Era ne' destini dei ducati di Modena e di Reggio di essere governati da vecchi principi. Ercole III, figliuolo di Francesco III, era ammogliato da circa quarant'anni quando successe a suo padre. Aveva sposata in settembre del 1741 Maria Teresa Cibo, unica figlia ed erede di Alderano Cibo, ultimo duca di Massa e di Carrara, ed aveva per tal modo fatto entrare nella sua famiglia un quarto ducato, oltre quelli di Modena, di Reggio e della Mirandola[340]. Il ducato di Massa e Carrara era uno de' molti piccoli feudi imperiali posseduti dai marchesi Malaspina tra la Liguria, la Lombardia e la Toscana. Due secoli e mezzo prima era passato, per mezzo di una femmina, sotto il titolo di marchesato, a Franceschetto Cibo, figlio d'Innocenzo VIII; era stato eretto in ducato nel 1664; e di nuovo passò per una donna alla casa d'Este[341]. Diventato duca in età avanzata, Ercole III fu accusato, ancora più de' suoi due predecessori, di avarizia, vizio che spesso si rimprovera alla vecchiaja. Egli accumulò un tesoro, che invece di servire alla sua difesa nell'istante del bisogno, accrebbe il suo pericolo, eccitando la cupidigia dei suoi nemici. Il 14 ottobre del 1771 maritò l'unica sua figlia coll'arciduca Ferdinando d'Austria; e questa principessa è rimasta l'unica rappresentante de' principi d'Este, in addietro sovrani di Ferrara, Modena e Reggio; dei Malaspina e dei Cibo, signori di Massa e di Carrara; dei Pichi, sovrani della Mirandola, e dei Pii, sovrani di Carpi e di Correggio; perciocchè tutte le case sovrane d'Italia sembravano percosse dallo stesso destino, e la stessa casa d'Este era pure vicina a spegnersi, allorchè perdette i suoi stati nelle guerre della rivoluzione.
Si erano vedute spegnersi in Napoli le case dei Durazzo, d'Angiò e d'Arragona; a Milano quelle de' Visconti e degli Sforza; quella de' Paleologhi nel Monferrato; dei Montefeltro e della Rovere in Urbino; dei Gonzaga a Mantova, Guastalla e Sabionetta; dei Farnesi in Parma e Piacenza; e l'Italia vide pure spegnersi nel diciottesimo secolo, prima delle case Cibo e d'Este, la casa dei Medici, che, erede di una gloria acquistata da rimotissimi antenati, era illustre a motivo dei grandi cittadini di Firenze da lei prodotti, non per i suoi gran duchi.
Cosimo III regnava in Firenze fin dal 1670, ed anche salendo sul trono la sua vita era amareggiata dalle sue contese con Margarita d'Orleans, sua sposa, cui era diventato insoffribile a cagione de' suoi sospetti e della sua domestica tirannide: ma egli dall'altro canto non aveva avuto a soffrir meno pelle stravaganze di questa principessa francese, e pel disprezzo ch'essa gli mostrava. Egli stesso, disgraziato nel suo interno, pareva che non potesse interessarsi in un matrimonio senza renderlo altresì disgraziato ed infecondo. Il suo maggior figliuolo, Ferdinando, che morì prima di lui, il 30 di ottobre del 1713, sebbene di già in età di cinquant'anni non aveva avuto prole da Violante Beatrice di Baviera sposata nel 1688: e sua figlia, Anna Maria Luigia, che nel 1691 aveva sposato Giovanni Guglielmo, elettore palatino, fu pure infeconda. Il suo secondo figliuolo, Giovan Gastone non ebbe pure figli dalla principessa di Sassonia Lavemburg, sposata nel 1697[342]; onde per non vedere spenta la sua famiglia entro pochi anni, Cosimo III persuase, all'ultimo, nel 1709, suo fratello Francesco Maria, di già in età di cinquant'anni, a deporre la sacra porpora, ed a sposare Eleonora di Gonzaga, figlia del duca di Guastalla; ma nè questo matrimonio fu più fecondo degli altri. Ferdinando e Francesco Maria morirono prima di Cosimo III; Giovan Gastone, separato dalla moglie, e pieno d'infermità, non poteva più nutrire speranze di prole; e Cosimo vedeva con amaro dolore le principali potenze dell'Europa disporre, mentre ancor viveva egli e suo figlio, della sua eredità. Riclamò invano a favore dei diritti della repubblica fiorentina, di cui i suoi antenati non erano stati che semplici rappresentanti, ed alla quale doveva perciò ritornare la sovranità dopo estinta la linea dei Medici[343]. Tentò pure di farne passare l'eredità alla figliuola, quella che più amava di tutti i suoi figli; volle almeno decidere egli stesso tra i pretendenti alla corona di Toscana; ma i diplomatici europei, non valutando più i suoi diritti che quelli del suo popolo, non degnaronsi pure di ascoltarlo nel disporre de' suoi stati. Finalmente egli morì il 31 d'ottobre del 1723 dopo avere sofferte le più amare mortificazioni, ed avere avuti tanti dispiaceri quanti erano stati i mali che aveva fatti soffrire al suo popolo[344].
Giovan Gastone, che successe a Cosimo III, era stato lo scopo delle persecuzioni degl'ipocriti che infestavano la corte di suo padre; egli non aveva mai trovato nel suo palazzo, che noja, suggezione e tristezza. Tosto che si vide liberato dall'oppressione in cui aveva vissuto fino ai cinquantadue anni, cercò col circondarsi di buffoni e di persone non ad altro intese che a tenerlo allegro, di dimenticare come meglio poteva, e le sue infermità che lo ritenevano frequentemente a letto, e la divisione della sua eredità, di cui facevasi tanto rumore in Europa. Giovan Gastone era un buon uomo, ma non sapeva leggere nell'avvenire; non pensava alla miseria de' suoi sudditi, che mai non vedeva, e non poneva limiti alle sue prodigalità, affinchè tutti coloro che lo avvicinavano si ritirassero con volto soddisfatto. Le finanze furono dilapidate, l'amministrazione cadde tra le mani de' serventi, e di gente affatto spregievole. Finalmente egli morì di sessantasei anni, il 9 di luglio del 1737, lasciando a' suoi successori il troppo difficile incarico di rimediare ai mali della Toscana[345].
Francesco, duca di Lorena, sposo di Maria Teresa, cui era stata data la Toscana, venne, in gennajo del 1738, a visitare i suoi nuovi stati; ma vi si trattenne poco tempo. Il principe di Craon, Marco di Beauvau, suo mentore, era stato destinato a ricevere il giuramento dai nuovi sudditi di Francesco, e governò la Toscana coll'autorità di un vicerè. Fu ajutato nella sua amministrazione dal conte di Richecourt, il più illustre ministro del nuovo gran duca, che nel 1745 ottenne il titolo d'imperatore. Occuparonsi l'uno e l'altro della riforma delle leggi della Toscana, del miglioramento delle finanze, e della più regolare ed imparziale amministrazione della giustizia.
La vedova dell'elettore palatino, sorella di Giovan Gastone, ch'era tornata alla corte di suo padre nel 1717, e che aveva sopra di lui esercitata grandissima influenza, sopravvisse anche al fratello che non l'amava, e che non era da lei amato. Questa principessa, il 31 ottobre del 1737, si lasciò persuadere a rinunciare alla casa di Lorena tutta l'eredità mobile ed immobile della casa de' Medici, contro una pensione vitalizia di quaranta mila scudi fiorentini. Il gran duca Francesco le accordò il titolo di reggente, le diede delle guardie al palazzo e tutte le apparenze d'una corte. Ella morì finalmente in Firenze il 18 di febbrajo del 1743 in età di settantasei anni, ma in lei non si spense affatto la casa de' Medici; se ne conservò tuttavia un ramo, discendente da uno degli antenati di Cosimo, il padre della patria; ma perchè non era stato contemplato dal decreto di Carlo V, non si trattò giammai di chiamarlo alla successione della corona ducale[346].
L'imperatore Francesco I, che in Toscana portava il nome di Francesco II, morì a Vienna il 18 di agosto del 1765. Mentre che il suo primo figliuolo, Giuseppe II, gli succedeva negli stati dell'Austria, il secondo, Pietro Leopoldo, allora in età di diciotto anni, fu dichiarato gran duca di Toscana, e venne a prendere possesso del suo principato l'undici di settembre del 1765. Veruno stato d'Italia non ebbe mai più grandi obblighi al suo sovrano, quanto la Toscana a Pietro Leopoldo. Questi, continuamente occupato a riformare tutti gli abusi introdottisi nel lungo spazio di oltre dugent'anni di una difettosa amministrazione, semplificò le leggi civili, addolcì le criminali, diede la libertà al commercio, disseccò intere provincie, dividendone la proprietà fra industri coltivatori, che caricò di una leggiere contribuzione: ed in tal modo raddoppiò i prodotti dell'agricoltura, e rendette ai suoi sudditi quell'attività e quell'industria che avevano da tanto tempo perdute. Tentò altresì di correggere la corruzione de' costumi, e di comprimere gli eccessi della superstizione; ma non devesi dissimulare che talvolta stancheggiò i suoi sudditi con una troppo inquisitoriale vigilanza, e che scontrò una violenta opposizione alle sue riforme ecclesiastiche per parte del concilio provinciale che adunò il 23 aprile del 1787. I pregiudizj del clero ed i vizj del popolo si collegarono contro un principe forse troppo attivo nel suo desiderio di fare il bene; e quando la morte di Giuseppe II chiamò Leopoldo a cedere il gran ducato al secondo de' suoi figliuoli, per prendere la corona imperiale, il popolo toscano non mostrossi abbastanza riconoscente verso un principe così grande.
I due regni di Napoli e di Sicilia, ai quali la guerra dell'elezione di Polonia aveva nel 1738 restituito un monarca indipendente, ebbero motivo di lodarsi delle opinioni e dell'energia che loro recava una straniera nazione. I popoli lungamente corrotti dal dispotismo cadono finalmente in un letargico sonno, dal quale più non si possono risvegliare colle sole loro forze, se non si arrecano loro nuove idee da straniere contrade, se non si pongono loro avanti agli occhi nuovi esempi, e se una mescolanza di diversi elementi non risveglia nel loro seno un vivificante fermento. Tre figliuoli di Filippo V, Ferdinando VI in Ispagna, Carlo VII a Napoli e Filippo a Parma, risvegliarono, introducendovi una corte francese, libri, instituzioni e pensare francesi, l'attività da gran tempo sopita dei popoli meridionali ch'essi governavano in Ispagna ed in Italia. Parve che i figli di Filippo V nulla ritenessero della timida superstizione del padre, nè degli artificiosi intrighi della madre. Mostrarono nella loro amministrazione il desiderio del bene, indipendenza di spirito, ed anche idee liberali.
Don Carlo, che si fece chiamare Carlo VII di Napoli, Carlo V di Sicilia, e che all'ultimo fu Carlo III di Spagna, giovò molto ai due primi regni negli undici anni che li governò dopo la pace d'Aquisgrana. Pure il suo lavoro era appena cominciato, e sarebbe stato d'uopo che fosse stato lungo tempo continuato dietro i medesimi principj, per produrre una durevole riforma in un paese in cui doveva mutarsi ogni cosa. Carlo poteva appena lusingarsi che il suo successore fosse a portata di tener dietro alle sue viste: sommamente desolante era lo stato in cui egli vedeva la sua famiglia, la quale pareva tocca nelle facoltà intellettuali da un vizio ereditario. Filippo V, suo padre, aveva passata gran parte della sua vita in una sospettosa malinconia, che gli rendeva odiosa la compagnia degli uomini, e che in un privato avrebbe avuto il nome di follia[347]. Ferdinando, suo fratello, signoreggiato da sua moglie, principessa portoghese, dopo la di lei morte, accaduta il 27 agosto del 1758, erasi ridotto in uno stato ancora più deplorabile, alternando furiosi accessi di frenesia con alcuni istanti di cupa disperazione, cui davasi il nome di lucidi intervalli. Questo delirio durò quasi un anno, dopo il quale Ferdinando morì il 10 agosto del 1759; e perchè non lasciava figliuoli, Carlo passò dal trono di Napoli a quello di Spagna. Il suo maggiore figliuolo, Filippo Antonio, allora di dodici anni, era a tale stato d'imbecillità ridotto, che fu necessario privarlo della corona; ed in vece di lui Carlo fece riconoscere per principe delle Asturie il secondo, in età di undici anni, che fu poi Carlo IV di Spagna; e dichiarò il terzo, che aveva 9 anni, re delle due Sicilie, ed è Ferdinando IV, attualmente regnante. Durante la sua minorità, ed anche molto tempo dopo il suo termine legale, Carlo III mantenne una decisiva influenza sui consiglj delle due Sicilie[348].
In verun secolo ebbe la Chiesa romana sulla cattedra di san Pietro uomini più distinti per moralità, per rettitudine di spirito, talvolta per talenti amministrativi ed anche per liberali opinioni. Con tutto ciò questi papi, degni di tanto rispetto e di tanta stima, non hanno potuto fare argine allo spaventoso e sempre più rapido decadimento dello stato della Chiesa, nè porgere rimedio ai vizj di un governo fondato sul principio di affidare tutti i rami dell'amministrazione a coloro che ben conoscono la teologia e poco gli affari.