Il piacere che poteva dare a Chaumont la conquista di Legnago, venne amareggiato dalla notizia, che colà ricevette della morte di suo zio, il cardinale d'Amboise, al di cui favore andava egli debitore della sua rapida fortuna. Giorgio d'Amboise, che aveva esercitato il più assoluto impero sul suo padrone, e che, dopo la coronazione di Lodovico XII, aveva solo diretta la politica francese, era morto a Lione il 25 di maggio del 1510. Sebbene i suoi talenti non si sollevassero oltre la mediocrità, la di lui perdita fu universalmente compianta: egli, se non altro, intendeva gli affari, e conosceva le potenze con cui la Francia doveva trattare, ed i varj loro interessi; invece Lodovico XII, il quale, dopo la morte del suo favorito, pretese di governare da sè solo, non aveva nè conoscenza degli uomini e delle cose, nè memoria, nè applicazione. Diventato geloso della propria autorità, più non permise che i ministri operassero in di lui nome, senza consultarlo; e non osando questi ricordargli ciò che poteva riuscirgli spiacevole, la negligenza e la dimenticanza facevano andare a male i migliori progetti. Florimondo Robertet che successe al cardinale nella direzione delle finanze e degli affari esteri, non dissimulò egli stesso a Niccolò Macchiavelli, che in allora trovavasi legato della repubblica fiorentina in Francia, il danno grandissimo che la morte del suo predecessore cagionerebbe agli affari[56].

Al cardinale d'Amboise devono ascriversi quel buon ordine nelle finanze e que' riguardi pei popoli nella percezione delle imposte, che rendettero cara la memoria di Lodovico XII, malgrado la debolezza del suo spirito, e le sciagure del suo regno. Ma questo ministro economo e ordinato non era altrimenti disinteressato. Lasciò un'eredità di undici milioni di lire, equivalenti a cinquantacinque milioni della moneta presente, acquistati in dodici anni d'un'amministrazione di cui non rendeva verun conto. Col suo testamento dispose per trecento mila scudi in legati; Giulio II pretese che tali somme derivassero dai beni della Chiesa, de' quali il cardinale d'Amboise non aveva diritto di disporre, e li riclamò per la camera apostolica. Questa bizzarra inchiesta non fece che accrescere la malintelligenza tra la Chiesa e la Francia[57].

Stando ancora a Legnago il Chaumont ricevette l'ordine di licenziare la fanteria de' Grigioni e del Valese che teneva sotto i suoi ordini; di lasciare cento lance e mille fanti nella terra di nuovo conquistata, e di ricondurre il rimanente dell'armata nello stato di Milano: per altro pochi giorni dopo ebbe un contr'ordine ottenuto dalle pressanti istanze di Massimiliano. Il re gli ordinava di continuare ad assecondare i Tedeschi per tutto il mese di giugno, ed infatti in sul declinare di questo mese prese Cittadella, Marostica e Bassano, indi Scala e Covolo[58]. Ma Lodovico XII era ad ogni modo determinato di non voler tenere in campagna un'armata tanto ragguardevole senza proprio vantaggio, e sperava, minacciando ogni giorno di richiamare il Chaumont, di ridurre all'ultimo Massimiliano a cedergli Verona e la sua provincia. Per lo contrario l'imperatore credevasi sempre vicino all'esecuzione de' suoi progetti, e mai non rinunciava alle sue speranze, sebbene fosse sempre incapace di ridurle ad effetto. Chiese un secondo dilazionamento di un mese, promise che nel termine di un anno rimborserebbe i cinquanta mila ducati, che in questo mese costerebbe al re l'armata di Chaumont; che inoltre rimborserebbe altri cinquantamila ducati, di cui era precedentemente debitore, e che, non facendolo, lascerebbe Verona e tutto il suo territorio per pegno nelle mani del re di Francia[59].

Massimiliano aveva trattato con Ferdinando il Cattolico per avere la sua cooperazione in questa campagna, nella quale riponeva le sue vaste speranze; gli aveva a tale oggetto abbandonata senza riserva l'amministrazione della Castiglia, eredità del comune loro nipote, ed il cardinale d'Amboise era stato il mediatore di questo trattato così poco conforme agl'interessi della Francia. Per ottenere che Massimiliano desistesse dalla tutela di Carlo, Ferdinando aveva promesso tutto quanto gli si era chiesto, con ferma intenzione di fare in appresso nascere ostacoli all'esecuzione delle promesse. Erasi riservata l'alternativa di spedire all'armata imperiale nel Veronese o truppe o danaro; e perchè Massimiliano, sempre mancante di danaro, desiderò piuttosto danaro che gente, appunto per tale ragione Ferdinando mandò i soccorsi in natura. Il duca di Termini si pose in viaggio con quattrocento lance spagnuole per raggiugnere l'armata; ma si avanzò così lentamente, che non arrivò al quartier generale prima della fine di giugno[60].

L'armata combinata cominciò poi a mancare di vittovaglie, perchè si era condotta con tanta barbarie ed indisciplina in queste due campagne, che aveva assolutamente spogliato d'ogni cosa questo paese de' più ricchi e fertili del mondo; oltre di che aveva provocato contro di sè il più implacabile odio de' contadini, e reso più tenace il loro attaccamento per la repubblica. Erano questi affezionati con tanto entusiasmo al governo della loro patria, che nè le minacce, nè le promesse, nè l'aspetto del patibolo stesso potevano ridurli ad abiurare san Marco, ed a gridare viva l'imperatore! Il vescovo di Trento ne fece appiccare molti in Verona, onde punire così nobile costanza[61]. L'assistenza de' contadini rendeva facili e sicure le spedizioni degli Stradioti. Essi intercettavano i convogli ed i carrettieri, e sorprendevano i corpi staccati: in una di queste occasioni cadde nelle loro mani Soncino Benzone di Crema, e, sebbene questo capo di parte si trovasse in allora ai servigi del re di Francia, Andrea Gritti lo fece immediatamente appiccare, perchè, essendo gentiluomo veneziano ed incaricato di un comando in Crema, sua patria, aveva data per tradimento questa città ai Francesi[62].

Il castello di Monselice era uno dei principali asili degli Stradioti per le scorrerie loro alle spalle dell'armata nemica: desso è posto sopra una delle più elevate cime de' monti Euganei, che s'innalzano essi medesimi in mezzo ad un piano formato e livellato dalle acque, tra Vicenza, Padova, Rovigo e Legnago: era circondato quel castello da tre ricinti, il più basso de' quali richiedeva per lo meno due mila uomini per difenderlo, ed i Veneziani non ne tenevano in Monselice che sette cento sotto gli ordini di Martino di Borgo san Sepolcro. Non pertanto questi sortirono con estrema audacia per attaccare un corpo di landsknecht. Ma oppressi dal numero, vivamente inseguiti, essi soggiacquero alla fatica; vennero forzati nel primo ricinto, ed inseguiti con tanta rapidità che non ebbero tempo di chiudersi nel secondo; non valsero a difendersi nel terzo, sebbene le mura si andassero ristringendo, come richiede la forma della montagna a guisa di pane di zucchero: e la stessa torre, posta in sulla sommità del colle, non valse a salvarli. Invano offrirono d'arrendersi; salva soltanto la vita; i Tedeschi non vollero dar quartiere; appiccarono il fuoco alle legne ammucchiate nel fondo della torre, e ricevettero sulla punta delle picche quegli sciagurati che tentavano di fuggire per le feritoje. Con eguale furore i Tedeschi distrussero tutte le case di quella grossa borgata, una delle più ridenti dell'Italia[63].

Malgrado le tante volte ripetute promesse, Massimiliano non giugneva mai all'armata. Dopo la perdita fatta nel precedente anno sotto Padova, più non lusingavasi di avere quella piazza, ma faceva istanza a Chaumont d'attaccare Treviso, che credeva di poter occupare con maggior facilità. Gli rispondeva il Chaumont: che quella città era egualmente difesa da una forte armata; ch'egli non vedeva ingrossarsi la sua colle promesse truppe tedesche, e senza le quali nulla poteva intraprendere; ch'era stato di già forzato a staccare il duca Alfonso d'Este e Chatillon, per difendere lo stato di Ferrara pel quale cominciava ad essere inquieto; che tutta la campagna all'intorno di Treviso era guastata, onde l'armata non vi troverebbe vittovaglie, e difficilmente vi farebbe giugnere i convogli, perchè gli Stradioti battevano la campagna, ed erano secondati con zelo da tutti i contadini. Ma mentre ancora duravano queste dispute tra Chaumont e Massimiliano, il primo ebbe dal suo signore espresso ordine di lasciare all'armata imperiale Preci con quattrocento lance e mille cinquecento fanti spagnuoli, che teneva al suo soldo, e di ricondurre con sollecitudine il resto dell'armata nel ducato di Milano, dove lo rendevano necessaria inaspettati pericoli[64].

CAPITOLO CVII.