Col mostrarsi affezionato alle case d'Austria e d'Arragona sperava Leon X d'ottenere l'assenso loro per formare a favore di suo fratello una sovranità cispadana, smembrandola dai ducati di Milano e di Ferrara; ma i Veneziani gli facevano sperare l'ajuto della Francia per un progetto di tutt'altra importanza, quello di collocare suo fratello sul trono di Napoli, cacciandone il re d'Arragona. L'universale desiderio degl'Italiani di scuotere il giogo de' barbari poteva in fatti procacciare applausi a questo tentativo, e la vicendevole gelosia delle potenze straniere, le quali non volevano lasciare ai loro rivali ciò ch'esse erano forzate di abbandonare, poteva procurargliene l'appoggio. I Medici portavano le loro speranze non solo a conseguire il regno di Napoli per Giuliano, ma ancora ad avere il ducato di Milano per Lorenzo, ed appoggiavano i loro politici calcoli alle profezie d'un monaco, di cui mostravano una lettera, ch'esso, dicevano, aveva scritta dopo la sua morte[382].

Frattanto Leon X correva rischio di trovarsi preso dalle sue capziose negoziazioni. Lodovico XII lo affrettava a dichiararsi, e ad appoggiarlo nella spedizione che meditava per la campagna del 1515. Gli mostrava come i Veneziani si andavano rialzando colla loro costanza dalle sofferte perdite, mentre Bartolomeo d'Alviano, loro generale, ricuperava con una serie di felici sebbene piccoli avvenimenti quella riputazione che perduta aveva in due grandi sconfitte. Gli ricordava l'alleanza ch'egli aveva recentemente conchiusa con Enrico VIII d'Inghilterra, e che gli assicurava per la vicina spedizione i soccorsi di quella stessa potenza che aveva fatta mancare la precedente. Faceva riflettere al pontefice quanto sarebbe imprudente consiglio l'affidarsi alle promesse di Ferdinando e di Massimiliano, de' quali non era meno nota la povertà che la mala fede. Lo invitava a mettersi in guardia contro l'ambizione di questi due principi, che aspiravano niente meno che al dominio di tutta l'Italia; mentre ne' tempi in cui egli medesimo ne possedeva i due più potenti stati, egli aveva rispettata l'indipendenza di tutti gli altri. Nello stesso tempo non aveva Lodovico XII tenuti segreti gl'inviti fattigli da Leon X di passare in Italia, ed aveva in tal modo renduto il pontefice sospetto agli altri di lui alleati. Pareva giunto l'istante in cui vedrebbesi il papa forzato a dichiararsi scopertamente, e far conoscere chi avesse voluto ingannare, o il re di Francia, o gli Svizzeri, o Massimiliano e Ferdinando, oppure i Veneziani[383].

Ma l'inaspettata morte di Lodovico XII, accaduta il 1.º di gennajo del 1515 ritardò ancora per poco tempo una dichiarazione che sembrava imminente. Lo sproporzionato matrimonio di questo monarca, in età di cinquantaquattro anni, con una bellissima principessa di diciotto, venne risguardato come cagione della sua morte. La breve malattia che conducevalo al sepolcro aveva tutti i caratteri del rifinimento. In tempo delle medesime feste delle nozze fatte in Abeville il 9 ottobre, e continuate in Parigi per sei settimane con giostre e tornei, il re trovavasi così debole, che rimase costantemente sul suo letto di riposo. «A cagione di sua moglie, dice il leale servitore di Bajardo, aveva il re mutata affatto la sua maniera di vivere, perciocchè invece che era solito di pranzare alle otto ore, conveniva che pranzasse a mezzogiorno; invece di porsi a letto secondo il suo costume alle sei ore della sera spesso non si coricava che a mezzanotte, onde cadde infermo in sulla fine di dicembre; dalla quale malattia non potendolo liberare veruno umano rimedio, spirò il primo di gennajo seguente, dopo la mezzanotte[384]

Lodovico XII, che per alcuni mesi venne riconosciuto come re di Napoli, e che regnò più di dieci anni sul ducato di Milano, dev'essere considerato come uno de' sovrani d'Italia; ed il suo carattere non ebbe che troppa influenza sui destini di questa contrada. Fu generalmente accusato d'avarizia; ed infatti alienò gli Svizzeri, e per un risparmio mal inteso e fuori di luogo fece spesso mancare i successi delle sue armate. Pure quest'economia, sebbene eccessiva, fu quasi la sola virtù che gli meritò l'onorato titolo di padre del popolo; perciocchè risparmiò le imposte de' suoi sudditi più ancora che i proprj tesori. Altronde non ravvisavasi in lui veruna di quelle qualità che si ammirano ne' grandi uomini o ne' grandi re. Privo di forza di carattere, e di spirito indeciso, era abitualmente condotto, ed aveva bisogno di esserlo; ma non sapeva prendere per sue guide uomini a lui superiori. I suoi favoriti erano quasi tutti deboli al pari di lui, la loro politica quasi sempre male intesa, ed inoltre quasi sempre senza fede. Non meno ambizioso che se la natura gli avesse dati i talenti d'un conquistatore, mai non cessò di combattere pel possedimento del regno di Napoli e del ducato di Milano, e perdette l'uno e l'altro per propria colpa, dopo avere attirati sopra la Francia i più sanguinosi disastri[385]. Non meno perfido, che se invecchiato fosse nello studio della politica, detta macchiavellica, fu infedele a tutti i trattati, indegnamente tradì l'amicizia de' suoi alleati, i Fiorentini, i Veneziani, il re di Navarra, il duca di Ferrara, i Bentivoglio, i piccoli principi di Romagna, ed il principe di Piombino. Fu il principale autore della lega di Cambrai contro i Veneziani, suoi alleati; e questa perfidia pareggiava quella cui erasi associato contro Federico, re di Napoli. Per altro non era alla ragione di stato ch'egli sagrificava in tal guisa la sua parola ed il suo onore; poichè ognuna di queste violazioni de' trattati non era meno imprudente ed impolitica, che contraria alla buona fede.

Quando Lodovico XII si trovò personalmente alla testa delle sue armate, ed in particolare nella prima campagna contro i Veneziani, diede non dubbie prove di crudeltà. Ma in mezzo alle battaglie i patimenti ed i pericoli personali spengono tutti i più delicati sentimenti; e le atrocità commesse contro il governatore di Peschiera e di suo figliuolo, sono una minor prova della durezza del suo cuore, che il crudele trattamento fatto al suo rivale, Lodovico Sforza. Egli lo tenne dieci anni in una prigione o in una gabbia di ferro; gli negò la consolazione inutilmente invocata d'avere libri e mezzi di scrivere nella sua solitudine, e permise che morisse disperato, senza veruna distrazione, senza verun alleviamento di spirito[386].

Lodovico XII fece nascere lo scisma nella Chiesa. Visse lungo tempo scomunicato, e tenne il suo regno sotto l'interdetto: ciò non pertanto era superstizioso, e dopo di avere lungo tempo sagrificata la religione alla politica, sagrificò l'una e l'altra alla bigotteria. La privata dolcezza del suo carattere non merita maggiori elogj della sua condotta pubblica. Il divorzio della prima moglie fu un insigne esempio d'ingratitudine, di falsità, di disprezzo per ogni decenza. Non ebbe altro motivo che l'amore da lui compito per la seconda, allora moglie di suo cognato; e quando in età avanzata perdette anche quest'ultima, consacrò appena qualche settimana alla di lei memoria, e chiese subito la mano d'una terza sposa nel fiore dell'età, il di cui amore gli costò la vita. Questa dal canto suo, per una specie di rappresaglia, non gli recava che un cuore di già consacrato a Carlo Brandon, duca di Suffolck, che sposò segretamente due mesi dopo la morte di Lodovico XII[387].

CAPITOLO CXII.

Francesco I assume il titolo di duca di Milano; passa le Alpi; batte gli Svizzeri a Marignano e conquista il Milanese; invasione di Massimiliano in Lombardia, e sua ritirata; diversi trattati che pongono fine alle guerre prodotte dalla lega di Cambrai.

1515 = 1517.