La congiura del Burlamacchi diede all'imperatore un nuovo motivo per assicurarsi del governo di Siena. Temeva che il malcontento che ogni giorno vedeva farsi maggiore, non ispingesse questa repubblica a cercare un più leale protettore, ad aprire le sue porte ai Francesi, ed in tal modo a dar loro un'importante stazione nel centro dell'Italia: perciò, malgrado la ripugnanza dei Sienesi, risolse d'introdurre di nuovo nella loro città una guarnigione spagnuola, in sul piede di quella di don Giovanni de Luna, ch'essi avevano rimandata. Ne affidò il comando a quel don Diego Hurtado de Mendoza, che si acquistò gran nome tra i letterati colla sua Storia della guerra di Granata, le sue poesie, ed il suo romanzo di Lazarillo di Tormes, ma che in Italia si rendette detestabile colla sua alterigia, colla sua avarizia e colla sua perfidia. La guardia spagnuola entrò in Siena il 29 di settembre del 1547; ed il Mendoza, ch'era nello stesso tempo ambasciatore a Roma, e che, di là dirigendo gl'intrighi spagnuoli, era troppo contento d'avere in vicinanza e sotto i suoi ordini una piazza d'armi, recossi a Siena il 20 di ottobre, poi nel 1548 vi fece entrare altre truppe, disarmò i cittadini, e mutò il governo in maniera da renderlo affatto dipendente dal suo volere. Il 4 di novembre del 1548 vi creò una nuova balìa di quaranta membri, venti de' quali furono eletti dall'antico senato e venti da lui medesimo. La sovranità della repubblica venne conferita a questo corpo; ma dopo tale epoca vi comandava tanto dispoticamente l'imperatore, che potè offrire Siena al papa Paolo III invece di Parma e Piacenza, come se avesse pieno diritto di disporne[153].
Per essere ancora più certo dell'ubbidienza di questa repubblica, il Mendoza ottenne precisi ordini dall'imperatore di fabbricare in Siena una rocca, malgrado la costante ed unanime opposizione di tutte le classi dei cittadini. Gli Spagnuoli si comportavano con tanta insolenza, era così difficile l'ottenere giustizia dei furti, degli omicidj, degli oltraggi di ogni sorta, di cui si rendevano colpevoli, che i cittadini li vedevano con sommo terrore assicurarsi sempreppiù il possedimento della loro città. Lo storico Malavolti fu egli stesso deputato presso Carlo V, per supplicarlo di rinunciare ad un progetto che metteva nella disperazione i suoi compatriotti. Riuscirono vane le sue rappresentanze; ma il piano adottato dal Mendoza per l'erezione della rocca era così vasto, richiedeva così ragguardevoli spese, che le opere cominciate non bastarono a coprire i soldati che dovevano difenderle, quando sopraggiunse il pericolo[154].
Niuno stato d'Italia fu forse più che la repubblica di Siena ostinato, prima nell'antico partito ghibellino, poi, quando questo nome cominciava ad essere dimenticato, nel partito imperiale per opposizione a quello della Francia. Tutte le fazioni che si erano fatte la guerra e strappato di mano a vicenda il timone della repubblica, avevano professate le stesse opinioni; ma l'avarizia spagnuola e l'iniqua fede del Mendoza avevano alla fine trionfato di questo lungo attaccamento; e quando nel 1552 si rinnovò la guerra in Piemonte ed in Germania fra Carlo V ed Enrico II, i Sienesi si rivolsero alla Francia ed implorarono il di lei ajuto per sottrarsi alla dura tirannia che cominciava a pesare sul loro capo[155].
Il duca di Firenze, che teneva aperti gli occhi su questo vicino stato, scoprì la corrispondenza de' Sienesi coi Francesi; egli aveva cagione di essere scontento del Mendoza e del governo di Spagna. Invece di essere trattato qual principe indipendente, egli sentiva che si cercava di farlo scendere ogni giorno al rango di vassallo dell'imperatore; temeva lo stabilimento degli Spagnuoli in Siena quasi quanto quello dei Francesi; ma ad ogni modo il suo principale interesse era sempre quello di contenere il malcontento de' Fiorentini, e di conservare la propria signoria a dispetto dell'odio de' suoi sudditi. Perciò, a fronte delle umiliazioni che soffriva per parte dell'imperatore o dei suoi ministri, non lasciava di conservarsi loro fedele. Nella presente circostanza offrì gagliardi ajuti a don Diego Mendoza; ma questi, più geloso del duca che premunito contro il comune nemico, ricusò di ricevere le truppe di Cosimo in Siena[156].
Erasi formato un attruppamento nei contadi di Castro e di Pitigliano, sotto il comando di Niccolò Orsini, che aveva preso servigio sotto i Francesi: due emigrati sienesi, Enea Piccolomini ed Amerigo Amerighi, eransi fatti capi di un corpo d'insorgenti, che, attraversando lo stato di Siena, s'ingrossò fino al numero di circa tre mila. Il Piccolomini si presentò la sera del 26 luglio del 1552 alle porte di Siena, proclamando il nome di libertà. Il popolo, sebbene disarmato, si sollevò; non eranvi in città che quattrocento Spagnuoli, sotto gli ordini di don Giovanni Franzesi, essendo stati gli altri mandati ad Orbitello ed in varj porti delle Maremme, mentre il Mendoza trattenevasi in Roma. I Sienesi aprirono le porte al Piccolomini, e subito scacciarono gli Spagnuoli dal convento di san Domenico, dove questi si erano afforzati, e gl'inseguirono fino alla rocca, che l'avarizia del Mendoza aveva lasciata male armata, e mal provveduta di vittovaglie. Cosimo dei Medici si affrettò di mandare soccorsi agli Spagnuoli; ma in seguito, temendo di tirarsi addosso le armi della Francia, mentre Carlo V, vivamente attaccato da Maurizio di Sassonia, sembrava inabilitato a secondarlo, richiamò le sue truppe, e si fece mediatore di una capitolazione, in forza della quale la fortezza innalzata a porta di Camullia fu, il 3 agosto del 1552, data in mano ai Sienesi, che la demolirono, e la guarnigione spagnuola si ritirò a Firenze[157].
Enrico II colse avidamente l'occasione che venivagli offerta di far penetrare le sue armate nel cuore dell'Italia, e di approfittare dell'universale malcontento per invitare i popoli a scuotere il giogo della corte di Spagna. Fece passare ai Sienesi alcuni gentiluomini francesi per dirigerli, soldati per difenderli, e soccorsi d'ogni maniera. Il duca di Termini, in addietro governatore di Parma, venne l'11 di agosto a soggiornare in Siena, ed in breve fu stipulato un trattato tra la repubblica ed il re di Francia[158].
Cosimo I vedeva con estrema inquietudine lo stabilimento de' Francesi alle sue porte. Ad ogni modo non credeva le circostanze favorevoli per discacciarli a forza aperta; aveva promesso di tenersi neutrale, ed Enrico II si era obbligato a rispettare la di lui neutralità. Cosimo cercava di far sentire a Carlo V, che colla pazienza e coll'accortezza giugnerebbe a' suoi fini ugualmente che colle armi. Ma il 2 di agosto l'imperatore aveva sottoscritta la pace di religione a Passavia, e così trovandosi liberato da Maurizio di Sassonia, il suo più temuto nemico, risolse di punire i Sienesi di una rivoluzione, ch'egli risguardava per sè disonorevole, ed ordinò a don Pedro di Toledo, vicerè di Napoli, e suocero di Cosimo I, di recarsi per mare a Livorno colle forze di cui poteva disporre[159].
Il vicerè, uno de' più crudeli ed avari fra quei ministri di Carlo V, che avevano in Italia renduto odioso il nome dell'imperatore, non ebbe tempo di meritare le maledizioni dei Toscani, come aveva raccolte quelle dei Napolitani. Giunse in Firenze in sul cominciare del 1553 e vi morì nel susseguente febbrajo, dopo essere sembrato per tutto quel tempo assorto intieramente nei piaceri di un fresco matrimonio, che mal conveniva alla sua vecchiaja[160]. Cosimo I, cui Carlo V voleva affidare il comando di quest'impresa, lo ricusò: don Garzia di Toledo, figlio del vicerè, n'ebbe perciò l'incarico. Costui trovossi alla testa di un'armata di sei mila Spagnuoli e di due mila Tedeschi che aveva condotti in Toscana suo padre, e di otto mila Italiani raccolti nella provincia di Val di Chiana da Ascanio della Cornia, nipote del papa. Con tale esercito don Garzia entrò nel Sienese; prese Lucignano, Monte Fellonico e Pienza; guastò quasi tutto il territorio della repubblica, e pose l'assedio a Montalcino[161]. Ma frattanto i Francesi avevano invocata l'assistenza della flotta turca, che ogni anno veniva a saccheggiare le coste degli stati dell'imperatore in Italia, e che ogni anno rendeva inefficace la sua assistenza colla sua lentezza a trovarsi al luogo concertato, e colla sua prontezza a ritirarsi. La di lei comparsa sulle coste del regno di Napoli costrinse non pertanto don Garzia di Toledo a levare l'assedio di Montalcino, ed a ricondurre il suo esercito nell'Italia meridionale[162].
Cosimo I, abbandonato in giugno dagli Spagnuoli, trovavasi in un crudele imbarazzo; ricusando di rinunciare apertamente alla sua neutralità aveva vivamente irritato l'imperatore, aveva assai più offesi i Sienesi ed il re di Francia, poichè, sotto la maschera della neutralità, aveva dati soccorsi d'ogni genere ai loro nemici; si era fatto cedere Lucignano, una delle piazze conquistate sopra di loro, ed all'ultimo aveva, per mezzo del suo ambasciatore, ordita in Siena una cospirazione ch'era stata scoperta, ed aveva costato la vita a Giulio Salvi, che n'era capo, ed a molti di lui complici. Cosimo, vedendosi esposto al risentimento de' Francesi, de' Sienesi e degli emigrati fiorentini che erano venuti a Siena, si affrettò di trattare la pace, che si conchiuse in giugno del 1553. Lucignano fu restituito ai Sienesi con tutte le conquiste fatte nel loro territorio; e questi promisero di non ricevere nel loro stato i nemici del duca[163].