Per lo contrario un gonfaloniere ed un priore di Firenze, di Lucca, di Siena, di Bologna, o di Perugia, non solo più non era in carica dopo due mesi, ma dopo un anno più non trovava nella repubblica un corpo che fosse ancora composto dei medesimi individui che formavano il detto corpo al tempo della sua amministrazione. Il collegio de' gonfalonieri, quello de' buoni uomini, il consiglio comune, quello del popolo, tutto era stato rinnovato; niuno di loro prendeva interesse pel magistrato tratto in giudizio, niuno aveva avuto parte ne' di lui atti arbitrarj, e non si adoperava per sottrarlo dalle mani della giustizia. Dopo spirate le sue funzioni, il primo magistrato della repubblica più non era in faccia alla legge che un semplice cittadino.

La responsabilità de' magistrati, la dignità de' cittadini, l'emulazione di tutte le classi della nazione, devono essere considerate come i veri principj della libertà italiana, e le vere cagioni della prosperità degli stati repubblicani. Questo è ciò che veramente li distingue dagli assoluti principati che esistevano contemporaneamente in Italia; ed infatti se si esaminano i necessarj risultamenti di questi principj, si vedrà che devono produrre nelle repubbliche una gran massa di felicità e più ancora una gran massa di virtù.

E prima, sebbene l'insieme delle garanzie, che noi risguardiamo oggi come costituenti l'essenza della libertà, non fosse stata ricercata dal legislatore, nè riclamata dal cittadino, pure questa civile libertà, questa sicurezza di ogni individuo, non può essere violata senza cagionare un male comune. Quindi ogni magistrato, che sentivasi risponsabile di qualunque atto d'oppressione, di severità, o d'ingiustizia, sentivasi trattenuto, quando le sue passioni avrebbero potuto strascinarlo, da un sentimento di timore che non era ragionato.

Il giudice forastiero non riceveva altra istruzione che quella che gli era data negli assoluti principati; egli poteva a voglia sua impiegare a Firenze, come a Milano o a Napoli, le più crudeli torture per iscuoprire i delitti, i più spaventosi supplicj per punirli. Ma a Firenze la sua autorità spirava dopo un anno, ed in allora la sua condotta veniva esaminata da persone da lui indipendenti, che non erano a lui legate da alcun partito, e che per lo contrario, siccome quelle che battevano la carriera de' pubblici impieghi, avevano bisogno del pubblico favore. Se esso giudice aveva esercitate non necessarie crudeltà, se aveva contro di sè stesso provocato l'odio del pubblico, non poteva in verun modo sottrarsi al giudizio del sindicato.

I primi magistrati, senza essere i giudici abituali della repubblica, potevano qualche volta occupare il potere giudiziario; potevano esercitare un giudizio statario contro i loro nemici o contro i loro emuli; potevano violentare gli stessi consiglj; potevano punire non le sole azioni, ma le scritture, le parole, e perfino i pensieri; ma dopo due mesi altri priori, scelti dal popolo tra una grande moltitudine di eleggibili, dovevano essere rivestiti di tutta quell'autorità che i primi avevano deposta. Questi nuovi priori potevano essere gli amici, i parenti, i fratelli di coloro ch'erano stati vessati, e potevano vendicarsi colle medesime armi. La costituzione della repubblica ripeteva sempre ad ogni uomo in carica questa massima del Vangelo: Non giudicate, e non sarete giudicati.

Finalmente non era stabilito verun limite alla manìa de' regolamenti: la legge poteva colpire il cittadino in una quantità di particolari, che non dovrebbero essere di sua competenza; ma tutti coloro che concorrevano a fare questa legge, non ignoravano che altri e non essi avrebbero l'incarico di farla eseguire, e che entro poche settimane, o tutt'al più entro pochi mesi, vi sarebbero ancor essi subordinati come gli ultimi de' loro concittadini. Quindi sebbene la civile libertà, quale l'intendiamo nella presente età, non fosse nè conosciuta, nè definita, sebbene non avesse alcuna delle guarenzie credute più necessarie, dessa era assai meglio rispettata nelle repubbliche italiane che in verun altro stato dell'Europa; ogni cittadino si credeva sicuro in vita del godimento della sua sostanza e del suo onore; non temeva che arbitrarie restrizioni fossero imposte alla sua industria; ogni sua facoltà aveva un libero sfogo; tutte le vie che conducono alla fortuna erano aperte alla sua attività, ai suoi talenti: e la fiducia nella propria sicurezza si faceva maggiore, quando confrontava la protezione che gli dava la repubblica col continuo stato di timore e di dipendenza in cui vivevano i sudditi dei vicini principi.

Pure la forma repubblicana e quasi democratica del governo contribuiva meno alla sicurezza del cittadino, che ai progressi della sua virtù ed all'intero perfezionamento della sua anima. Considerando la libertà come noi facciamo, pare che si faccia consistere la felicità nel riposo; gli antichi la riponevano invece in una costante attività; il desiderio del cittadino non era in allora quello di dormire in pace in casa sua, ma di distinguersi con singolari talenti sulla pubblica piazza, ne' consiglj, e nelle magistrature, cui chiamavalo la sorte a vicenda; voleva conseguire da sè medesimo tuttociò che la natura gli aveva permesso di ottenere, compiere con un pubblico corso la sua educazione come uomo fatto, e trasmettere a' suoi figli, come eredità, la gloria che avrebbe acquistata.

Quest'emulazione, che non esiste nei governi dispotici, che ne' moderni governi rappresentativi è l'appannaggio soltanto di un piccolo numero di persone, nelle repubbliche italiane era comune all'intera massa del popolo. La rapidità con cui si rinnovavano tutte le magistrature, tutti i consiglj, chiamava a vicenda in brevissimo spazio di tempo tutti i cittadini ad esercitare la propria influenza sulla repubblica. Non eravi un solo individuo, il quale per soddisfare ai doveri cui sarebbe bentosto chiamato, non dovesse fissare la sua opinione sull'esterna politica di tutta l'Europa, su quella che si confaceva alla sua patria, sulle finanze, sull'amministrazione, sulla legislazione e la giustizia; non eravi un solo individuo che non dovesse agire dietro questa propria opinione, che non potesse essere chiamato a renderne ragione, e che in appresso non si trovasse risponsabile di ciò che dessa gli avrebbe fatto fare.

Se dobbiamo risguardare come il migliore de' governi quello che procura a tutti i cittadini maggiori godimenti e felicità, sarà giusto di tener conto del continuo divertimento di una nazione; poichè, a non dubitarne, il governo che le procura quest'aggradevole occupazione dello spirito, contribuisce assai più alla sua felicità, che quello che le procurerebbe tutti i piaceri fisici. Sotto questo punto di vista non si può dubitare che una nazione, i di cui cittadini tutti hanno lo spirito sempre svegliato, sempre occupato, e rinnovato da idee variate, profonde, ed ingegnose, non trovi in questo solo esercizio un continuo piacere; piacere che non potrebbero farle gustare nè le meccaniche occupazioni cui sarebbero soltanto addette tutte le classi inferiori se non fossero libere, nè i grossolani sollievi che le offrirebbero i diletti de' sensi dopo il lavoro. Non eravi minore diversità tra i piaceri cui poteva aspirare un cittadino fiorentino, e quelli cui doveva limitarsi un gentiluomo napolitano, di quella che può esservi tra i piaceri del filosofo o del letterato, e quelli dell'operajo. La felicità e la sventura sono proprie di tutte le umane condizioni, e forse la loro somma è abbastanza egualmente compensata; ma la felicità dell'uomo che ha coltivato il suo spirito ed il suo cuore e sviluppate tutte le sue facoltà, è più conforme alla dignità della nostra natura, ed in pari tempo più nobile e più dolce: e quando si è gustata una sola volta, più non si vorrebbe farne cambio con quella che è frutto soltanto del riposo e dei materiali piaceri.

Pure non è il divertimento, parte così essenziale della felicità, non è la felicità medesima, che debbano essere lo scopo della nostra vita, o quello del governo; ma sibbene il perfezionamento dell'uomo. Spetta al governo il dare compimento alla destinazione che l'umana natura ha ricevuta dalla provvidenza; e può credersi che abbia conseguito il suo scopo, quel governo che quando ha proporzionalmente sollevato un maggior numero di cittadini alla più alta dignità morale di cui sia suscettibile l'umana natura. Ora, nella storia del mondo intero, forse nulla ci dà l'idea di una maggiore propagazione di lumi, di ragionevolezza, di cognizioni politiche morali ed amministrative, di coraggio civile, di prontezza e giustezza di spirito, quanto lo spettacolo che presenta Firenze, quando, fra ottantamila abitanti che conteneva questa città, due in tre mila cittadini occupavano con un rapido giro tutte le principali cariche dello stato, e dirigevano il loro governo con tanta saviezza, con tanta dignità, con tanta fermezza, che gli davano, tra gli stati dell'Europa, un posto infinitamente superiore alla misura della sua popolazione e delle sue ricchezze. La signoria, rinnovata dalla sorte ogni due mesi, sopra una lista composta di mercanti e di artigiani chiamati ad entrare sei volte all'anno ne' segreti della politica, dava ai consiglj de' re ed ai senati delle aristocrazie lezioni di prudenza e di giustizia, che questi sarebbero stati felici di poter seguire.