Ma il trattato di Vienna non procurò all'Italia che un breve riposo. Il ramo tedesco della casa d'Austria si spense nell'imperatore Carlo VI il 20 ottobre del 1740, pochi anni dopo il ramo spagnuolo. Invano aveva questo monarca cercato di assicurare la successione dei suoi stati a sua figlia Maria Teresa; gli stessi sovrani che avevano guarentita la prammatica sanzione (così Carlo VI intitolò la legge pubblicata nel 1713, colla quale chiamava le figlie alla successione de' suoi stati), presero le armi dopo la sua morte, per contrastarne l'eredità a sua figlia. I tre rami della casa di Borbone di Francia, di Spagna e di Napoli si associarono al re di Sardegna per attaccare la casa d'Austria in Italia. La lotta fu lunga ed accanita; e di principal danno all'Italia fu lo essersi il re Sardo staccato in settembre del 1743 dalla lega della casa borbonica per unirsi a Maria Teresa, che gl'Inglesi avevano preso a difendere. Quasi tutta l'Italia trovossi esposta ai guasti delle armate, ed i paesi neutri, lo stato della chiesa in particolare, contrastati fra i combattenti, non soffrirono forse meno di quelli delle potenze belligeranti. Finalmente, dopo sette anni di guerra e di disgrazie, gli articoli preliminari sottoscritti ad Aquisgrana il 30 aprile del 1748 e seguiti da un definitivo trattato di pace del 18 ottobre dello stesso anno rendettero la pace all'Italia, e stabilirono le relazioni dei suoi diversi stati. I ducati di Milano e di Mantova furono i soli stati d'Italia conservati sotto il dominio di estera potenza, perchè restituiti alla casa d'Austria; ma ne vennero staccati alcuni distretti a favore del re di Sardegna. I ducati di Parma e di Piacenza, che i precedenti trattati avevano uniti al Milanese, furono staccati un'altra volta per farne una sovranità indipendente a favore di un quarto ramo della casa di Borbone, di don Filippo, fratello del re di Spagna e del re di Napoli. Il gran ducato di Toscana fu restituito all'imperatore, ma per essere ceduto al suo secondogenito, onde formare la sovranità di un secondo ramo della sua casa. Il duca di Modena e la repubblica di Genova, che si erano alleati ai Borboni, furono rimessi in tutti i loro possedimenti, e l'indipendenza dell'Italia fu intera, per quanto potevano darla i re che regolavano la di lei sorte[315].
Ma l'Italia, dopo la pace di Aquisgrana, non acquistò maggiore potenza politica di quella che avesse per lo innanzi, nè potè più che farsi per lo innanzi rispettare o temere dai suoi vicini; essa non trovò i suoi abitanti apparecchiati a difendere un nuovo ordine politico che loro non procacciava nè gloria nè felicità; e sebbene essa superasse quasi tutti i popoli del continente in popolazione ed in ricchezze, mai non ottenne di lunga mano il rispetto che aveva ottenuto al suo piccolo popolo il sovrano delle arenose marche del Brandeburgo. Il restante della storia generale d'Italia, dopo la pace di Aquisgrana, più non offre avvenimenti; gli scrittori periodici, che si credevano obbligati a dare le notizie dell'Italia nei loro giornali, per lo spazio di quarant'anni non intrattennero il pubblico che intorno a dispute teologiche, ad alcuni nuovi regolamenti fatti da' principi di loro motu proprio e senza consultare i loro popoli, di feste, di matrimonj, di funerali e di viaggi de' sovrani. Quegli avvenimenti ch'ebbero qualche influenza sui susseguenti tempi, si presenteranno opportunamente nella rapida occhiata storica de' varj stati dell'Italia.
Fino dal 12 giugno del 1675 la Savoja ed il Piemonte erano governati da Vittorio Amedeo II, che per altro non oltrepassava i trentaquattr'anni in principio del decimottavo secolo. Nel 1697 e 1701 aveva maritate le due sue figliuole ai due nipoti di Lodovico XIV, il duca di Borgogna ed il duca d'Angiò, poscia re di Spagna; ed aveva preso in principio della guerra della successione di Spagna il comando delle armate francesi e spagnuole in Italia, col titolo di generalissimo. Ma più che il paterno affetto era in lui potente l'ambizione; e nel 1696 egli aveva di già mostrato di non essere troppo scrupoloso osservatore delle sue promesse. Credeva di non avere più sicuro mezzo d'ingrandire i suoi stati, che quello di accordare la sua alleanza al migliore offerente; e se il Milanese veniva una volta in mano della casa di Borbone, poca speranza gli restava di fare nuove conquiste. L'imperatore e le potenze marittime gli fecero segretamente vantaggiose condizioni, ch'egli accettò in luglio del 1703. Il duca di Vandome, che aveva sotto i suoi ordini nel Mantovano un corpo di truppe piemontesi, avuto sentore dell'accaduto, le fece disarmare il 29 di settembre, ed il giorno 3 dicembre dello stesso anno Lodovico XIV dichiarò la guerra a Vittorio Amedeo[316].
Il duca di Savoja aveva preferiti alleati potenti, ma lontani, a quelli che lo circondavano da ogni banda, e ch'erano tuttavia abbastanza forti per punirlo crudelmente della sua diserzione. I suoi stati furono nello stesso tempo invasi su tutti i punti dalle armate francesi e spagnuole: tutta la Savoja fu conquistata; e Vercelli, Susa, la Brunetta, Ivrea, Aosta, Bardi, Verrua, Civasco, Crescentino e Nizza, furono successivamente occupate nel 1704 e 1705 dai duchi di Vandome e della Feuillade; la stessa capitale, Torino, fu assediata nel 1706; onde il duca quasi spogliato di tutti i suoi stati, fu forzato a cercare in Genova un asilo alla sua famiglia, mentre ch'egli si chiudeva in Cuneo. In tale circostanza andò debitore della sua salvezza ad un eroe della sua casa, il principe Eugenio di Savoja, in allora generale dell'imperatore, e nipote di quel Tommaso Francesco di Savoja, principe di Carignano, che verso la metà del XVII secolo aveva così lungamente travagliata la reggenza di sua cognata, la duchessa Cristina. Il principe Eugenio ruppe sotto Torino, il 7 settembre 1706, le linee delle armate del duca d'Orleans, della Feuillade e di Marsin, e fece levare l'assedio. La Francia perdette in quell'incontro venti mila uomini, ed il duca di Savoja ricuperò, oltre tutto quello che aveva perduto, il Monferrato, Alessandria, Valenza e la Lumellina, che gli alleati gli avevano promesso in premio della sua adesione[317].
L'unione del Monferrato al Piemonte variava l'esistenza di questa potenza; i confini de' due stati erano talmente intralciati, che la loro inimicizia faceva perdere ogni maniera di buona amministrazione all'uno ed all'altro in tempo di pace, e di difesa in tempo di guerra. La piccola provincia del Vigevanasco era pure stata promessa al duca di Savoja; ma dacchè gli Austriaci ebbero ricuperato il Milanese, più non vollero privarsi di veruna parte di questo stato. Cotale disparere fu cagione di qualche raffreddamento tra Vittorio Amedeo e l'imperatore Giuseppe, e ritrasse il primo dal prendere una parte attiva nella guerra fino alla conchiusione della pace d'Utrecht, nel 1713, che assicurò le precedenti conquiste della casa di Savoja, e vi aggiunse la Sicilia[318].
Il viaggio che Vittorio Amedeo fece in Sicilia con tutta la sua corte per farvisi coronare, e la permanenza di un anno in Palermo, esaurirono le finanze del Piemonte quasi quanto la guerra che aveva di fresco terminata. Quando giunse in quest'isola entrò in ostilità d'altra natura con papa Clemente XI, onde mantenere le prerogative della corona contro l'autorità della santa sede: diversi ministri del re furono scomunicati e molte città poste sotto l'interdetto; mentre che Vittorio Amedeo bandì dalla Sicilia più di quattrocento ecclesiastici, che tenevano contro di lui le parti del papa: queste religiose turbolenze riempirono il breve regno di Vittorio Amedeo in Sicilia[319]. Mentre Vittorio Amedeo confidava interamente nell'alleanza di Filippo V, re di Spagna, Palermo venne improvvisamente attaccato il 30 giugno del 1718 dall'armata spagnuola, e fu costretto a capitolare. Il vicerè di Vittorio Amedeo difese Siracusa, Messina, Trapani e Melazzo; ma tutto faceva credere che i Piemontesi non potrebbero mantenervisi lungo tempo; il re era troppo lontano e troppo debole per mandare sufficienti soccorsi; e il 2 agosto dello stesso anno, il quadruplice trattato d'alleanza, negoziato a Londra dall'abate Dubois, offrì a Vittorio Amedeo, in vece di protezione, il cambio sommamente svantaggioso della Sardegna per la Sicilia, cui non pertanto Vittorio dovette soscriversi il 18 ottobre del 1718. Allora, rinunciando alle sue pretese sulla Sicilia, che gl'imperiali contrastavano agli Spagnuoli, e prendendo il titolo di re di Sardegna, sebbene non vi possedesse un palmo di terreno, Vittorio Amedeo II consacrò l'anno 1719 a sottomettere all'autorità reale, in Piemonte i suoi proprj feudatarj, abolendone i privilegj e confiscandone le regalie. Quando finalmente Filippo V ebbe acceduto alla quadruplice alleanza, rimise, in agosto del 1720, il possesso della Sardegna ad un inviato dell'imperatore, che la consegnò immediatamente alle truppe di Vittorio Amedeo[320].
La Sardegna non dava al suo re che un vano titolo: ma l'acquisto del Monferrato, dell'Alessandrino, della Lumellina aveva procurata al Piemonte una tale consistenza che mai non aveva avuto prima del regno di Vittorio Amedeo II. Questo principe, che può essere risguardato come il fondatore della sua monarchia, consacrò gli ultimi dieci anni del suo regno ad accrescere le fortificazioni delle sue città e le sue forze militari, a formare valenti ingegneri, finalmente a ravvicinare i suoi sudditi agli oltremontani per mezzo di un'educazione più proporzionata ai progressi dei lumi in tutta l'Europa: fino all'età sua il Piemonte non aveva quasi preso nessuna parte alla gloria letteraria dell'Italia: rialzando il sentimento dell'onore nazionale ne' Piemontesi, Vittorio Amedeo sviluppò tra di loro distinti ingegni; riparò nello stesso tempo i disastri dell'agricoltura, del commercio e delle manifatture; semplificò l'amministrazione della giustizia ne' tribunali; e si occupò con pari attività che intelligenza a chiudere tutte le piaghe dello stato. Dopo avere lungamente richiamati gli sguardi dell'Europa sulla luminosa carriera ch'egli aveva percorsa, Vittorio Amedeo, giunto all'età di 64 anni, fece, il 3 settembre del 1730, maravigliare tutti coll'abdicazione della corona a favore di suo figlio Carlo Emmanuele III, allora in età di trent'anni. Per altro i suoi sudditi, che avevano più sofferto pella sua inquieta attività, e pel suo despotismo, che non approfittato delle sue riforme, di cui non raccoglievano ancora i frutti, non dissimularono la gioja che loro cagionava quest'avvenimento. Vittorio Amedeo aveva fatto fondamento nella riconoscenza e nel rispetto di suo figlio; ma le relazioni de' principi fra di loro non sono quelle del sangue; la diffidenza ed il sospetto gli assediano, l'affetto non ha veruna parte nella loro educazione, la riconoscenza viene soffocata nel cuor loro dall'adulazione, e la voce della coscienza pervertita dai consiglj de' cortigiani. Vittorio Amedeo II fu per ordine di suo figlio arrestato la notte del 28 al 29 di settembre del 1731, colle più ributtanti circostanze: nella sua prigionia ed in tempo dell'ultima sua malattia, non potè ottenere colle più calde preghiere, che suo figlio andasse a trovarlo; e finalmente morì il 31 ottobre del 1732 nel castello di Moncalieri, ove era rinchiuso, distante tre miglia da Torino[321].
Carlo Emmanuele III non tralignò dai principi suoi predecessori, nè per la sua abilità nelle cose della politica, della guerra e dell'amministrazione, nè per l'instabilità delle sue alleanze, che, come quelle dei suoi antenati, furono sempre vendute al migliore offerente. Nella guerra dell'elezione del re di Polonia, egli sorprese gli Austriaci, cui il suo primo ministro, il marchese d'Ormea, avea date in iscritto le più formali assicurazioni ch'egli non si era alleato alla casa di Borbone; in breve tempo conquistò tutto il Milanese, e ne fu ricompensato nel trattato di pace colla cessione di Novara e di Tortona coi loro territorj[322].