I Veneziani, per soddisfare agli obblighi contratti coll'imperatore, avevano tolto il comando delle loro truppe a Teodoro Trivulzio, zelante partigiano della Francia, e datolo a Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino. Il senato non poteva scegliere altro generale che nel modo di fare la guerra meglio accordare si potesse colla sua prudente politica: pareva che verun altro scopo non si proponesse nel comando delle armate, che quello di evitare ogni battaglia, ogni pericolo; e quando Prospero Colonna lo affrettò ad occupare Lodi, ad avanzarsi sulle sponde dell'Adda, o a passare questo fiume per proteggere Milano, egli vi si ricusò costantemente per tema d'incontrare i nemici[65].
Era stato da Adriano VI nominato gonfaloniere della Chiesa il marchese di Mantova, il quale aveva allestita un'armata in riva al Po; ma questi ancora era egualmente disposto a non passare Parma, per non compromettersi; onde non dava a Prospero Colonna alcuno effettivo soccorso. Giovanni de' Medici, comandante delle Bande nere, che suo cugino il cardinale Giulio aveva persuaso a lasciare il servizio della Francia per ritornare di nuovo a quello dell'imperatore, non aveva adottata così timida maniera di guerreggiare, ma le sue forze erano poco considerabili. Finalmente la barriera del Ticino, sulla quale principalmente confidava Prospero Colonna, per una straordinaria siccità, che aveva diminuite assai le acque del fiume, non presentava la consueta difficoltà al nemico. Questo vecchio generale, sebbene infermo, erasi fatto portare in lettiga in faccia a Vigevano, dove si era accampato Bonnivet. Bentosto trovandosi colà sotto il cannone del nemico, e vedendo che non solo la cavalleria francese, ma ancora i pedoni potrebbero guadare il Ticino, ne abbandonò le sponde, e ripiegò verso Milano senza avere perduto un solo uomo[66].
Il 14 di settembre del 1523, nello stesso giorno in cui l'armata di Bonnivet passò il Ticino per cominciare una decisiva campagna, un impreveduto avvenimento cambiò un'altra volta la bilancia delle parti, e gettò il disordine nella lega che aveva preso a difendere l'Italia contro i Francesi. Papa Adriano VI aveva celebrata la Messa il giorno 4 d'agosto sul monte Esquilino, ove festeggiavasi un miracolo della Vergine, e lo stesso giorno aveva con grande cerimonia pubblicata la lega conchiusa coll'imperatore. Affaticato da queste funzioni, rendute più penose da un eccessivo caldo, si era ritirato per desinare alla villa Mellini: colà lo assalì una leggiere febbre, ch'egli non credette in verun modo pericolosa; nè i suoi medici lo prevennero che corresse alcun rischio. Pure il suo male andava peggiorando, senza che veruna delle persone che lo assistevano paressero accorgersene; ed egli morì il 14 di settembre, quasi senza aver avuto il tempo di apparecchiarvisi[67].
Appunto in tale epoca cominciava la guerra, nella quale Adriano aveva impegnata la Chiesa; gl'Italiani sapevano di già per esperienza tutto quanto avrebbero a soffrire dall'invasione di un'armata barbara, e temer potevano con ragione di essere, a cagione della morte del pontefice, del burrascoso conclave che pareva promettere l'animosità de' contrarj partiti abbandonati quasi senza difesa ai Francesi da loro provocati. Tuttavia agli occhi de' Romani non eravi calamità che potesse pareggiare quella d'avere alla testa del loro governo un papa barbaro, che non sapeva il loro linguaggio; che aborriva la poesia e le arti, cui essi dovevano quasi tutta la presente loro gloria; un papa che colla sua avarizia aveva ruinate tutte le famiglie arricchite sotto i precedenti pontificati; che aveva confiscati tutti gli ufficj venduti dai suoi predecessori; che mai non accordava una grazia, e che pareva essersi fatto un dovere di rimandare malcontenti tutti quelli che a lui si presentavano. Perciò la notizia della sua morte risvegliò in Roma un generale tripudio; ed all'indomani fu trovata la porta del suo medico, Giovanni Antracino, ornata di festoni di fiori con questa iscrizione: Il senato ed il popolo romano al liberatore della patria[68].
CAPITOLO CXV.
Elezione di Clemente VII. Disastrosa campagna de' Francesi in Italia sotto l'ammiraglio Bonnivet; campagna ancora più infelice di Francesco I, che viene fatto prigioniero nella battaglia di Pavia.
1523 = 1525.