Il 25 settembre del 1637, Carlo II era succeduto a suo padre Carlo I, e Ferdinando Carlo successe il 15 di settembre del 1665 a suo padre Carlo II, senza che la sorte degli abitanti del Monferrato si rendesse migliore. L'ultimo di questi principi, più dissoluto, più insensibile al disonore, più non curante delle disgrazie de' suoi sudditi che non lo erano stati i suoi predecessori, vendette nel 1681 Casale, la capitale del Monferrato, a Lodovico XIV, per andare a dissipar nei piaceri del carnevale di Venezia il danaro, che mai non bastava alle sue stravaganze. I suoi sudditi di Mantova gemevano sotto il peso di enormi tasse, e quelli del Monferrato si trovavano esposti alle estorsioni de' militari, mentre egli s'aggirava mascherato nelle sale da ballo e ne' postriboli, e non arrossiva di far conoscere i suoi vergognosi piaceri ad un popolo straniero che non aveva bisogno di dissimulare il suo disprezzo, e ad un senato che vietava ai nobili di Venezia perfino d'intrattenersi con lui[296].

La casa sovrana dei duchi d'Urbino si spense in principio del XVII secolo. Il vecchio duca Francesco Maria della Rovere, che regnava fin dal 1574, avendo veduto nel 1623 morire vittima delle sue dissolutezze l'unico suo figlio il principe Federico, acconsentì ad abdicare nel 1626 la sua sovranità a favore della Chiesa. Sua nipote, Vittoria della Rovere, maritata con Ferdinando II dei Medici, non portò a Ferdinando in eredità che i beni patrimoniali di sua famiglia. Il ducato d'Urbino, riunito alla diretta della santa sede, perdette la sua opulenza, la sua popolazione e tutti i vantaggi che gli aveva saputo procurare la più gentile corte d'Italia; ed il vecchio duca, che morì soltanto nel 1636, ebbe tempo di vedere il decadimento dei paesi che tanto tempo avevano prosperato sotto il dominio della sua famiglia[297].

Il governo di Lucca, vedendo di non potersi mantenere che nel silenzio, e col farsi dimenticare dalle potenze che avevano in mano i destini dell'Europa, aveva vietato di pubblicare veruna storia nazionale; perciò la repubblica di Lucca non lasciò di sè in questo secolo verun'altra memoria che quella di due piccole guerre contro il duca di Modena nella Garfagnana, cominciate senza motivi nel 1602 e nel 1613, e terminate senza gloria coll'intervento della Spagna[298].

Nel corso di questo secolo la repubblica di Genova si lasciò strascinare dall'influenza della corte spagnuola in due guerre col duca di Savoja, nel 1624 e 1672. Non era appena terminata la prima, che l'ambasciatore di Savoja risvegliò le sopite fazioni della nobiltà e dell'ordine popolare, e nel 1628 trasse Giulio Cesare Vachero, ricco mercante dell'ordine popolare, in una congiura ordita per rovesciare la costituzione[299].

Dopo l'atto di mediazione del 1576, la repubblica di Genova erasi conservata divisa in due fazioni. Comprendeva la prima circa cento settanta famiglie registrate nel libro d'oro, e che avevano il diritto di sedere in consiglio. Parte di queste appartenevano all'antica nobiltà; altre erano state di fresco aggregate all'aristocrazia; e tra queste erano scoppiate le ultime dissensioni calmate dall'atto di mediazione. Ma un secondo ordine nella repubblica era composto delle famiglie non inscritte, tra le quali contavansene allora più di quattrocento cinquanta che possedevano non meno di cinquanta mila fino ai settecento mila scudi, ed erano decorate di prelature, di feudi, di commende e di titoli di contee e di marchesati. Le prime, rese orgogliose dal privilegio di possedere esclusivamente la sovranità, affettavano sommo disprezzo verso le altre, che pure si credevano non da meno di loro. L'atto di mediazione aveva bensì ordinato che ogni anno s'inscrivessero dieci famiglie nuove nel libro d'oro, cioè sette della capitale e tre delle città delle due riviere; ma questa legge veniva quasi sempre delusa, oppure il senato, quand'era forzato a procedere alla scelta, o non ammetteva che celibatarj e persone fuori di speranza d'avere successione, onde non accrescere il numero delle famiglie dominanti, o finalmente soltanto famiglie affatto povere, affinchè queste rimanessero più dipendenti dall'oligarchia[300].

Era appunto l'insolenza de' più poveri cittadini inscritti nel libro d'oro, che più vivamente offendeva i ricchi mercanti ed i signori feudatarj esclusi dal governo. Giulio Cesare Vachero, sebbene mercante, aveva adottate le costumanze che di que' tempi risguardavansi come proprie de' gentiluomini: camminava sempre armato ed in abito militare, ed era circondato da sicarj, che spesso adoperava per vendicarsi con assassinj. Parecchi saluti più volte a lui ricusati da persone del governo, parecchi moti, sogghigni derisorj, ed insulti sofferti da sua moglie erano di già stati puniti collo spargimento di molto sangue; ma nuove offese accrescendo sempre il suo risentimento, egli associò alle sue vendette moltissimi ricchi cittadini esclusi dal libro d'oro; moltiplicò il numero de' suoi sicarj; diffuse grandi somme di danaro tra il popolo onde averlo ubbidiente, senza avere bisogno di partecipargli il suo progetto, e risolse di attaccare il palazzo il giorno primo di aprile del 1628, di forzare la guardia tedesca, di gettare giù dai balconi i senatori, di uccidere tutti i cittadini registrati nel libro d'oro, e di riformare la repubblica, della quale egli sarebbe dichiarato doge, sotto la protezione del duca di Savoja. La trama fu scoperta il 30 di marzo da un capitano piemontese cui il Vachero aveva palesato il segreto. La maggior parte de' congiurati ebbe tempo di fuggire; ma vennero arrestati il Vachero ed altri cinque o sei, i quali tutti, dopo una processura che rendeva aperto il loro delitto, furono giustiziati malgrado le rimostranze del duca di Savoja, che si levò affatto la maschera, si dichiarò capo della congiura, e minacciò la repubblica di rappresaglie[301].

Un'altra volta la repubblica di Genova richiamò sopra di sè gli sguardi dell'Europa pel barbaro trattamento fattole da Lodovico XIV, il 18 di maggio del 1684, quando questo monarca, senza poter rinfacciare ai Genovesi verun atto d'ostilità, veruna prova di cattiva volontà, niun altro torto finalmente, fuorchè quello d'avere impedito il contrabbando del sale nel proprio territorio, ed armate quattro galere per la propria difesa, mandò in faccia alla città una squadra comandata dal marchese di Seignelay. In tre giorni vi fece piovere quattordici mila bombe; distrusse la metà de' suoi magnifici edificj, ed all'ultimo chiese che lo stesso doge si portasse a Versailles per iscusarsi degl'immaginarj torti della repubblica[302].