La duchessa Enrichetta, vedova dell'ultimo duca di Parma, credevasi incinta, e non riconobbe d'essersi ingannata che in settembre dello stesso anno, nella quale epoca lasciò Parma per tornare a Modena. Tale incertezza diede tempo alle altre potenze di convenire intorno alle rispettive pretese. Nel giorno 23 di gennajo del 1731, il generale imperiale aveva preso possesso di Parma e di Piacenza, veramente per conto dell'infante di Spagna, ma con truppe tedesche: un commissario pontificio, che in allora si trovava a Parma, protestò solennemente il giorno 24 contro un tale atto di possesso, contrario al supremo dominio della Chiesa. Una nuova convenzione, sottoscritta il 22 luglio del 1731, tra l'imperatore, il re di Sardegna e l'Inghilterra, riconfermò le convenzioni della quadruplice alleanza. L'infante don Carlo non arrivò a Livorno che il 27 di dicembre seguìto dalle truppe spagnuole, che dovevano per lui occupare i suoi nuovi stati. Dopo essersi trattenuto parecchj mesi in Toscana presso il gran duca Giovan Gastone de' Medici, che in certo qual modo veniva obbligato ad adottarlo ed a riconoscerlo quale suo presuntivo erede, don Carlo entrò trionfalmente in Parma il 9 di settembre del 1732[332].
L'imperatore Carlo VI aveva dato per tutori a don Carlo la di lui ava materna, la duchessa Dorotea, vedova di Odoardo, poi di Francesco Farnese, ed il gran duca di Toscana; ma nel susseguente anno la casa di Borbone, avendo attaccata quella d'Austria, don Carlo, che il 20 di gennajo del 1733 era giunto a diciassette anni, dichiarossi egli stesso maggiore, ed in pari tempo prese il comando dell'esercito spagnuolo in Italia. Siccome dal canto suo il duca di Savoja, Carlo Emmanuele III, si era posto alla testa delle truppe francesi, ed avea fatta rapidamente la conquista del Milanese, così don Carlo, che più non era in Lombardia necessario, in principio di gennajo del 1734 prese colle truppe spagnuole la strada di Napoli, onde tentare la conquista di quel regno. Sperando allora di cambiare i due piccoli ducati di Parma e di Piacenza con una vasta monarchia, e più non supponendo di entrare nell'eredità a lui destinata da tanti anni, don Carlo spogliò i palazzi Farnesi de' loro più ricchi effetti, per portarli seco. Il duca di Montemar, che dirigeva le sue operazioni, il 27 di maggio sconfisse presso Bitonto la piccola armata imperiale, la sola che avesse osato di resistergli, perciocchè fin dal 9 aprile la capitale aveva aperte le sue porte agli Spagnuoli: e prima che terminasse la campagna, i due regni di Napoli e di Sicilia furono totalmente assoggettati a don Carlo[333].
Sebbene questo principe, allorchè partiva da Parma, avesse mostrato di rinunciare a quella sovranità, la facile conquista del regno di Napoli risvegliarono la sua ambizione e quella di suo padre. Si lusingarono di ricuperare tutto ciò che la pace d'Utrecht aveva tolto in Italia alla corona di Spagna; e nel 1735 il duca di Montemar si rimise in cammino alla volta della Lombardia per intraprendervi nuove conquiste. Ma il cardinale di Fleurì era omai stanco di servire all'ambizione spagnuola; il 3 di ottobre fece sottoscrivere in Vienna i preliminarj della pace coll'imperatore; ed ordinò al duca di Noailles di non dare più ajuto al generale spagnuolo; onde il duca di Montemar, stretto improvvisamente dai Tedeschi, si vide forzato a ritirarsi precipitosamente a traverso alla Toscana alla volta del regno di Napoli[334].
In aprile del susseguente anno le guarnigioni spagnuole, che occupavano Parma e Piacenza, evacuarono quelle due città, seco trasportando le biblioteche e la galleria dei Farnesi, tutti i quadri, tutti i mobili e tutti gli effetti preziosi de' palazzi saccheggiati; di modo che al dolore di perdere la propria indipendenza i popoli aggiunsero quello di vedersi spogliati di tutti gli ornamenti delle loro città. Allora i ministri spagnuoli, a nome di don Carlo, dichiararono i sudditi di Parma e di Piacenza sciolti dal loro giuramento di fedeltà, e subito partirono senza consegnare quegli stati agli Austriaci: ma non si furono appena ritirati che il principe di Lobkowitz ne prese il possesso, il giorno 3 di maggio del 1736, a nome dell'imperatore[335].
Parma e Piacenza non rimasero lungamente unite al ducato di Milano, perciocchè cinque anni dopo tale cessione, si estinse la casa d'Austria; ed il re di Spagna vantando diritti sull'eredità di Carlo VI, il duca di Montemar sbarcò il giorno 9 dicembre del 1741 ad Orbitello con un esercito spagnuolo destinato a fare in Italia nuovi acquisti. La regina di Spagna, Elisabetta Farnese, aveva un altro figlio, chiamato don Filippo, nato il cinque di marzo del 1720. Quest'ambiziosa principessa, che continuamente lagnavasi di avere perduta l'eredità della propria famiglia, risolse di formare a suo figlio uno stato in Italia. Lo pose alla testa di un'armata spagnuola adunata nel 1742 ai confini della Provenza, la quale, sebbene occupasse subito la Savoja, non potè che dopo lungo tempo penetrare in Italia. Il re di Napoli era stato costretto dall'ammiraglio Matheus a dichiararsi neutrale il 19 agosto del 1742, onde non vedere bombardata la sua capitale. Il duca di Modena, che aveva abbracciato il partito francese, era stato cacciato dai suoi stati: ed i ducati di Parma e di Piacenza erano caduti in mano dei Tedeschi; onde soltanto in settembre del 1745 l'infante don Filippo potè entrare negli stati che pretendeva di sua ragione[336].
Appena cominciava don Filippo ad avere in Lombardia la fortuna propizia, che la corte di Spagna pensò a formargli uno stato, non più delle sole città di Parma e di Piacenza, ma di tutto il Milanese. Era entrato in Milano il 16 di dicembre del 1745, quando la pace parziale fatta dal re di Prussia con Maria Teresa permise a questa sovrana di portare la maggior parte delle sue forze in Italia; allora don Filippo fu costretto ad abbandonare Milano il 19 di marzo, e tutti i Francesi e gli Spagnuoli furono scacciati dalla Lombardia prima che terminasse la campagna del 1746[337].
Nella stessa campagna aveva don Filippo perduto il suo principale appoggio in Filippo V, suo padre, morto il 9 di luglio del 1746. Ferdinando VI, figlio di Filippo V, del primo letto, succedutogli alla corona di Spagna, non prendeva un troppo vivo interesse allo stabilimento de' figliuoli di sua matrigna. Perciò la corte di Spagna fu contenta di ottenere, col trattato di Aquisgrana, i due ducati di Parma e di Piacenza, che tornarono a ricuperare l'indipendenza il 18 ottobre del 1748, ed ebbero qualche ingrandimento coll'unione fattavi del piccolo ducato di Guastalla[338].
La guerra della successione d'Austria aveva in certo qual modo interessata tutta l'Europa alla trasmissione dell'eredità dei Farnesi ad un ramo dei Borboni. Ma dopo quest'avvenimento gli stati di Parma e di Piacenza ricaddero nell'oscurità sotto il regno dell'infante don Filippo, che morì il 18 luglio del 1765, e sotto quello di suo figlio e successore don Ferdinando. Per altro il gusto di don Filippo per le lettere e per la filosofia, la protezione da lui accordata agli scrittori francesi, la scelta fatta per educare suo figlio dell'abate di Condillac, furono cagione che s'introducessero in Lombardia nuove idee, con un certo sentimento di libertà civile e religiosa, che dal governo spagnuolo era stato per lo innanzi severamente proscritto. Le città di Parma e di Piacenza, che nei precedenti secoli avevano avuta così piccola parte alla gloria letteraria dell'Italia, parvero animate da nuova vita, e vi fiorirono molti uomini illustri.
Nella prima metà del diciottesimo secolo i ducati di Modena e di Reggio non furono meno sventurati di quelli di Parma e di Piacenza. Rinaldo d'Este, che regnava in Modena fino dal 1694, abbracciò il partito imperiale nella guerra della successione di Spagna. Perciò tutti i suoi stati furono invasi dai Francesi, ed egli medesimo fu costretto a ripararsi in Bologna fino al 1707, in cui la Lombardia venne evacuata dalle armate dei Borboni. La pace d'Utrecht gli ratificò il possedimento di tutto ciò che aveva prima della guerra, e vi aggiunse nel 1718 il piccolo ducato della Mirandola, comperato dall'imperatore, che lo aveva confiscato a pregiudizio di Francesco Pico, ultimo principe di questa famiglia. Rinaldo, conservandosi fedele allo stesso partito, fu per la seconda volta costretto a ripararsi in Bologna nella guerra del 1734, mentre che i suoi stati vennero occupati dai Francesi e dagli Spagnuoli. Finalmente rientrò nella sua capitale il 24 di maggio del 1736, ove morì diciassette mesi dopo, il 26 di ottobre del 1737, in età di ottantadue anni[339].
Il duca Rinaldo, che era stato cardinale, che non aveva deposto l'abito ecclesiastico che in età di quarant'anni, e ch'era giunto ormai ad avanzata vecchiaja in tempo dell'ultima guerra in cui erasi trovato suo malgrado avviluppato, non prendeva veruna parte nelle operazioni militari. Suo figlio Francesco III, che gli successe, era stato militarmente educato, ed aveva gusto per le cose della guerra. Prima di salire sul paterno trono aveva fatta una campagna contro i Turchi; ricercò l'alleanza della casa di Borbone nella guerra della successione dell'Austria, e fu nominato generalissimo delle armate francesi e spagnuole, che in Italia militavano contro Maria Teresa. Egli diede con ciò motivo agli Austriaci di invadere i suoi stati, di guastarli e d'opprimerli colle contribuzioni, mentre ch'egli conduceva il suo esercito nello stato pontificio, ove si mantenne lungamente; indi venne nella riviera di Genova, in Provenza ed in Savoja, dov'ebbe comune fortuna coll'infante don Filippo. Fu rimesso finalmente ne' suoi stati nel 1748 dal trattato di Aquisgrana; ma li trovò ruinati dalle truppe austriache e piemontesi, che gli avevano occupati più anni, ed egli aggiunse ancora alla loro miseria col peso di nuove imposte e col cattivo sistema delle sue finanze. Morì di ottantadue anni il 23 febbrajo del 1780. La fama dei due più eruditi italiani, Muratori e Tiraboschi, suoi sudditi e suoi pensionati, sparse qualche gloria sul suo regno.