Quando il lavoro degli uomini liberi si trovò in concorrenza con quello degli schiavi, la sua superiorità fu troppo chiara per non far sì che il barbaro padrone lo preferisse a quello degli schiavi. Il castaldo, quasi sempre disceso da qualche antico proprietario romano, viveva, egli e la sua famiglia, colla metà del prodotto di quella terra che era stata un giorno possedimento dei suoi antenati; mentre lo schiavo, che dovevasi assai bene alimentare, quantunque la sua inerzia e la negligenza scemassero le sue forze produttrici, consumava i due terzi dei frutti da lui raccolti. Allora il Barbaro cominciò ad accordare la libertà, ed una parte del deserto di cui si era renduto padrone, al suo schiavo, perchè ne formasse un nuovo podere. Il signore delle terre ebbe sempre più motivo di vie meglio convincersi che non manterrebbe giammai i suoi schiavi a così buon patto come il suo gastaldo, e che non otterrebbe da loro giammai altrettanto lavoro, perchè l'interesse attivo ed industrioso è migliore economo d'assai che la forza: così ogni giorno, coll'incremento delle generazioni, un maggior numero di schiavi ebbe nelle campagne la libertà.

Senza che la legge avesse veruna parte nell'abolizione della schiavitù, senza che il vergognoso commercio degli uomini fosse proibito, la schiavitù cessò in ogni luogo. Ne' secoli inciviliti, e fino alla fine del sedicesimo, si dividero tuttavia degli schiavi nelle più ricche case, ma più non se ne trovavano nelle campagne. I soldati, abusando della loro vittoria, vendettero talvolta al migliore offerente tutti gli abitanti di una città presa d'assalto; e tale fu la sorte che l'armata di Francesco Sforza fece subire del 1447 alla sventurata città di Piacenza. I papi, cedendo alla sterminata loro collera, condannarono ancora più frequentemente tutti i sudditi di uno stato nemico ad essere ridotti in ischiavitù, autorizzando a venderli chiunque se ne impadronisse. In tal modo vennero condannati tutti i vassalli dei Colonna da Bonifacio VIII; tutti i Fiorentini da Sisto IV, tutti i Bolognesi nel 1506, ed i Veneziani nel 1509, da Giulio II. Ma coloro che comperavano questi schiavi, trovavano subito più utile il dar loro la libertà per una qualche somma di danaro, che non il mantenerli pel poco lavoro che farebbero per conto loro. In veruna descrizione di città o di villaggi vedonsi in queste varie epoche indizj di schiavitù; soltanto il fanatismo potè conservarne gli ultimi avanzi in Italia a dispetto del personale interesse. I prigionieri di guerra mori e turchi incatenansi nelle galere, in odio della loro religione, e la schiavitù loro dura anche al presente, sebbene costino allo stato più che gli uomini liberi.

Il fanatismo tentò pure più volte in altri paesi di far rinascere la schiavitù; e riconoscere dobbiamo dai missionarj portoghesi, che circa la metà del quindicesimo secolo, diressero le prime spedizioni sulla costa occidentale dell'Africa, quella schiavitù de' Negri alle Antille, che forma l'obbrobrio dell'età presente. Il fanatismo fece condannare in Ispagna ed in Portogallo, nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, molte centinaje di Giudei e di Mori ad essere ridotti in ischiavitù. Pure l'interesse personale, assai più potente che lo zelo di un clero persecutore, ridonò costantemente la libertà a coloro che la Chiesa condannava alle catene. Nell'età presente la schiavitù non si mantiene in tutta l'Europa orientale dalla Russia fino all'Ungheria, che a motivo che i proprietarj delle terre non hanno saputo approfittare del lavoro degli uomini liberi; e perchè in cambio di dividere con loro i frutti della terra, gli sforzarono a dar loro la metà del tempo; onde nei giorni di ogni settimana che sono di diritto del padrone ungaro o boemo, l'uomo libero non lavora con maggiore zelo, attività o intelligenza, di quello che farebbe lo schiavo.

Quando, in tempi a noi più vicini, i filosofi volsero di nuovo i loro sguardi alla costituzione della società, non ebbero sotto gli occhi oggetti eguali a quelli che colpivano i filosofi dell'antica Grecia. Da un canto il lavoro manuale più non era fatto dagli schiavi, dall'altro canto quasi tutti i paesi ridotti a civiltà erano governati da monarchi. Noi confondiamo quasi sempre la natura delle presenti instituzioni colla natura stessa delle cose: gli antichi non avevano potuto comprendere come si sarebbe potuto fare da meno degli schiavi; i moderni come si possa stare senza re. I politici del XVIII secolo si occuparono meno di ciò che in realtà era la società umana, che di ciò che avrebbe dovuto essere. Ebbero minore rispetto per diritti stabiliti, perchè in nessun luogo ne trovarono che fossero incontrastabili; ma rispettarono maggiormente il carattere dell'uomo; essi accomodarono le loro teorie all'interesse dell'autorità sotto la quale vivevano, e fissarono il principio che ogni governo era stabilito per la felicità dei popoli a lui soggetti, sebbene i principi avessero fin allora creduto di non avere altro interesse ed altro dovere, che quello della propria conservazione, o di ciò che chiamavano loro gloria.

Essendo la libertà degli antichi una proprietà del cittadino, non era essenziale di esaminare fino a qual segno contribuiva alla felicità, come non si esamina, per conservare a ciascheduno la sua eredità, se le ricchezze formano, o no, la felicità dell'uomo saggio. Ma la libertà dei moderni venendo considerata come il mezzo pel quale i governi giungono allo scopo per cui furono instituiti, cioè la comune felicità, fu necessario di esaminare, onde stabilire il diritto dei popoli ad essere liberi, in qual modo la libertà formi la felicità, o fino a quale grado vi contribuisca.

L'uno e l'altro raziocinio è egualmente logico, ma ciascuno parte da diversi principj. Quello degli antichi è forse il primo nell'ordine delle idee; essi considerarono l'origine delle società, e si chiesero donde veniva il potere che vedevano stabilito; allora loro parve soltanto libero quell'uomo, che non fosse subordinato che a quel potere che aveva formato o contribuito a formare egli stesso. Così la linea che separava il cittadino dal suddito era patentemente segnata, e non poteva ammettere verun dubbio. La libertà de' moderni dev'essere valutata sopra molto più dilicate differenze. Per determinarne i confini, conviene esaminare fino a qual punto convenga agli uomini uniti in società di essere governati, o pure a qual prezzo loro convenga di acquistare la protezione della forza pubblica contro i loro interni ed esterni nemici; in appresso fino a qual punto ognuna delle umane facoltà abbia bisogno di essere contenuta pel comune vantaggio; finalmente in quale caso torni meglio diminuire in parte la forza di tutti, piuttosto che ristringere di soverchio la felicità o la sicurezza individuale.

Quest'esame guidò a riconoscere che lo scopo dell'unione degli uomini essendo quello di assicurare la vicendevole protezione delle loro persone, del loro onore, delle loro proprietà, dei loro morali sentimenti, quel governo che si farebbe giuoco della vita, della fortuna e dell'onore degl'individui, offendendo i sentimenti di giustizia, di umanità e di pubblica decenza, mancherebbe assolutamente al suo scopo, e dovrebbe risguardarsi come una tirannide, sebbene fosse anche stato stabilito dall'universale volontà.

In appresso si riconobbe, che l'uomo non aveva domandato al proprio governo di proteggerlo contro di sè medesimo, ma soltanto contro gli altri; dal che si è conchiuso che l'esercizio di qualunque facoltà, che non abbia azione sugli altri, non è dipendente dal governo. Su questa regola è fondata la libertà del pensiere e quella della coscienza; mentre che avvi tirannide, qualunque volta il governo procede a punire altra cosa che gli atti esteriori, o che in loro cerca le tracce del malcontento, e della malevolenza, per vendicarsi di queste opinioni.

Finalmente si è conosciuto che il male che risulterebbe per tutti dalla repressione di certe azioni che possono diventare nocive, sarebbe ancora maggiore del male che potrebb'essere prodotto da queste azioni. Perciò si risguardò come tirannico quel governo che proibisce di parlare, di scrivere, di stampare[366]; che gastiga con troppo sospettosa vigilanza certi falli, certi vizj, che non si potrebbero comprimere senza un'inquisizione insopportabile per tutti. E si è conchiuso che un governo è tanto più libero, quanto è sentita meno la sua azione; che è libero, non solo perchè non gastiga che ciò che è vietato dalla legge, ma ancora perchè la legge non proibisce tuttociò che potrebbe proibire.

Dopo avere in tal modo definita questa libertà puramente difensiva, questa libertà affatto negativa, cui deve tendere ogni buon governo, si cercò di darle per guarenzia i diritti politici de' cittadini. Allora cominciarono a considerarsi, non più come principio essi medesimi della libertà, ma soltanto come sue salvaguardie. I moderni collocarono nel primo grado tra questi diritti politici la libertà della stampa propriamente detta, ossia il diritto di provocare la pubblica attenzione intorno agli affari dello stato, con iscritture pubblicate senza precedente licenza del governo; la libertà della disputa nelle adunanze politiche; per ultimo il diritto di petizione, o sia il ricorso aperto ad ogni oppresso fino alla sovrana autorità, interpellata da cittadini associati a tale oggetto sotto gli occhi di tutto il pubblico. Queste varie prerogative non formano parte della libertà civile, ma piuttosto sono le armi poste in mano al popolo per difenderla.