Clemente XI (Gian Francesco Albani), che regnò dal 24 novembre 1700, fino al 9 di marzo del 1721, fu, quasi suo malgrado, l'autore delle persecuzioni dirette in Francia contro i Giansenisti. La famosa costituzione Unigenitus, a lui estorta dall'intrigo, compromise la sua autorità, e fu il grand'affare politico del suo regno. La guerra della successione di Spagna trattavasi ai confini de' suoi stati; e mentre che dalla sua debolezza egli veniva forzato a riconoscere quello dei due emuli di cui aveva più ragione di temere, ambidue gli rimproveravano ciò che accordava all'altro, ed il castigo cadeva sopra i suoi sudditi[349].
Il cardinale Michel Angelo Conti, che fu creato papa il 28 di maggio del 1721, sotto il nome d'Innocenzo XIII, non ebbe un regno abbastanza lungo per lasciare una circostanziata memoria della sua amministrazione, non essendo quasi altro di lui noto che l'obbligo impostogli di nominare cardinale l'abate Dubois, e la riabilitazione del cardinale Alberoni, contro al quale il suo predecessore aveva fatta cominciare una legale processura[350].
Innocenzo XIII morì il 7 di marzo del 1724; ed il cardinale Vincenzo Maria Orsini, che gli fu dato per successore, il 29 di maggio del 1724, prese il nome di Benedetto XIII. Di già sommamente indebolito dalla sua troppo avanzata età, egli non fece nulla di conforme alle sue pie e pacifiche intenzioni; la privata sua condotta fu costantemente piena di dolcezza, di umiltà, di carità; volle sinceramente mettere un termine alle persecuzioni del giansenismo, ma le sue bolle produssero un affatto contrario effetto. La sua amministrazione fu in Roma macchiata dalle concussioni e dalla avarizia del cardinale Coscia di Benevento, cui aveva accordata una cieca confidenza; e ne risultò una mancanza di circa cento venti mila scudi romani nelle entrate della camera apostolica, la quale fu forza coprire con nuovi prestiti, accrescendo in tal modo la massa di già enorme de' precedenti debiti. Benedetto XIII morì il 21 febbrajo del 1730, e nello stesso istante scoppiò in Roma una sollevazione. Il popolo voleva colle proprie mani vendicarsi del cardinale Coscia e di tutti i ministri subalterni da lui chiamati da Benevento, accusati d'avere venduta la giustizia, gl'impieghi e le grazie ecclesiastiche. Le grida del pubblico costrinsero il successore di Benedetto XIII a fare il processo del cardinale Coscia ed a chiuderlo in castel sant'Angelo[351].
Successore di Benedetto XIII fu Lorenzo Corsini, fiorentino; che fu eletto il 12 luglio del 1730, e che prese il nome di Clemente XII. Aveva, quando fu eletto, settantott'anni, e visse altri dieci anni; perciocchè tale è la malvagia sorte degli stati romani, che il supremo potere si trovi sempre affidato ad un uomo che deve imparare l'arte difficilissima del sovrano, in quell'età in cui converrebbe piuttosto ritirarsi da tutti gli affari. Clemente XII trovavasi in difficilissime circostanze: verun monarca, nemmeno dei paesi che parevano tuttavia oppressi dal giogo della superstizione, più non conservava verso la santa sede quello spirito di sommissione, di cui si erano fatti un dovere i loro predecessori. La corte di Portogallo era entrata colla corte di Roma in tali contese di etichetta, che prendevano un serio carattere; quella di Torino aveva aggiunti al dominio della corona molti feudi ecclesiastici; quella di Francia faceva bloccare la contea di Avignone per contestazioni di contrabbando; e le corti di Vienna e di Madrid disponevano dei ducati di Parma e di Piacenza, come se fossero stati feudi dell'impero, mentre che da circa dugent'anni erano riconosciuti per feudi della Chiesa. Sebbene Clemente XII di leggieri si potesse avvedere del cambiamento dello spirito del secolo, non sapeva risolversi a rinunciare ad alcuni dei diritti esercitati dai suoi predecessori, e tutto il suo regno si passò in penose dispute[352].
Dopo i preliminari di pace, sottoscritti in sul finire del 1735, tra la Francia e l'Austria, senza che avesse voluto soscriverli anche la Spagna, il conte di Kevenhuller strinse l'armata spagnuola del duca di Montemar, che andava ritirandosi verso il regno di Napoli. Il generale austriaco entrò nelle tre legazioni con trenta mila austriaci, lasciando che vivessero a discrezione presso gli sventurati abitanti del Bolognese, del Ferrarese e della Romagna; mentre che gli Spagnuoli ed i Napolitani non risparmiavano Velletri e la stessa Roma; di modo che lo stato della Chiesa, senz'avere violata la neutralità, sperimentò sotto Clemente XII quasi tutti i disastri della guerra[353].
Nell'ultimo anno del papato di Clemente XII il cardinale Alberoni, nominato suo legato in Romagna, tentò di unire alla santa sede la piccola repubblica di san Marino, troppo debole e troppo povera per tentare prima di tale epoca l'ambizione di chicchefosse. Il governo di quella terra aveva degenerato in oligarchia, e l'Alberoni aveva preteso che i malcontenti, che formavano il grosso della popolazione, desiderassero di assoggettarsi al dominio della santa sede; bastarono al cardinale dugento soldati, ajutati dai birri della Romagna, per impadronirsi verso la metà di ottobre del 1739 di tutto lo stato di san Marino. Ma furono portate al papa le rimostranze degli abitanti; e il papa ebbe l'integrità di riconoscere, che aveva con soverchio precipizio dato l'assenso al suo legato: ordinò che gli abitanti di san Marino fossero invitati ad emettere liberamente il loro voto, e quando li vide unanimamente domandare la loro indipendenza, li fece riporre in libertà. Questo pontefice sopravvisse pochi giorni a così onorevole azione; da lungo tempo era forzato a starsi in letto, ed aveva perduta la vista quando morì il 6 febbrajo del 1740[354].
Clemente XII ebbe per successore Benedetto XIV, già Prospero Lambertini, il più virtuoso, il più dotto, il più amabile dei Romani pontefici. Era nato il 13 marzo del 1675, e fu eletto il 17 agosto del 1740. Benedetto XIV seppe il primo rinunciare dignitosamente alle pretese della corte romana, uniformandosi allo spirito del secolo, senza scuotere violentemente la propria Chiesa; assopì le controversie giansenistiche; ottenne il rispetto e la considerazione de' principi e dei popoli protestanti, e dei filosofi di tutte le nazioni e di tutte le sette[355]; ma i sovrani cattolici violarono crudelmente la neutralità da lui professata, e distrussero la tranquillità de' suoi stati: egli aveva ultimate nel primo anno del suo regno tutte le controversie eccitate da' suoi predecessori colle corti di Spagna, di Portogallo, delle due Sicilie e di Sardegna; quando nello stesso anno la guerra per la successione dell'Austria accrebbe le difficoltà ed i pericoli dello stato della Chiesa. Il duca di Montemar, generale spagnuolo, fu il primo a violare la neutralità del papa, entrando in febbrajo del 1742 nel territorio di san Pietro coll'armata sbarcata ad Orbitello, e che andava ad unirsi in Romagna a quella del duca di Castro-Pignano, generale dei Napolitani. La loro presenza attirò negli stati della Chiesa l'esercito austriaco e piemontese, che si avanzava per venire a battaglia; dopo tale epoca, e finchè durò questa guerra, lo stato della Chiesa fu continuamente attraversato, e spesso guastato dalle due armate. La battaglia di Velletri, dell'undici agosto del 1744, tra il principe di Lobkowitz, il re di Napoli ed il duca di Modena, fu assai più fatale a quest'infelice città che all'una od all'altra armata, che pure vi sparsero molto sangue[356]. Dopo la pace di Aquisgrana, Benedetto XIV ottenne qualche indennizzazione pei mali sofferti da' suoi sudditi; ma troppo mancava perchè fosse bastante compenso ai sofferti danni. La saviezza e l'economia del papa riuscirono loro assai più vantaggiose, perciocchè colmarono il vuoto delle finanze, minorarono il debito, e cominciarono a ristabilire il commercio e l'agricoltura. La morte che lo rapì il 3 maggio del 1758, non gli permise di fare tutto il bene che desiderava.
Carlo Rezzonico, veneziano, successe il 6 di luglio del 1758 a Benedetto XIV, e prese il nome di Clemente XIII. Mostrò dal canto suo molto zelo per la riforma de' costumi, per la difesa della fede e per la correzione del clero; ma non aveva di lunga mano nè l'ingegno, nè l'accorgimento, nè la moderazione, nè la fermezza del suo predecessore. Fu strascinato in passi contraddittorj e talora imprudenti, per provvedere alla carestia che tribolò i suoi stati dal 1764 al 1766; volle sostenere le vecchie pretese della santa sede sul ducato di Parma, e per tale motivo si disgustò nel 1768 colla casa di Borbone; sicchè la Francia occupò Avignone, Napoli e Benevento, e la Spagna minacciò di trattenere le entrate della Chiesa. La soppressione dell'ordine dei Gesuiti, caldamente chiesta dalle medesime corti, gettò il Rezzonico in più gravi imbarazzi: colse l'istante in cui la loro società era stata proscritta in Portogallo ed in Francia, per raffermare tutti i loro privilegj colla bolla Apostolicam e per fare il più magnifico panegirico de' loro servigj e de' loro talenti. La malintelligenza tra il papa e quelle corti andava vestendo il più inquietante carattere, allorchè Clemente XIII morì quasi improvvisamente nella notte del 3 di febbrajo del 1769.
Fu dato per successore al Rezzonico un degno emulo del Lambertini nella persona di Lorenzo Ganganelli, che prese il nome di Clemente XIV. Egli seppe calmare con una costante saggezza, con un profondo segreto, con un'estrema moderazione tutte le contese eccitate dal suo predecessore: ricuperò Avignone e Benevento; soppresse nel giovedì santo la lettura della bolla in Cœna Domini, che aveva risvegliate le lagnanze della Spagna; fece lentamente ed imparzialmente esaminare le accuse portate contro i Gesuiti; ed il 21 di luglio del 1773 pubblicò finalmente il breve che aboliva il loro ordine. Lasciò un nobile monumento del suo amore per le arti nella fondazione del museo del Campidoglio, che fu chiamato Pio-Clementino, perchè si aggiunse al suo nome quello del suo successore. Morì il 22 di settembre del 1774 in conseguenza di una assai lunga malattia, che l'odio, che in allora si portava ai Gesuiti, fece attribuire a lento veleno da loro apparecchiato.
Pio VI, che gli successe il quindici di febbrajo del 1775, a sè non richiamò l'attenzione dell'Europa, prima dei tempi della rivoluzione, che pel suo viaggio fatto in Germania nel 1782, ad oggetto d'impedire le troppo precipitose riforme di Giuseppe II[357]. L'esterna influenza dei papi aveva infinitamente declinato, onde Pio VI volse le sue cure all'interna amministrazione de' suoi stati. Verun paese era tanto a dietro nelle cognizioni di economia politica. Le campagne di Roma, in altre età così ricche e così popolate, erano trasmutate in un vasto deserto. I pastori della Maremma ed i contadini della Sabina e dell'Abbruzzo, più accostumati ai ladronecci che all'agricoltura, erravano sempre armati, conducendo le loro mandre a cavallo, e colla lancia alla mano, quali selvagge popolazioni in seno dell'Italia. Pio VI si adoperò con molto zelo a ristaurare l'agricoltura, ma senza conoscere i veri principj dell'amministrazione; onde con molto dispendio e molto lavoro, altro quasi non fece che accrescere il male. Egli fece eseguire magnifiche opere a traverso alle paludi pontine per diseccarle; ma in appresso accordò a suo nipote, il duca Braschi, il terreno ricuperato, di cui formò una sola proprietà indivisibile, sebbene fosse tanto vasto da potersi piuttosto risguardare come una provincia che come un podere. Così grave fallo fece mancare in quella terra i capitali, la popolazione e l'industria; e le paludi pontine, a malgrado de' tesori versati da Pio VI, si rimasero come prima insalubri e deserte. Lo stesso duca Braschi ottenne pure varj monopolj sul commercio de' grani, che ruinarono sempre più l'agricoltura, ed accrebbero la miseria dei poveri. Ogni nuovo pontificato giova a fare maggiormente conoscere l'imprudenza di accordare negli ultimi suoi giorni la sovranità ad un uomo, che ha sempre fatto professione di rinunciare al mondo.