Di tutte le forze morali cui l'uomo va soggetto, quella che può fargli maggior bene o maggior male, è la religione. Tutte le opinioni che si riferiscono ad interessi superiori a quelli di questo mondo, tutte le credenze, tutte le sette esercitano sui sensi morali e sul carattere umano una prodigiosa influenza. Niuna per altro penetra più avanti nel cuore dell'uomo quanto la religione cattolica, perchè niun'altra è così gagliardamente costituita, niuna si è così compiutamente assoggettata la filosofia morale, niuna ridusse in più stretta servitù le coscienze, niuna instituì, com'essa fece, il tribunale della confessione, che riduce tutti i credenti nella più assoluta dipendenza del suo clero, niuna ha ministri più indipendenti da ogni spirito di famiglia, e perciò più intimamente uniti dall'interesse e dallo spirito di corporazione.
L'unità della fede, che non può essere che il risultamento di un'assoluta servitù della ragione alla credenza, e che conseguentemente non trovasi presso verun'altra religione in così eminente grado come nella cattolica, obbliga tutti i membri di questa chiesa a ricevere i medesimi dommi, ad assoggettarsi alle stesse decisioni, ad uniformarsi a' medesimi insegnamenti. Non pertanto l'influenza della religione cattolica non è eguale in tutt'i tempi ed in tutti i luoghi; ella operò diversamente assai in Francia ed in Germania, da quello che fece in Italia e nella Spagna; anche la di lei influenza non fu pure sempre uniforme in questi ultimi paesi; ella variò press'a poco all'epoca del regno di Carlo V, che corrisponde, rispetto all'Italia, alla distruzione delle repubbliche de' secoli di mezzo. Le osservazioni che saremo chiamati a fare intorno alla religione dell'Italia, o della Spagna, ne' tre ultimi secoli, non devonsi applicare a tutta la chiesa cattolica[367].
Siamo qui ridotti ad accennare soltanto la rivoluzione che si operò nella chiesa romana verso la metà del sedicesimo secolo: perchè abbisognerebbero discussioni troppo lunghe ed estranee al nostro soggetto, per farne tutta comprendere l'estensione. I papi Paolo IV, Pio IV, Pio V, e Gregorio XIII, furono quelli che operarono tale rivoluzione; il loro spirito persecutore cambiò del tutto lo spirito della corte di Roma e quello della chiesa italiana; e nello stesso tempo il concilio di Trento sostituì la più gagliarda e più imponente organizzazione al legame spesso rilasciato che univa i principi della Chiesa colla numerosa loro milizia. Fino a quell'epoca, avevano i papi contratta una specie d'alleanza coi popoli contro i sovrani; non avevano fatte conquiste che a danno de' re; dovevano il loro innalzamento e tutti i loro mezzi di resistenza al potere dello spirito opposto alla forza brutale, e più ancora per politica che per gratitudine si erano creduti obbligati di sviluppare questo potere dello spirito. Essi avevano fatto nascere, essi dirigevano, e chiamavano in loro ajuto la pubblica opinione; proteggevano le lettere e la filosofia, ed inoltre permettevano, con una tal quale liberalità, a' filosofi ed a' poeti di deviare dall'angusta linea dell'ortodossia; per ultimo fomentavano lo spirito di libertà, e proteggevano le repubbliche. Ma quando una metà della chiesa, seguendo le insegne della riforma, scosse il loro giogo, e ritorse contro di loro que' lumi della filosofia ch'essi avevano lasciato risplendere, allora un terrore profondo, incusso loro da questo spirito medesimo di libertà che avevano incoraggiato, da questa pubblica opinione che fuggiva loro di mano e diventava possente di per sè sola, li determinò a cambiare tutta la loro politica. Invece di mantenersi alla testa dell'opposizione contro i monarchi, sentirono il bisogno di fare causa comune con loro, onde contenere avversarj più formidabili de' sovrani. Contrassero perciò la più stretta alleanza con questi, e particolarmente con Filippo II, il più dispotico di tutti; e d'allora in poi ad altro non pensarono che a comprimere le coscienze, ed a ridurre in ischiavitù lo spirito umano: infatti gli posero un cotal giogo, che gli uomini non avevano mai portato.
Si disse più volte ne' paesi protestanti, che la riforma era riuscita utile anche alla Chiesa romana; nè quest'osservazione si scosta affatto dal vero. In Francia, in Germania, ed in tutti i paesi in cui le due comunioni trovansi in faccia l'una all'altra, l'esempio e la rivalità del culto contribuiscono a renderle ambedue migliori[368]. Cadauno evitò di dare all'altra occasione di redarguirla o di accusarla; e l'alto clero della corte di Roma partecipò in un'altra maniera a questa riforma. Una grandissima mutazione ne' suoi costumi, un grande accrescimento di fervore nel suo zelo, illustrarono il nuovo periodo che comincia col concilio di Trento. Dopo quest'epoca, la corte romana cessò di essere una pietra di scandalo. I papi ed i cardinali furono d'allora in poi sempre sinceramente e costantemente animati dallo spirito della loro religione. La loro autorità crebbe a dismisura ne' paesi da' quali poterono tenere affatto lontana la riforma: ma la conseguenza di tale autorità, e dello zelo cui andava debitrice, non furono per avventura apprezzate pel giusto loro valore.
Esiste a non dubitarne un'intima unione tra la religione e la morale, ed ogni uomo dabbene dev'essere convinto che il più nobile tributo che la creatura possa dare al Creatore, si è quello di avvicinarsi a lui colle sue virtù. Però la filosofia morale è una scienza assolutamente distinta dalla teologia[369]: ha le sue leggi nella ragione e nella coscienza; porta con sè il proprio convincimento, e dopo avere dato uno sviluppo allo spirito colla indagine de' suoi principj, soddisfa il cuore colla scoperta di ciò che è veramente bello, giusto e conveniente. La Chiesa si rese padrona della morale, siccome di cosa di sua pertinenza; sostituì l'autorità de' suoi decreti, e le decisioni de' padri a' lumi della ragione e della coscienza, lo studio de' casisti a quello della filosofia morale, e così mise in luogo del più nobile esercizio dello spirito una servile abitudine.
La morale, del tutto snaturata tra le mani de' casisti, diventò straniera non meno al cuore che alla ragione: perdette di vista i mali che ogni nostro fallo poteva arrecare a qualche creatura, per non avere altre leggi che le supposte volontà del Creatore; rigettò la base che le aveva data la natura nel cuore di tutti gli uomini, per formarsene una affatto arbitraria. La distinzione de' peccati mortali da' veniali cancellò quella che trovavamo noi stessi nella nostra coscienza tra le offese più gravi e le più perdonabili: e si videro disposti gli uni a canto agli altri i delitti che ispirano il più profondo orrore, co' falli che la nostra debolezza è appena capace d'evitare.
I casisti presentarono all'esecrazione degli uomini, nel primo ordine tra i più colpevoli, gli eretici, gli scismatici, i bestemmiatori. Talvolta riuscirono a risvegliare contro di loro l'odio il più violento, e quest'odio era più criminoso che l'errore che lo aveva eccitato: altre volte non poterono trionfare della compassionevole ragione del popolo, il quale non iscorgeva in questi grandi colpevoli che uomini strascinati dall'ignoranza, dall'errore, o da irriflessa abitudine. Nell'un caso e nell'altro, il salutare orrore che deve ispirare il delitto fu considerabilmente diminuito; l'assassino, l'avvelenatore, il parricida, vennero associati ad uomini che si conciliavano un involontario rispetto. Le buone azioni degli eretici accostumarono a dubitare della virtù medesima; la loro dannazione fece risguardare la riprovazione come una sorta di fatalità; ed il numero de' colpevoli si andò talmente moltiplicando, che l'innocenza parve quasi impossibile[370].
La dottrina della penitenza sovvertì vie maggiormente la morale di già confusa dall'arbitraria distinzione de' peccati. Era senza dubbio una consolante promessa quella del perdono del cielo pel ritorno alla virtù, e quest'opinione è tanto conforme a' bisogni ed alle debolezze dell'uomo, che formò parte di tutte le religioni. Ma i casisti avevano snaturata questa dottrina, imponendo precise forme alla penitenza, alla confessione ed all'assoluzione[371]. Un solo atto di fede e di fervore fu dichiarato bastante per cancellare una lunga lista di delitti. La virtù, invece di essere lo scopo costante di tutta la vita, più non fu che un conto da liquidarsi in punto di morte. Più non vi fu un peccatore così accecato dalle sue passioni, che non progettasse di dare, prima di morire, alcuni giorni alla cura della sua salvezza, e che sedotto da tale confidenza non rallentasse la briglia alle sue sregolate inclinazioni. I casisti avevano oltrepassato il loro scopo col fomentare tanta confidenza, ed invano predicarono poi contro il ritardo della conversione: erano essi soli i creatori di questo sregolamento dello spirito, sconosciuto agli antichi moralisti; si era presa l'abitudine di non considerare che la morte del peccatore, e non la sua vita, e quest'abitudine diventò universale.
La funesta influenza di tale dottrina si rende in Italia oltremodo sensibile, qualunque volta viene condotto al patibolo qualche grande delinquente. La solennità del giudizio e la certezza della pena colpiscono sempre il più ostinato di terrore, poscia di pentimento. Veruno incendiario, veruno assassino, veruno avvelenatore, viene tratto al patibolo senza avere fatta, con profonda compunzione, una buona confessione, e senza fare in seguito una buona morte: il confessore dichiara la sua vera fede, dichiara che l'anima del penitente ha di già presa la via del cielo; ed il popolo sciocco si contrasta a' piè del patibolo le reliquie del nuovo santo, del nuovo martire, i di cui delitti l'avevano forse per più anni compreso di spavento.