Questo trattato, che, staccando i Veneziani dalla Francia, gli obbligava alla difesa de' suoi nemici, sembrava che dovesse rimuovere Francesco I da ogni nuovo tentativo sulla Lombardia, ove più non doveva trovare alleati. Pure il trattato non era appena sottoscritto, che si seppe che il re di Francia adunava nella Svizzera, a' piè dei Pirenei ed ai confini dell'Italia, una numerosa fanteria, e sembrava apparecchiato a dare esecuzione alle minacce che andava da gran tempo facendo. A tale notizia Adriano VI credette di dovere abbandonare le parti di pacificatore cui fin allora erasi conservato fedele. L'Italia era in pace, sebbene continuamente divorata dall'armata imperiale, ed omai seguiva una sola bandiera; ma l'invasione di Francesco I vi riconduceva la guerra. Il papa giudicò che non si scosterebbe dal carattere di comun padre de' fedeli guarantendo lo stato attuale, e respingendo di concerto con tutti gli altri Italiani una straniera invasione: per ciò il 3 di agosto sottoscrisse in Roma col vicerè di Napoli una confederazione che si andava da lungo tempo trattando, colla quale il papa, l'imperatore, il re d'Inghilterra, l'arciduca d'Austria, il duca di Milano, il cardinale de' Medici a nome de' Fiorentini, i Genovesi, i Sienesi, i Lucchesi, obbligavansi a provvedere in comune alla difesa dell'Italia. Tra questi confederati, gli uni doveano somministrare l'artiglieria e le munizioni, altri il danaro, altri i soldati. La nomina del generalissimo spettava al papa ed all'imperatore; ed in quest'occasione l'imperatore affidò il comando di tutte le forze dell'Italia a Prospero Colonna. Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, che nella precedente campagna aveva con lui diviso il comando, geloso dei favori che l'imperatore accordava al suo vecchio collega, con cui erasi disgustato, aveva rinunciato alla carica di comandante della fanteria spagnuola, ed erasi recato a Valladolid, alla corte di Carlo V, per fare le sue lagnanze[55].
Le ostilità erano in sul punto di ricominciare, ma furono precedute dall'esplosione di due cospirazioni, che scoppiarono contemporaneamente in due opposte parti. Tra i cortigiani di Francesco Sforza, duca di Milano, trovavasi Bonifacio Visconti, suo ciambellano, che nudriva un segreto odio contro di lui e contro il Moroni, a motivo dell'assassinio di Ettore Visconti, suo parente, ch'egli credeva giustiziato per ordine loro, e perchè da loro era stato spogliato della prefettura di Val di Sesia. Il 25 di agosto, mentre tornava col duca da Monza a Milano, aveva questi ordinato ai dugento cavalli della sua guardia di tenersi a qualche distanza da lui per non incomodarlo colla polvere che facevano sollevare. Il duca cavalcava una mula, e trovavasi lontano da tutta la sua gente, quando Bonifacio Visconti, che aveva un gagliardissimo cavallo turco, corse a briglia sciolta verso di lui in atto di ricevere qualche ordine; ma, fattosegli vicino, gli diede un colpo di pugnale in sul capo. L'impazienza del cavallo turco, e la paura della mula del duca, fecero strisciare il colpo, e lo Sforza non rimase che leggermente ferito in una spalla. Il Visconti, spronando il suo cavallo, fuggì con tanta rapidità, che invano fu inseguito dalla cavalleria del duca, e potè porsi in sicuro prima in Piemonte, poscia in Francia. All'istante Galeazzo Birago, Milanese del partito francese, avuto avviso della cospirazione, e non dubitando della morte del duca, s'impadronì di Valenza in sul Po e della sua cittadella, per aprire ai Francesi questa porta della Lombardia; ma non arrivarono i soccorsi di Francia che gli erano stati promessi; ed Antonio de Leyva, che aveva il comando di Pavia, venne subito co' suoi Spagnuoli ad assediare Valenza, che fu presa dopo due giorni, senza che questa cospirazione avesse altri risultamenti, che di far trarre alla tortura, indi al supplicio molti gentiluomini milanesi sospetti di avervi avuto parte[56].
Il ritardo dei soccorsi francesi, aspettati dal Birago, procedeva in parte dalla cospirazione del contestabile di Borbone. Francesco I, dopo di avere respinti gli Inglesi ed i Fiamminghi in Picardia, aveva posta ogni sua cura nel formare una potente armata per riconquistare il ducato di Milano. Aveva caricate tutte le città e tutte le province d'inaudite imposte, e pressochè intollerabili; aveva domandate decime al clero, impegnate le sue entrate ai mercanti lionesi per procurarsi danaro contante; e con tali modi aveva infatti ragunato un sufficiente tesoro per supplire ai bisogni della più dispendiosa campagna. Scontento di tutti coloro che fin allora avevano comandate le sue armate, volle condurre egli medesimo le sue truppe in Italia, e tali erano i suoi apparecchj, che gli presagivano un buon successo. Aveva adunate mille ottocento lance, sei mila Svizzeri, due mila Valesani, due mila Grigioni, sei mila Landsknecht, tre mila Italiani e dodici mila avventurieri francesi, che finalmente si era determinato di chiamare al mestiere delle armi, dopo avere sperimentato quanto gli fosse riuscita fatale la sua confidenza nelle truppe straniere[57].
Quest'armata erasi di già riunita tra Lione e le montagne del Delfinato, quando Francesco I ebbe i primi indizj del tradimento che meditava contro di lui il contestabile di Borbone. Carlo III, conte di Montpensieri e duca di Borbone, era il più ricco ed il più rispettato di tutti i principi del sangue; era capo del ramo di Borbone-Montpensieri, che, nel suo diritto alla corona, avrebbe preceduti i Borboni-Vendomi, avi d'Enrico IV. A grande valore ed a molte belle qualità univa un orgoglio irascibile, una smisurata ambizione, ed una prodigalità senza limiti che gli aveva fatti contrarre enormi debiti. Due anni prima aveva risentita con indignazione l'ingiustizia che pretendeva essergli stata fatta da Francesco I nelle guerre di Fiandra, quando questi aveva data al duca d'Alenzon, suo cognato, piuttosto che a lui, contestabile di Francia, il comando della sua vanguardia[58]. Ma ciò che aveva spinto all'estremo il suo risentimento era il processo che gli aveva intentato innanzi al parlamento di Parigi Luigia di Savoja, madre del re, per riclamare da lui una parte dell'eredità di sua moglie, morta da poco tempo. Credeva non potere sperare giustizia dai tribunali in questa sua lite colla reggente, e risguardava questo processo come una prova della gelosia di Francesco I, che voleva ruinare la sua fortuna per poterlo più facilmente opprimere[59].
In Francia ed in altre monarchie feudali eransi frequentemente veduti i grandi signori ed i principi del sangue cospirare contro il capo dello stato, e non solo cercare di limitarne l'autorità, ma di precipitarlo dal trono, e di levargli la vita. Pure era riservato al Borbone di cospirare, non solo contro il suo re, ma altresì contro la sua patria; di volere distruggere l'indipendenza nazionale, e la stessa esistenza del nome francese; di adoperarsi perchè la nazione francese, cui aveva l'onore di appartenere, fosse divisa tra gli stranieri, di lei ereditarj nemici. Il Borbone erasi venduto ad Adriano di Buren, deputato dell'imperatore, ed a Russel, deputato d'Enrico VIII. Col danaro da loro ricevuto erasi obbligato ad assoldare dodici mila uomini, e ad attaccare alla loro testa la Borgogna, tostocchè Francesco I avrebbe colla sua armata valicate le Alpi. In premio di questo tradimento la Provenza doveva essere per lui eretta in regno; egli dovea sposare Eleonora, sorella dell'imperatore Carlo V, e vedova d'Emanuele, re di Portogallo: tutto il restante della Francia doveva essere diviso tra l'imperatore ed il re d'Inghilterra; ed il nome di Francese doveva essere cancellato dai nomi delle nazioni[60].
Avendo alcuni indizj eccitati i sospetti del governo, Boisì, fratello di La Palisse, San Valorì, direttore generale delle poste, ed il vescovo d'Autun, tutti complici della cospirazione del Borbone, furono arrestati. Francesco I andò a Moulins a visitare il duca di Borbone, che fingeva d'essere ammalato; gli comunicò i sospetti che si erano formati contro di lui, ma soggiunse che veruna prova non potrebbe parergli bastante a convincere suo cugino di così enorme delitto; e dichiarò che più non dubiterebbe della sua innocenza, se Borbone gliene dava la sua parola d'onore, e si obbligava nello stesso tempo a seguirlo in Italia. Il Borbone prese la mano del re con apparente trasporto di riconoscenza; gli protestò d'essere accusato a torto; domandò perdono della inconsideratezza de' suoi discorsi, che senza dubbio avevano dato motivo di calunniarlo, e giurò che, infermo come egli era, voleva farsi portare in lettiga dietro l'armata reale. In fatti questa lettiga seguì due giorni il re; ma non era destinata che ad ingannarlo. Borbone era partito la stessa notte da Moulins, e, fuggendo a precipizio, era giunto a Besanzon, fortezza in allora dell'imperatore, dove aveva ordinato ai gentiluomini associati agl'infami suoi progetti di raggiugnerlo[61].
Grande era il numero di coloro che avevano congiurato contro la patria, e molti appartenevano alle più illustri famiglie. Vi si annoveravano Filiberto di Chalons, principe d'Orange, destinato come il Borbone a figurare nelle calamità dell'Italia; Pomperano, Le Pelloux, Lurcì, Montbardone, Lalliere, Aymar di Prie, Hennuyer della Mothe, che si erano renduti gloriosi nelle precedenti guerre; e Francesco I stendeva i suoi sospetti, e non senza ragione, sul duca di Vendome e su tutta la casa di Borbone: quindi pensò di non potere in tale istante allontanarsi dal suo regno senza pericolo[62].
Dall'altro canto egli non voleva lasciar d'approfittare della più bella armata che avesse mai adunata. Sgraziatamente ne affidò il comando a Guglielmo di Gouffier, più noto sotto il nome di ammiraglio Bonnivet, il più amabile tra i suoi cortigiani, quegli che più d'ogni altro sapeva adulare e piacere al suo padrone; ma quegli altresì ch'era men d'ogni altro capace di condurre un'armata, e che non aveva imparato ciò che saper deve un generale[63].
Prospero Colonna, che, come generalissimo della lega, trovavasi incaricato della difesa dell'Italia, giaceva a quest'epoca abbattuto da lunga malattia, che non gli aveva soltanto indebolito il corpo ma ancora lo spirito. Erasi dato a credere di non aver a temere un'invasione francese, ed aveva licenziata parte della sua truppa; non aveva riparate le fortificazioni di Milano; per l'abituale negligenza dell'imperatore trovavasi senza danaro; e quando seppe, in principio di settembre, che i Francesi passavano le Alpi, sentì tutto il pericolo della sua posizione. Ad ogni modo egli sperava tuttavia di potere difendere contro l'armata francese il passaggio del Ticino; mentre che Antonio di Leyva, abbandonando tutto il paese posto al di là di questo fiume, erasi ritirato a Pavia colla fanteria spagnuola, e che la difesa del Cremonese restava affidata ad una guarnigione di mille fanti[64].