Le repubbliche d'Italia continuarono in questo secolo a tenersi in una profonda oscurità ed immobilità, quasi avessero temuto, che, richiamando sopra di loro gli sguardi delle altre potenze, il solo nome di libertà, loro caro per antiche memorie piuttosto che per presenti godimenti, non le rendesse sospette ai re, e che mentre si andavano sempre facendo nuove divisioni di stati, non si prendesse a risguardarle come beni vacanti di cui, per non avere esse padroni, si poteva liberamente disporre. Venezia ricusò d'immischiarsi nella guerra della successione di Spagna: armò le sue città e le sue fortezze, ed accrebbe le truppe di linea per farsi rispettare dai suoi vicini: non perciò ottenne di sottrarsi a tutte le vessazioni delle potenze belligeranti; ma nè violazioni del territorio, nè veruna ingiustizia, la spinse ad uscire dall'adottata neutralità.

Nell'attenersi a questo sistema la repubblica di Venezia mostrava se non altro vigore ed antiveggenza, mentre non vedevasi che corruzione, negligenza e peculato ne' suoi possedimenti d'oltremare. I sudditi greci della repubblica erano in modo travagliati dalle ingiustizie de' governatori veneziani e dai monopolj dei mercanti, che preferivano il giogo dei Turchi. Il danaro erogato dal tesoro pubblico pel mantenimento delle fortezze, delle guarnigioni, e per gli approviggionamenti delle munizioni, era dai comandanti delle piazze e da quelli delle truppe estorto a privato loro profitto, sicchè il regno della Morea, che la repubblica possedeva nel cuore dell'impero ottomano, veniva lasciato senza verun mezzo di difesa. Achmet III ebbe avviso di questa inconcepibile negligenza, ignorata dal senato veneto; apparecchiò un formidabile armamento di terra e di mare, e rompendo, senz'esserne provocato, la tregua di Carlowitz, passò l'istmo di Corinto il 20 giugno del 1714, ed in un mese occupò tutta la Morea[358]. Le varie fortezze che nella precedente guerra erano state conquistate con dispendio di tanto tempo, di tanti tesori, di tanto sangue, fecero pochissima o niuna resistenza. Nel susseguente anno i Turchi attaccarono altresì Corfù; ed in Venezia omai disperavasi di potere contro di loro difendere quell'isola e quella città, quando essi medesimi si ritirarono spontaneamente dietro la notizia avuta della sconfitta della loro armata presso Petervaradino. Vero è che la flotta veneziana sostenne l'antica sua riputazione nelle battaglie che diede ai Turchi con indeciso vantaggio in maggio ed in luglio del 1717. La tregua per ventiquattro anni, conchiusa in Passarowitz il 27 giugno del 1718 colla mediazione dell'Inghilterra e dell'Olanda[359], consumò il sagrificio della Morea, e fissò definitivamente i confini dei Veneziani coi Turchi. Dopo quest'epoca la repubblica trovò la maniera di sottrarsi interamente alla storia, e di non lasciare veruna memoria della propria esistenza[360].

La repubblica di Lucca ebbe ancora più piccola parte negli avvenimenti del secolo. Nella prima metà del mentovato secolo fu più volte ruinata dal passaggio delle truppe, e senz'essere in guerra ne sostenne i mali. Quando tutte le parti deposero le armi nel 1748, essa ricuperò l'integrità de' suoi confini; ma mentre andava crescendo la popolazione delle sue campagne e forse oltre misura, e che la divisione delle proprietà in troppo piccoli poderi, dopo avere portata l'industria rurale alla più alta perfezione, riduceva i contadini a valutare pochissimo il loro lavoro ed a vivere in una troppo costante ristrettezza, la città perdeva le sue manifatture, il suo commercio, la sua industria. I cittadini, troppo ravvicinati al piccolo corpo della nobiltà, trovavansi altresì troppo umiliati dalla loro esclusione da tutti gli impieghi, e più non conservando verun affetto per la loro patria, avevano perduto con questo sentimento quell'attività e quell'energia di cui avrebbero avuto bisogno per battere una privata carriera e sollevarsi alla fortuna.

La repubblica di Genova, caduta parimenti sotto il giogo d'un'oligarchia, rendutasi odiosa al rimanente del popolo, non pareva fatta per figurare davvantaggio in questo secolo. Nel 1713 i Genovesi acquistarono dall'imperatore pel prezzo di un milione e dugento mila scudi il marchesato di Finale, feudo in addietro posseduto dalla casa di Carretto. Ma essi trattavano con tanta ingiustizia e durezza i loro sudditi, che questi nuovi vassalli passarono con estrema ripugnanza sotto il loro dominio. Con altrettanta ingiustizia che fallace politica avevano essi lungo tempo oppressa la Corsica; onde quest'isola, più estesa e più fertile che tutto il rimanente del loro territorio, erasi conservata quasi barbara tra le loro mani, mentre che sotto una buona amministrazione avrebbe potuto infinitamente accrescere le ricchezze e la potenza del loro stato. Le vessazioni de' Genovesi fecero, nel 1730, scoppiare in Corsica una ribellione, che la repubblica volle invano comprimere colle armi, coi supplicj e talvolta ancora con atti di perfidia. Fu questo un tarlo che consumò le sue finanze e le sue forze per più della metà del secolo. Fino dal 1737 i Genovesi avevano invocato l'ajuto della Francia per soggiogare i Corsi ribelli. Impegnaronsi per tal modo in una lunga serie di trattati di sussidj con quella corona, con che accrebbero sempre più i loro debiti, senza fare verun avanzamento verso la conquista di quest'isola, i di cui abitanti mostravano tutti le stesso orrore pel loro giogo. Finalmente il 15 di maggio del 1768 risolsero di sottoscrivere col signore di Choiseul un ultimo trattato, col quale cedevano al re di Francia l'isola di Corsica in pagamento di tutte le somme che questi loro aveva sovvenute per sottometterla[361].

Ma in mezzo alla sua debolezza ed al suo decadimento, si vide la repubblica di Genova inaspettatamente risplendere, quando nel 1746 cacciò dal suo seno gli Austriaci di già padroni delle sue porte, e ricuperò la sua libertà con un atto di disperato eroismo. Nella guerra contro Maria Teresa per la successione dell'Austria, i Genovesi avevano unite le loro forze a quelle dei Borboni per impedire al re Sardo di occupare il marchesato di Finale, sul quale esso re pretendeva avere delle ragioni. Essi avevano divisi i vantaggi della campagna del 1745; ma i rovesci di quella del 1746 li lasciarono esposti soli alla vendetta de' loro nemici. Dopo la rotta avuta dagli alleati sotto Piacenza il 16 di giugno, l'infante don Filippo, il duca di Modena, il marchese de Las Minas, generale spagnuolo ed il generale francese, maresciallo di Maillebois, si ritirarono tutti dalle pianure della Lombardia sopra Genova, e di là per la riviera di Ponente continuarono a ritirarsi in Provenza. Gli Austriaci, inseguendoli, arrivarono per la valle della Polsevera sotto Genova, e si accamparono a san Pier d'Arena, mentre che una flotta inglese, che si fece vedere nello stesso tempo nel golfo, minacciava la città dalla banda del mare. Le mura di Genova erano provvedute di formidabile artiglieria e difese da una buona guarnigione; ma il senato, che conosceva il giusto malcontento del popolo, non ardiva invitarlo a prendere le armi; ed essendosi perduto di coraggio al primo pericolo, il giorno 4 di settembre offrì di trattare, ed il 6 fece una convenzione col marchese Botta Adorno, generale austriaco, in forza della quale gli furono date in mano le porte della Lanterna e di san Tomaso[362].

Tosto che gli Austriaci si videro padroni della città, fecero conoscere le nuove condizioni ch'essi arbitrariamente aggiugnevano alla pace. Tutte le truppe della repubblica dovevano essere prigioniere di guerra, tutte le armi e munizioni venire consegnate agli Austriaci, e tutti i disertori essere restituiti; per ultimo doveva essere pagata una contribuzione di 9 milioni di fiorini dell'impero in tre termini, l'ultimo de' quali non oltrepassava i 15 giorni. Il tesoro della banca di san Giorgio, l'argenteria delle Chiese, quella de' particolari, ogni cosa si requisì dal senato per soddisfare a così esorbitanti domande; ma l'assoluta impossibilità di trovare tutto il richiesto danaro, malgrado le continue minacce di esecuzione militare, di saccheggio e d'incendio, persuase finalmente il generale austriaco ad accordare qualche respiro. Non pertanto il senato non ardiva pur di pensare a far resistenza; ma dalla più infima classe del popolo partì la scintilla elettrica che riaccese la fiaccola della libertà[363].

Il giorno 5 dicembre del 1746 gli Austriaci conducevano per le strade di Genova uno de' molti mortaj ch'essi avevano tratti dall'arsenale della repubblica, per servirsene nella spedizione che meditavano di fare in Provenza. La volta di un sotterraneo, che stava sotto la strada, ruppe sotto il peso; il mortajo rimase imbarazzato tra le ruine, e gli Austriaci col bastone in mano vollero forzare il popolo di Genova a trarnelo con corde. La pazienza di questo coraggioso popolo era stata spinta all'estremo: un giovane prese un sasso e lo scagliò contro i soldati; fu questo il segno d'una generale esplosione. Da ogni banda la plebe assalì a sassate gli Austriaci, che furono bentosto presi da panico terrore. Tutti i loro distaccamenti si trovavano isolati in auguste e tortuose strade, che formavano come un laberinto da cui non sapevano uscire. Smarrendosi ad ogni passo, più non sapevano nè dare, nè ricevere ajuto. Intanto i sassi grandinavano sopra di loro dai tetti e dalle finestre, e gli schiacciavano nelle strade, senza ch'essi sapessero contro chi vendicarsi; perciocchè le massiccie mura de' palazzi, ne' quali non entra pressochè niuna materia combustibile, presentavano loro altrettante fortezze, che avrebbero richiesti regolari assedj. I generali, partecipi del terrore de' soldati, lasciaronsi respingere fino fuori della città, ed offrirono poi di venire a patti[364].

Il doge, il senato e tutto l'ordine della nobiltà, non avevano per anco presa veruna parte nell'insurrezione; per lo contrario cercavano di acquietare una sollevazione, di cui temevano di essere essi soli le vittime. Ma tosto che gli Austriaci furono fuori di città, gl'insorgenti s'impadronirono degli arsenali, e vi trovarono armi e munizioni; onde guarnirono le mura di artiglierie in modo da signoreggiare il campo austriaco, e si presentarono in così terribile aspetto, che il marchese Botta, che aveva perduti in città i suoi magazzini, il 10 di dicembre si avviò per la Bocchetta alla volta della Lombardia. Non fu che dopo passato questo primo pericolo che il senato e la nobiltà si unirono ai valorosi insorgenti; allora si affrettarono di chiedere ajuti alla Francia ed alla Spagna; ed infatti il duca di Boufflers loro condusse circa quattro mila uomini il 30 aprile del 1747, e ragguardevoli somme furono pure loro spedite dalla Francia. Il duca di Richelieu successe in appresso al duca di Boufflers; e le due leghe, fralle quali era divisa l'Europa, cominciarono a battersi ad armi eguali nella riviera di Genova fino al susseguente anno, nel quale la repubblica venne compresa nel trattato di pace di Aquisgrana, e ricuperò i suoi antichi confini in tutta la loro integrità[365].

La sollevazione di Genova è il solo avvenimento del diciottesimo secolo che appartenga realmente alla nazione italiana. È il solo che ci mostri il popolo penetrato del suo antico onore, sensibile ai ricevuti oltraggi, e determinato alla difesa de' suoi diritti; il solo in cui un'azione pericolosa sia la conseguenza di un generoso sentimento e non del calcolo. La salvezza di Genova non si dovette nè alla costanza de' suoi nobili, nè alla saviezza del suo governo, nè alla fedeltà degli alleati, ma all'intrepido coraggio ed al patriottismo disinteressato di una classe d'uomini pei quali nulla ha fatto la società, e ch'è tanto più sensibile alla gloria nazionale in quanto che non può aspirare a veruna gloria personale.

Ma gli altri avvenimenti che abbiamo toccati in questo secolo non possono meritare il nome di storia italiana. L'intera nazione era esclusa da tutte le risoluzioni politiche e da tutte le azioni. Divisa fra stranieri sovrani che possedevano province nel di lei seno, e tra sovrani, figli di stranieri, che si erano stabiliti nei suoi paesi; indifferente alle contese dei Borboni di Parma, dei Borboni di Napoli e di Sicilia e dei Borboni padroni della Corsica; degli Austriaci di Milano e di Mantova, e dei Lorenesi di Toscana, ella non trovavasi presente alle loro battaglie che per soffrire; ubbidiva ai padroni senza riconoscerli per suoi capi naturali; non era legata all'autorità monarchica da veruna illusione, nè da ereditario affetto, nè da entusiasmo. Si assoggettava, perchè era più prudente cosa il cedere che non il resistere, e perchè in un ordine politico che abbia spenti tutti gli affetti, la sola prudenza conserva il diritto di farsi ascoltare; poco pensava ai suoi generali interessi, perchè non vi ravvisava che cose tristi ed umilianti; prendeva piccolissima parte agli avvenimenti di cui era il teatro; ed in tutta la storia italiana del secolo trovasi a stento un nome italiano. In quel modo che le risoluzioni prendevansi ne' gabinetti degli stranieri, erano ancora dagli stranieri eseguite sul campo di battaglia. Gli storici che le riferiscono, in mezzo ai riguardi che loro inspirava il timore dei potenti, non lasciano travedere che il sentimento di una vaga curiosità. E veramente non si può sentire nè entusiasmo, nè parzialità, quando non si ha patria; e l'Italiano, nel mentre che le sue campagne andavano ad essere allagate di sangue, non sapeva cui dovesse desiderare la vittoria, se non cercava che il bene del suo paese.