appresso evacuare per capitolazione; ed in queste province, separate dalla capitale dalle armate nemiche, mantenne l'onore del nome veneziano e la confidenza nella fortuna della repubblica[377].
Fino a tale epoca non si vedeva quale vantaggioso effetto avessero prodotto le negoziazioni che Leon X manteneva tra la repubblica di Venezia e Massimiliano, tra il re di Francia e gli Svizzeri; veruna delle incominciate pacificazioni eransi ridotte a fine, ed omai si cominciava a diffidare della di lui buona fede. In fatti nelle sue lettere confidenziali, egli affrettava tanto più Lodovico XII ad entrare quest'anno medesimo in Italia, quanto meno lo credeva disposto a tale intrapresa[378]; lo assicurava del suo attaccamento agli interessi della Francia, e faceva sposare a suo fratello, Giuliano, Filiberta di Savoja, sorella della madre di Francesco I; insisteva intorno a questo matrimonio, conchiuso il 10 maggio del 1513, ma che non si celebrò in Torino che in febbrajo del 1515[379]; e nello stesso tempo mandava Pietro Bembo in legazione a Venezia per persuadere questa repubblica a staccarsi dalla Francia ed a riconciliarsi coll'imperatore e col re di Spagna[380].
Il nuovo pontefice punto non si rassomigliava al suo predecessore, nulla avendo di quel carattere severo, irascibile, implacabile di lui. Per lo contrario aveva co' suoi familiari maniere affatto amene e graziose; la protezione che accordava alle arti ed alle lettere, i beneficj che a larga mano spargeva sui dotti, sui poeti, sugli artefici venivano celebrati in tutta l'Europa con profusione di lodi. Ma d'altra parte Leone non aveva nè la lealtà, nè l'elevato carattere di Giulio II. Tutte le sue negoziazioni erano associate alla falsità ed alla perfidia; sempre parlando di pace, ovunque soffiava il fuoco della guerra; ed i popoli d'Italia, oppressi da tante barbare armate, non valevano a risvegliare la di lui pietà, nè influivano sulla di lui condotta. La sua ambizione non era minore di quella di Giulio II, e non poteva vestirla agli occhi proprj con così rispettabili titoli. Non erano più l'indipendenza dell'Italia, o la potenza della Chiesa, che dirigevano le azioni del pontefice, ma solamente l'aggrandimento della propria famiglia.
Aveva Leon X promesso a suo fratello Giuliano di formargli un illustre stato, ed a tale condizione lo aveva persuaso a rinunciare a favore di Lorenzo, figlio di Pietro de' Medici, alla direzione della repubblica fiorentina. Aveva intenzione di formare per Giuliano una nuova sovranità cogli stati di Parma e di Piacenza, ai quali voleva aggiugnere Modena e Reggio, spogliandone la casa d'Este; perciocchè sebbene avesse da principio prodigato al duca Alfonso le più lusinghiere promesse, sebbene gli avesse, in occasione del suo coronamento, fatto tenere il gonfalone della Chiesa, non aveva ancora rivocate le sentenze contro di lui pronunciate dal suo predecessore. Gli aveva promessa la restituzione di Reggio entro un determinato tempo; ma due volte era scaduto questo termine, e due volte aveva mancato alla sua promessa. Finalmente aveva fomentata una congiura dei Rangoni, gentiluomini modenesi, che in settembre del 1514 avevano arrestato Vito Fürst, governatore imperiale della loro città; e, mediante il pagamento di quaranta mila fiorini, egli si era dall'imperatore fatto cedere il dominio di quella città[381].