Le varie prerogative che i popoli moderni considerarono quali guarenzie della sicurezza e della libertà de' cittadini, mai non si conobbero nelle repubbliche d'Italia. La nozione della libertà della stampa non erasi nemmeno presentata ai loro legislatori. Appena si trovano in tutta l'istoria dell'Italia due o tre esempi di scritture pubblicate intorno alle cose del governo, ed i loro autori avevano sempre avuta la precauzione di farle stampare in estero stato; ma non pertanto qualunque volta si poterono arrestare o l'autore o i distributori, questi furono sempre puniti con eccessiva severità. Nè il partito dell'opposizione, nè il partito governante non cercarono mai d'illuminare la pubblica opinione, e non si supponeva che le deliberazioni intorno agli affari della patria potessero uscire dalla sala de' suoi consigli. In contraccambio, dobbiamo pur dirlo, gli storici delle repubbliche, che prima dell'invenzione della stampa si appellavano non ai presenti tempi, ma alla posterità, diedero prova nelle loro scritture di grande coraggio e di rara imparzialità; e dal modo con cui in ogni occasione giudicano i loro compatriotti e magistrati, sempre si conosce la mano dell'uomo libero.

Il diritto di petizione non fu dagl'Italiani meglio conosciuto che quello della stampa: essi non altro avevano fatto che rimuovere dal proprio luogo l'assoluto potere, togliendolo dalle mani di un solo per affidarlo a molti. Essi non pensavano punto a limitarlo, e soprattutto a contenerlo per via della pubblica opinione. Ogni cittadino poteva, per vero dire, portare riclami all'autorità da cui immediatamente dipendeva; ma non poteva giammai, con una petizione, tradurre quest'autorità avanti ad un'altra incaricata di sindacarla; meno poi trasmutare il suo privato affare in un affare di stato, unendosi ai suoi concittadini per dare maggior peso alle proprie lagnanze. Nel primo caso sarebbe stato ammonito, come se avesse voluto confondere tutte le podestà e l'ordine stabilito; nel secondo sarebbe stato severamente punito, come tendente alla ribellione.

Ma ciò che può sembrare strano, si è che la libertà stessa della disputa ne' consigli non era altrimenti assicurata. Pure questa è la sola cosa che possa garantire l'esercizio de' diritti della sovranità, dei quali gli antichi repubblicani erano altrettanto gelosi, quanto lo erano poco della sicurezza individuale.

I consiglj di una repubblica sono chiamati intorno ad ogni affare a due distinte operazioni, cioè deliberare ed emettere il voto; lo che risponde a quelle della disputa, poi del giudizio ne' tribunali. Gl'Italiani avevano quasi totalmente trascurata la prima; essi non davano nè guarenzia, nè solennità alla disputa; pareva che non si prendessero cura che i consiglieri s'illuminassero gli uni gli altri colle loro opinioni, e riducevano tutto lo studio loro a rendere con un profondo segreto liberi i suffragi. Ne' consigli parlavasi assai poco. Il primo magistrato ne faceva talvolta l'apertura con un discorso di etichetta, che imparava a memoria, o che leggeva; talvolta ancora qualche giovane oratore figuravasi d'imitare gli antichi, pronunciando un ampolloso sermone, che veniva piuttosto risguardato come un pezzo accademico, che come un mezzo di persuadere; talvolta alla proposizione fatta dal magistrato teneva dietro una tumultuaria conversazione in ogni panca; ma d'ordinario si passava subito ai suffragi con un profondo silenzio. A Firenze, ogni consigliere per dare il suo voto, riceveva fave bianche e nere; a Venezia pallette di legno; e le urne eran distribuite in modo che il votante poteva porvi la mano, senza far conoscere in quale senso avesse votato. In appresso si contavano i suffragj, la di cui semplice maggiorità non bastava giammai per dare forza di legge ad una proposizione. Il più delle volte, perchè si potesse, giusta l'espressione legale, vincere il partito, rendevasi necessario di riunire i tre quarti de' suffragj di cadauno de' diversi corpi che trovavansi adunati nella stessa sala per emettere i voti separatamente; a Firenze, per modo d'esempio, dei priori di buoni uomini, e dei gonfalonieri di compagnia. Se in taluno di questi tre corpi il quarto soltanto dei membri aveva poste nell'urna delle fave bianche, la legge veniva rigettata.

Affinchè i consiglj siano veramente liberi, è necessario che la minorità abbia tutta la libertà di far udire le sue ragioni, di discutere ampiamente la sua causa, e di rappresentarla sotto tutti gli aspetti; ma non è meno essenziale di far prendere tutte le decisioni colla sola maggiorità de' suffragj, onde il piccolo numero, tra consiglieri tutti eguali, e che hanno tutti la medesima missione, non imponga al maggior numero. Gl'Italiani astanti non avevano conosciuti questi due principj; avevano circondato da tanti pericoli l'uso della parola, avevano giudicate con tanta severità le aringhe che pronunciavansi innanzi ai consiglj, avevano assoggettati gli oratori a così pesante risponsabilità, tanto per mezzo di un pubblico biasimo, che per clamorosi gastighi, per qualunque poco misurata frase fosse sfuggita di bocca all'oratore nel calore della disputa, che niuno osava entrare in disamina: e non si era coltivata la sola eloquenza popolare, quella di parlare improvvisamente, perchè la minorità non aveva giammai occasione di motivare la sua opposizione, di cercare di persuadere i suoi avversarj, e di trattare apertamente la propria causa. Ma mentre tutti opinavano con timore, una taciturna minorità contrariava co' suoi segreti suffragj le operazioni del governo, e faceva rigettare una proposizione, contro la quale niuno aveva ardito di muovere obbiezioni.

Questa taciturna opposizione, eccitando un profondo risentimento, fu spesso cagione della più scandalosa violazione della libertà dei suffragj. A Firenze si vide più volte la signoria far ricominciare replicatamente l'operazione dello scrutinio, perchè non si era potuto vincere il partito. Fu veduta minacciare coloro che darebbero la fava bianca, e fu pure veduta in qualche circostanza far cadere sopra di loro le più acerbe pene. Ora di qual uso potevano essere i consiglj, se i consiglieri non avevano libertà? E quando una costituzione vuole che i suffragj riuniti de' magistrati possano esprimere soli una volontà sovrana, qual è la superiore autorità che possa prescrivere in quale senso debba manifestarsi questa volontà? Così addiviene che un primo errore nella legislazione ne produca degli altri; così dopo di avere imprudentemente dato ne' consiglj alla minorità il potere di legare la maggiorità, si fu poi costretto più volte a dovere permettere, che l'assenso di questa minorità si ottenesse colla violenza.

Dopo di avere brevemente esaminati tutti i diritti che nell'età presente ci sembrano i più preziosi, e dopo avere osservato che sul conto loro le leggi protettrici non erano migliori nelle repubbliche italiane che nelle monarchie, o che anzi erano assolutamente le medesime, e permettevano che tutti questi diritti fossero in certe occasioni compressi o annullati, si accresce la nostra maraviglia nel contemplare i miracolosi effetti dello spirito repubblicano; e ci andiamo ancora interpellando in qual cosa consistesse adunque quella libertà, che poteva stare insieme alla più crudele tirannia; quella libertà, che veniva difesa con così eroici sforzi, la di cui privazione eccitava così amare lagrime, e che i popoli non perdevano senza perdere ad un tempo la loro prosperità, la loro gloria, i loro talenti e le loro virtù.

Ma d'uopo è ricordarsi che nelle repubbliche i medesimi uomini si presentano sotto un doppio aspetto e con un doppio carattere; prima come governati, poi come governanti. Oggi per valutare la libertà, cerchiamo in che consista pei governati; fino al nostro secolo per lo contrario si cercava in che consistesse pei governanti; e questa attiva libertà, questa libertà tutta composta di prerogative sovrane, che al primo colpo d'occhio sembra dover contribuire molto meno che non la sicurezza individuale alla prosperità dei cittadini, trovasi per lo contrario avere per essi un incanto che nulla pareggia. Dessa è una bevanda inebriante, è il nettare degli Dei: quando un mortale ha potuto gustarla un sola volta, sdegna ogni umano nutrimento: ma inoltre trova in sè medesimo nuove forze, ed una nuova virtù; la sua natura è del tutto cambiata; e sedendo a quella mensa, egli sente che si pareggia agl'immortali.

Alcuni fondamentali assiomi possono rappresentare tutto il sistema della libertà degli antichi tempi; sono questi l'espressione de' diritti politici della nazione considerata in corpo, e non di quelli dei singoli individui nelle loro relazioni colla nazione. Verun'altra repubblica non professò forse così apertamente, nè più religiosamente osservò questi assiomi, quanto quelle d'Italia ne' secoli di mezzo.

Ogni autorità esercitata sopra il popolo è emanata dal popolo. Questo primo assioma de' popoli liberi era risguardato come fondamentale in tutte le repubbliche italiane. La sovranità vi era sempre rappresentata come appartenente al popolo o al comune; i suoi capi temporarj non prendevano che il titolo di anziani, signori, priori del popolo o del comune. Il governo non veniva mai rinnovato senza invocare la sovranità del popolo: così a Firenze era sempre in di lui nome che trasmettevasi, per mezzo de' suffragj del parlamento, ad una nuova balìa un'autorità eguale a quella di tutto il popolo fiorentino. Si dirà forse che questa non era che una frase vuota di senso, e che i vocaboli non sono privilegj; ma questi vocaboli non erano nè senza effetto, nè senza conseguenze; inspiravano ad ogni cittadino un'alta opinione della sua dignità; lo trattenevano, qualunque volta potev'essere tentato di commettere una bassa o indecente azione; conciliavano al cittadino nella privata sua condizione i riguardi ed anche il rispetto di coloro che trovavansi momentaneamente constituiti in dignità; perciocchè sapevano i capi del popolo, che tutta la loro autorità procedeva da coloro che temporariamente ubbidivano, e che ella ritornerebbe ai medesimi; per ultimo, questi stessi vocaboli di sovranità del popolo, rendevano la patria cara a tutti i suoi figli; ognuno sapeva che lo stato gli apparteneva in quel modo ch'egli medesimo apparteneva allo stato; ognuno era pronto a tutto arrischiare, per salvare la cosa più onorata e più preziosa da lui posseduta, cioè la sua parte nella sovranità; ognuno conosceva i doveri che gli erano imposti da così luminosa prerogativa, da così sacro carattere; ognuno era disposto a rendersene degno, anche, se bisognava, col sagrificio della vita.