Nella guerra della successione dell'Austria, il re di Sardegna offrì da prima la sua alleanza alla casa di Borbone; ma la corte di Spagna, che pretendeva di ricuperare il Milanese già da venticinque anni staccato da quella monarchia, non esibì a Carlo Emmanuele per comperare la sua alleanza che piccolissimi distretti di quel ducato, che probabilmente avrebbe ancora rivendicati quando la vittoria avesse coronate le sue armi. Allora il re di Sardegna fece un trattato provvisionale con Maria Teresa per la difesa del Milanese, cui riservavasi però di potere rinunciare, dandone avviso alla regina un mese prima. Questo trattato fu soscritto il primo febbrajo del 1742[323], ed obbligò Carlo Emmanuele ad entrare in guerra cogli Spagnuoli, i quali, sotto il comando dell'infante di Spagna, don Filippo, invasero tutta la Savoja, mentre che i Piemontesi uniti agli Austriaci sconfissero gli Spagnuoli nella Lombardia oltrepadana. Ma non perciò il re di Sardegna interrompeva le sue negoziazioni colla casa di Borbone, cui la sua alleanza avrebbe dato in mano il Milanese; ma egli poneva a cotale alleanza un altissimo prezzo. Diede a questi negoziati abbastanza pubblicità affinchè la corte di Vienna, e più ancora il suo alleato Giorgio II, sentissero la necessità di guadagnarlo al loro partito. Infatti, il 13 settembre del 1743, conchiusero con lui un trattato sottoscritto a Worms, col quale gli si promettevano Piacenza, Vigevano e l'alto Novarese, e per confini a Levante la Nura, il Ticino ed il lago Maggiore[324].
Dopo quest'alleanza Carlo Emmanuele agì vigorosamente contro i Francesi e contro gli Spagnuoli; ma mentre li combatteva, non lasciava di negoziare per tornare al loro partito: v'ebbero perfino de' preliminari sottoscritti a Torino, il 26 dicembre del 1745, tra la Francia e la Sardegna, le di cui condizioni avrebbero consolidata la potenza della casa di Savoja, ed assicurata l'indipendenza degli stati d'Italia. Si aboliva perfino il nome del santo romano impero, cagione di tante vessazioni pei pretesi stati feudali, e si escludevano i Francesi, gli Spagnuoli ed i Tedeschi da ogni possedimento nella penisola. Ma la diffidenza del re sardo, gl'indugj della corte di Spagna, e la rapida discesa in Italia di un'armata della regina d'Ungheria fecero rompere queste negoziazioni. Allora Carlo Emmanuele, unendosi di nuovo agli Austriaci, si mantenne costante nella loro alleanza fino alla pace d'Aquisgrana, che press'a poco gli accordò i vantaggi acquistati col trattato di Worms, tranne Piacenza, cui dovette rinunciare[325].
L'ultima parte del regno di Carlo Emmanuele fino alla morte che lo sorprese il 20 gennajo del 1773, ed il regno di Vittorio Amedeo III, che gli successe, furono sempre pacifici; e perchè in un paese in cui non si permette al popolo d'immischiarsi nelle cose del governo e della politica, i tempi di pace non offrono allo storico verun avvenimento, può risguardarsi la storia del Piemonte come affatto nulla in tutto questo periodo. Il governo non avrebbe tollerato che se ne conservasse qualche memoria, e veruno scrittore volle infatti esporsi a dispiacergli, narrando ciò che la suprema autorità seppelliva in un profondo segreto.
Il ducato di Milano, che durante la guerra della successione di Spagna, passò sotto il dominio di casa d'Austria, ebbe la sventura di essere saccheggiato in ogni guerra da tutte le potenze belligeranti, e smembrato in tutti i trattati di pace. La capitale perdette assai in popolazione ed in ricchezze, quando molte delle sue migliori province vennero sottratte al suo dominio e date al re di Sardegna. Le campagne in tempo della guerra non soffrirono meno della capitale; ma la loro prosperità venne più rapidamente repristinata, sia a cagione della maravigliosa loro fertilità, sia perchè il governo austriaco fu assai più giusto e più ragionevole che non quello degli Spagnuoli. In particolare la casa di Lorena si fece conoscere superiore all'antica casa d'Austria, e l'amministrazione del conte di Firmian (1759-1782) lasciò una grata memoria. Era omai questa la sorte dell'Italia di ricevere dall'estero i lumi ch'ella aveva sì lungamente sparsi in addietro; e le province, governate da stranieri monarchi, approfittavano dei progressi nelle scienze politiche, che i nazionali non avevano per anco fatti. Giuseppe II intraprese con zelo e con buona fede, ma spesso con troppo precipizio, le riforme oramai diventate necessarie. La pubblica opinione era tuttavia così traviata dall'ignoranza dei diritti del principato, che condannava quasi tutto ciò che questo sovrano faceva pel vantaggio del paese. Non perciò i suoi sforzi riuscirono del tutto vani; le lettere, i lumi ed alcune virtù pubbliche cominciarono a rigermogliare in Lombardia, e fu questa la provincia che fece più d'ogni altra sperare il risorgimento di una nazione italiana.
In principio del secolo i Gonzaga perdettero il ducato di Mantova, che da Giuseppe II venne assoggettato a quello di Milano, in compenso di ciò che aveva perduto dalla banda del Piemonte. L'imprudente Ferdinando Carlo Gonzaga si era lasciato vincere dal danaro sul principio della guerra della successione di Spagna, ed aveva acconsentito a ricevere in Mantova guarnigione francese, in conformità del trattato ch'egli soscrisse a Venezia il 24 febbrajo del 1701[326]. Con ciò, non solo richiamò la guerra ne' suoi stati, mentre egli nelle dissolutezze di Venezia cercava di scordare le sventure de' suoi sudditi, ma inoltre diede un pretesto all'imperatore di porlo al bando dell'impero. In fatti, avendo i Francesi, in virtù della convenzione di Milano del 13 maggio 1707, evacuata la Lombardia, Mantova e tutto il suo ducato vennero occupati dagl'imperiali; fu dichiarato il duca colpevole di fellonìa, ed i suoi feudi riuniti alla diretta dell'impero; poco dopo Ferdinando Carlo morì in Padova il 5 di luglio del 1708 senza prole. Rimaneva di questa famiglia un ramo cadetto, quello dei duchi di Guastalla e di Sabbionetta, principi di Bozzolo, formato da Federico di Gonzaga, illustre generale del sedicesimo secolo. Ma invano questi richiamarono la successione d'uno stato che loro apparteneva per le leggi dell'impero, e che rimase confiscato. Anche questa linea si spense in Giuseppe Maria Gonzaga che morì il 15 d'agosto del 1746, e la pace di Aquisgrana aggiunse i piccoli stati di lui a quelli di Parma e di Piacenza[327].
Ne' primi anni del diciottesimo secolo i ducati di Parma e di Piacenza erano governati da Francesco Farnese, succeduto a Rannuccio II, suo padre, l'undici dicembre del 1694. Fino dalla sua più fresca giovinezza trovavasi oppresso da una straordinaria grassezza, diventata ereditaria nella sua famiglia; inoltre balbettava, ed a questi esteriori difetti rispondeva la debolezza del suo spirito, onde aveva contratto un estremo timore di mostrarsi in pubblico, e tenevasi a tutti celato. Durante la guerra della successione di Spagna, ricevette guarnigioni pontificie, onde far rispettare la sua neutralità e quella della Chiesa di cui riconoscevasi feudatario. A fronte di ciò i Tedeschi violarono più volte il suo territorio. Non avendo avuti figliuoli da Dorotea di Neuburgo, vedova di suo maggior fratello, ch'egli aveva sposata il 16 settembre del 1714, maritò Elisabetta Farnese, figlia di suo fratello, a Filippo V, re di Spagna. Sebbene le femmine non fossero chiamate all'eredità de' feudi della Chiesa, fu però Elisabetta che trasmise alla casa di Borbone quelle pretese sui ducati di Parma e di Piacenza, che fecero dare quei ducati al secondo de' di lei figli[328].
Francesco Farnese mai non aveva voluto dare a suo fratello Antonio una sufficiente entrata per potersi ammogliare; altronde Antonio non aveva che un anno meno del duca, ed aveva la stessa mostruosa corpulenza, lo che faceva risguardare come di già spenta la casa Farnese, quando nel 1720 il trattato della quadruplice alleanza impose leggi alla Spagna, per terminare la guerra eccitata dal cardinale Alberoni. L'eredità di Parma e quella della Toscana furono assegnate ad un figlio di Elisabetta Farnese e di Filippo V, che non fosse re di Spagna; i ducati di Parma e di Piacenza vennero dichiarati feudi imperiali, malgrado le rimostranze di Clemente XI, e fu convenuto che per la guarenzia di questa eventuale successione sarebbero, durante la vita degli ultimi principi Farnesi, occupati da guarnigioni svizzere. Questi accomodamenti furono inoltre raffermati dal trattato fatto il 30 aprile del 1725 tra l'Austria e la Spagna[329].
L'infante don Carlo, cui erano destinati questi principati italiani, non recossi nella penisola che dopo la morte del duca di Parma, Francesco, accaduta il 26 di febbrajo del 1727. Suo fratello, don Antonio, allora in età di quarantotto anni, si affrettò di cercarsi una consorte per conservare ancora, se era possibile, la casa Farnese; ed in febbrajo del 1728 sposò Enrichetta d'Este, terza figlia del duca di Modena. Il papa Benedetto XIII e l'imperatore Carlo VI gli prescrissero nello stesso tempo di ricevere dalla Chiesa e dall'impero l'investitura dei suoi ducati; ma, temendo di compromettersi con sovrani tanto di lui più potenti, e per non dare la preferenza a veruno di loro, egli ricusò l'uno e l'altro. In tali circostanze la Francia, l'Inghilterra e la Spagna convennero, in forza di un trattato sottoscritto in Siviglia il 9 novembre del 1729, che sei mila Spagnuoli verrebbero destinati a formare le guarnigioni di Livorno, Porto Ferrajo, Parma e Piacenza, onde guarentire la successione a don Carlo. Tale sostituzione delle truppe spagnuole alle svizzere spiacque all'imperatore, il quale rifiutò di accettare il trattato di Siviglia, e fece passare trenta mila uomini in Lombardia, per opporsi all'introduzione delle guarnigioni spagnuole[330].
I duchi di Parma e di Toscana, che vedevano, mentre ancora erano vivi, e malgrado loro, altri liberamente disporre della propria eredità, non temevano meno le truppe estere, che, occupando i loro stati, vorrebbero dar loro la legge, di quello che temessero la guerra che l'imperatore mostravasi apparecchiato ad intraprendere per tenerle lontane. Il loro regno si andò consumando in tristi negoziazioni, le quali tutte avevano per oggetto l'epoca della loro morte, creduta assai vicina, sebbene fossero ambidue pieni di vita e non ancora usciti dalla virilità. Però le truppe spagnuole non erano per anco sbarcate in Italia, quando Antonio, ultimo duca della casa Farnese, morì il giorno 20 gennajo del 1731. Ne' pochi anni del suo regno costui risguardò le finanze de' suoi stati come un'entrata vitalizia; sagrificò le generazioni che dovevano seguirlo a' suoi piaceri del momento, non limitando in verun modo le sue prodigalità, sia che si trattasse di appagare i suoi gusti, o di guadagnare la riconoscenza degli adulatori e dei favoriti che lo circondavano[331].