Pure quando ci chiediamo in che mai consistesse una cotale libertà, che produsse così grandi cose e che lasciò di sè così amaro desiderio, non troviamo veruna soddisfaciente risposta nè tra le nozioni che ne avevano que' medesimi che la possedettero, nè nelle leggi che la sostenevano, nè nelle costumanze ch'ebbero da lei origine. Rimaniamo soprattutto convinti esservi un errore capitale nella lingua; che ciò che noi diciamo libertà, non è ciò che dagl'Italiani era così chiamato; e che l'intero scopo dell'ordine sociale si presentava loro sotto un punto di vista affatto diverso da quello che noi lo vediamo.
Forse abbastanza non riflettiamo che le nuove teorie intorno alla libertà sono di moderna invenzione; che i nostri filosofi, cercando di sapere in che consista, sonosi proposto uno scopo affatto diverso da quello cui miravano gli antichi; che la libertà de' Greci o de' Romani, degli Svizzeri o de' Tedeschi, come pure quella degl'Italiani, non era altrimenti la libertà degl'Inglesi; che per ultimo fino al diciassettesimo secolo la libertà del cittadino fu sempre risguardata come una partecipazione alla sovranità del suo paese; e che non è che l'esempio della costituzione britannica, che c'insegnò a considerare la libertà come una protezione del riposo, della felicità e della domestica indipendenza. Ciò che noi desideriamo prima di tutto, non risguardavasi dai nostri antenati che come un vantaggio accessorio e di second'ordine; e ciò che vollero i nostri antenati, non viene da noi risguardato che quale mezzo più o meno imperfetto di ottenere o di conservare quanto desideriamo noi medesimi. Però l'uno e l'altro scopo dell'associazione politica viene egualmente indicato col nome di libertà. Quando si volle distinguerli, e che si chiamò libertà civile quella facoltà affatto passiva, quella guarenzia contro l'abuso del potere, in qualunque mano si trovi, cui aspirano i moderni, e che si riservò il nome di libertà politica alla facoltà attiva, alla partecipazione di tutti al potere esercitato sopra di tutti, all'associazione dell'uomo libero alla sovranità, non si è bastantemente schivata la confusione; perchè i vocaboli che si adoprano non contrastano abbastanza l'uno coll'altro. Ambidue, tranne la sola diversità della loro origine greca e latina, significano egualmente, che è propria al cittadino; ma non dovrebbe dirsi cittadino se non quello che gode della libertà attiva, ed è partecipe della sovranità; mentre che, senza essere cittadino, ogni uomo ha diritto egualmente alla libertà passiva, ossia alla protezione contro ogni abuso del potere.
Per una specie d'istinto gl'Italiani si erano attaccati alla libertà politica; ma non erano pervenuti a definirla con precisione. Questa era agli occhi loro una prerogativa esclusiva del governo repubblicano; e con tal nome indicavano soltanto il governo dei più, per distinguerlo da quello di un solo. Quest'ultimo, il principato assoluto, sembrava loro sempre incompatibile colla libertà; il primo, governo dei più, pareva loro che sempre meritasse il nome di governo libero, sia che questa sovranità appartenesse a tutti i cittadini, come a Firenze, sia ad una sola classe, come a Venezia; e ciò senza avere riguardo all'esercizio di un'arbitraria autorità dei magistrati sopra i sudditi, che, dietro i presenti nostri principj, potrebbero farci considerare l'uno e l'altro come tirannico.
Non conoscendo gl'Italiani che la libertà politica, e non essendosi eglino formata una precisa idea della libertà civile, non dobbiamo maravigliarci che accordassero il nome di governo libero a quello che non poneva verun confine all'estensione dei poteri esercitati a nome della nazione. I cittadini, esposti a qualsivoglia arbitraria misura, non perciò si riputavano meno liberi, poichè l'atto arbitrario che ad alcuno recava danno era l'opera di un magistrato, che ognuno poteva risguardare quale suo mandatario. Ma al primo aspetto sembra contrario ai medesimi principj da loro adottati, il chiamare libero quel governo in cui veniva esercitata un'illimitata autorità da una sola classe della nazione, senza che gli altri potessero aver parte in quella sovranità di cui si erano impadroniti pochi cittadini. Ben può concepirsi come Firenze loro sembrasse libera anche quando il gonfaloniere, i priori, i podestà delegati dal popolo, facevano il più violento uso del momentaneo potere deposto nelle loro mani; ma non vediamo in che mai consistesse la libertà di Venezia, dove dal consiglio de' dieci, che rappresentava soltanto la nobiltà, esercitavasi un così arbitrario potere.
Per altro questa confusione d'idee non è propria solamente degl'Italiani; dessa trovasi in tutte le antiche e moderne repubbliche. Le aristocrazie ed oligarchie greche, tedesche ed italiane, invocarono tutte egualmente il nome della libertà, e tutte pretesero di averla conservata qualunque volta non si assoggettarono al potere di un solo. Infatti, lasciando da un canto la libertà civile ossia libertà passiva, poteva dirsi con verità che sempre esisteva una libertà nello stato, quando un'intera classe era partecipe della sovranità; ma in allora non era la nazione che fosse libera, unicamente bensì quelle famiglie ch'erano proprietarie della libertà.
Presso gli antichi, che avevano conservati gli schiavi anche nelle più libere repubbliche, non erasi cercata l'origine dei diritti dell'uomo nella stessa dignità della specie umana, nè si era convenuto che ogni pubblica instituzione dovesse mirare alla felicità di tutti. I diritti umani parvero loro fondati sopra leggi positive, e non sulla legge naturale. Vedevano in ogni paese uomini ingenui e schiavi; e questo fatto, che ammisero senza disamina, non parve loro più ripugnante nelle loro città che nelle loro famiglie. La libertà diventò per loro un bene ereditario, come le altre sostanze; e quest'eredità potev'essere trasmessa soltanto ad un ristretto numero di famiglie in mezzo ad una grossa popolazione, siccome a Sparta ne' tempi della lega Achea, e a Lucca nel diciottesimo secolo: non pertanto si continuò a chiamare libero lo stato in cui le famiglie proprietarie della libertà non erano esse medesime diventate proprietà di un altro individuo, e dove conservavano fra di loro la sovranità sopra di sè medesime: se queste medesime famiglie avevano poi sudditi nello stato e schiavi nelle case, questa sudditanza di una parte della popolazione estranea alla città, nè variava, nè costituiva la natura del governo. Cotale stato era pur sempre una repubblica.
Ma la schiavitù domestica più non esisteva nelle repubbliche italiane, e questa sola differenza le pone a molta distanza da quelle dell'antichità. Dall'abolizione della schiavitù domestica ne risultarono un maggiore rispetto per la libertà dell'uomo, una più estesa felicità in tutte le classi, maggiore industria, maggiore attività, maggiori potenze produttrici ed in conseguenza maggiori ricchezze. Le repubbliche, quando appena cominciavano a prendere questo titolo, e non si consideravano ancora che come comunità libere, sotto la protezione dell'imperatore, cominciarono colla liberazione degli schiavi; il grosso della loro popolazione consisteva in uomini che avevano di fresco spezzate essi medesimi le loro catene, e che aprirono quasi sempre un asilo entro le loro mura ai servi che fuggivano dalle terre dei signori loro vicini. In tal modo ebbe principio l'abolizione della schiavitù, cui la religione e la filosofia si gloriarono poscia di avere operato; ma che dal solo personale interesse fu eseguito.
Questa progressiva abolizione della schiavitù, che si estese dalle città alle campagne, è un avvenimento troppo importante nella storia della libertà italiana, per non richiamare per qualche tempo la nostra attenzione. Sotto il regno degl'imperatori romani, i liberi agricoltori erano assolutamente scomparsi dal suolo dell'Italia; i ricchi proprietarj, che in un solo possedimento riunivano talvolta intere province, di cui la repubblica romana, dopo parecchj anni di guerra, aveva trionfato ne' suoi più bei giorni, facevano coltivare le loro terre da numerose gregge di schiavi. I campi più non avevano case isolate, nè villaggi, nè capanne, e di già avevano l'aspetto che presenta adesso l'Agro romano, egualmente deserto, egualmente diviso in poderi di dieci in dodici miglia d'estensione: soltanto facevano le veci di quelle armate di lavoratori che scendono oggi dalle montagne della Sabina, infiniti sventurati che la sola forza obbligava al lavoro senza speranza di veruna ricompensa.
I barbari, invadendo l'Italia, ne fecero in breve tempo scomparire tutta la popolazione, perchè gli schiavi erano la preda che loro meglio si conveniva, siccome quella che più vantaggiosamente potevano vendere, e trasportare altrove con minore imbarazzo. Gli schiavi, sempre solleciti di mutare condizione, seguivano volentieri i loro nuovi padroni, dai quali speravano di essere più dolcemente trattati; pure d'ordinario perivano ne' lunghi viaggi a traverso ai boschi della Germania e della Scizia, come mill'anni dopo si videro perire i non meno numerosi schiavi che i Turchi predavano in tutte le province dell'Adriatico, e dei quali non si è conservata la razza. I proprietarj, come i nobili romani dell'età presente, cercarono, dopo tale epoca, non già a moltiplicare i prodotti delle loro terre, ma a diminuirne le spese; e calcolarono, come si fa pure presentemente, che per quanto fosse grande la diminuzione del prodotto lordo dell'agricoltura per mancanza di popolazione, non perciò veniva minore la rendita netta delle loro terre.
Finalmente i barbari, invece di guastare le province dell'impero, vi si stanziarono stabilmente. È noto che in allora ogni capitano, ogni soldato del settentrione, venne ad alloggiarsi presso un proprietario romano, sforzandolo a dividere con lui le sue terre ed i raccolti. Tutti gli antichi schiavi che rimasero in Italia, non cambiarono la loro condizione; ma i liberi agricoltori, obbligati a risguardare come loro padrone il Tedesco o lo Scita che dicevasi loro ospite, furono costretti a darsi essi medesimi al lavoro. Oltre la parte incolta di terreno che questi nuovi abitanti si fecero cedere in tutta loro proprietà per tenervi le loro mandre, vollero pure essere a parte del ricolto de' campi, degli uliveti, delle vigne: ed allora indubitatamente ebbe principio quel sistema di coltivazione a metà frutto, che mantiensi tutt'ora in quasi tutta l'Italia, e che tanto contribuì a perfezionare l'agricoltura ed a rendere migliore la condizione de' suoi contadini.