Nulla dirò dello scandaloso traffico delle indulgenze, e del vergognoso prezzo che si pagava da' penitenti per ottenere l'assoluzione del prete. Il concilio di Trento si prese il pensiero di minorarne l'abuso; per altro anche presentemente il prete riconosce il suo sostentamento da' peccati e da' terrori del popolo; il peccatore moribondo versa con mano prodiga in messe ed in rosarj il danaro spesse volte raccolto con iniqui mezzi; fa tacere a prezzo d'oro la sua coscienza, e si forma agli occhi degli ignoranti un concetto di pietà[372]. Ma si risguardarono le indulgenze gratuite, quelle che in forza delle concessioni pontificie si ottenevano con qualche esteriore atto di pietà, come meno abusive; ad ogni modo non si saprebbe conciliarne l'esistenza con verun principio di moralità. Quando vedonsi, per modo d'esempio, promessi dugento giorni d'indulgenza per ogni bacio fatto alla croce posta in mezzo al Coliseo, quando si vedono in tutte le chiese d'Italia tante indulgenze plenarie che si guadagnano con tanta facilità, come mai conciliare o la giustizia di Dio o la sua misericordia col perdono accordato a così debole penitenza, o co' gastighi riservati a colui che non trovasi a portata di guadagnarle per così facile strada?

Il potere attribuito al pentimento, alle cerimonie religiose, alle indulgenze, tutto si era riunito per persuadere al popolo, che l'eterna salute o l'eterna dannazione dipendevano dall'assoluzione del sacerdote; e fu forse questo il più funesto colpo dato alla morale. L'accidente e non la virtù fu così chiamato a decidere dell'eterna sorte dell'anima del moribondo. L'uomo della più specchiata virtù, quello la di cui vita era stata la più pura, poteva essere sorpreso da subita morte nell'istante in cui la collera, il dolore, o la sorpresa, gli avevano strappato di bocca uno di que' profani vocaboli, che l'abitudine ha renduti così comuni, ma che, giusta le decisioni della Chiesa, non possono pronunciarsi senza cadere in peccato mortale; allora eterna doveva essere la dannazione di costui, perchè non si era trovato presente un sacerdote per accettare la di lui penitenza ed aprirgli le porte del paradiso. Il più scellerato di tutti gli uomini, coperto d'ogni delitto, poteva per lo contrario provare uno di que' momentanei ravvicinamenti alla virtù, che non sono sconosciuti a' cuori più depravati; poteva fare una buona confessione, una buona comunione, una buona morte, ed assicurarsi il paradiso.

Così la morale fu interamente pervertita, ed i lumi naturali, quelli della ragione e della coscienza, che giovano a distinguere l'uomo dabbene dal malvagio, furono costantemente contraddetti dalle decisioni de' teologi, i quali dichiaravano dannato il primo, che una funesta vicenda aveva precipitato in un irremissibile errore, e beato l'altro, che, toccato dalla grazia, aveva offerto un efficace pentimento[373].

Nè la cosa si ristrinse entro questi confini: la Chiesa collocò i suoi comandamenti a canto alla gran tavola delle virtù e de' vizj, il di cui conoscimento fu stampato nel nostro cuore. Essa non gli spalleggiò con una sanzione tanto formidabile quanto quelli della divinità, e non fece dipendere dalla loro esecuzione l'eterna salute; ma diede loro una forza che mai non ottennero le leggi della morale. L'omicida, ancora tutto lordo dei sangue poco anzi versato, mangia di magro divotamente anche nell'atto che sta meditando un altro assassinio; la prostituta colloca presso al suo letto un'immagine della Vergine, innanzi alla quale recita divotamente il suo rosario; il sacerdote, convinto di avere giurato il falso, non caderà giammai nell'inavvertenza di bere un bicchiere d'acqua prima di dire la messa: perciocchè quanto più un uomo vizioso fu severo osservatore de' precetti della Chiesa, tanto più si sente nel suo cuore dispensato dall'osservanza di quella celeste morale, cui sarebbe d'uopo sagrificare le sue depravate inclinazioni.

Pure la vera morale non lasciò mai di essere l'argomento de' sermoni della Chiesa; ma l'interesse sacerdotale corruppe nella moderna Italia tutto quello che toccò. L'amore del prossimo è il fondamento delle virtù sociali; il casista, riducendolo a precetto, dichiarò che si peccava col dir male del prossimo; ma con ciò venne a proibire a tutti il pronunciare quella giusta opinione che deve separare la virtù dal vizio, e soffocò la voce della verità; così, accostumando a far sì che i vocaboli non esprimano il pensiero, altro non fece che accrescere la segreta diffidenza di ogni uomo rispetto a tutti gli altri. La carità è la virtù per eccellenza del Vangelo; ma il casista insegnò a dare al povero pel vantaggio della propria anima, e non per soccorrere il suo simile; rendette comune l'elemosine indistinte che incoraggiarono il vizio e l'infingardaggine; ed all'ultimo deviò a beneficio del monaco mendicante i principali fondi della pubblica carità. La sobrietà e la continenza sono virtù domestiche che conservano le facoltà degl'individui, e mantengono la pace delle famiglie: il casista vi sostituì i cibi detti magri, i digiuni, le vigilie, i voti di virginità e di castità, ed a lato a queste monacali virtù potevano radicarsi nel cuore la gola e l'impudicizia. La modestia è la più amabile qualità dell'uomo posto in qualche elevata carica; ma la modestia non esclude un certo qual giusto orgoglio, che lo sostiene contro le proprie debolezze, e lo consola nelle traversie; il casista vi sostituì l'umiltà, la quale si associa al più insultante disprezzo delle altre persone.

Tale è l'inesplicabile confusione entro la quale i dottori dommatici gettarono la morale, e se ne resero esclusivamente arbitri; così, assistiti dall'autorità civile ed ecclesiastica, proscrissero ogn'indagine filosofica tendente a stabilire le regole della probità sopra altre basi che le loro, ogni disamina di principj, ogni richiamo all'umana ragione. E non contenti di rendere la morale una particolare loro scienza, ne fecero un segreto, depositandola interamente nelle mani de' confessori e de' direttori delle coscienze. Lo scrupoloso cristiano deve, in Italia, rinunciare alla più bella facoltà dell'uomo, quella di studiare e di conoscere il proprio dovere; gli si raccomanda di scacciare ogni pensiero che potesse fargli smarrire la via da loro additata, e l'orgoglio umano capace di sedurlo; e qualunque volta s'abbatte in qualche dubbiezza, qualunque volta si trova in qualche difficoltà, deve ricorrere alla sua guida spirituale. Con ciò la prova delle avversità, così propria ad innalzare l'uomo, lo rende sempre più schiavo; e quegli ancora che fu veracemente e puramente virtuoso, non saprebbe rendersi conto delle regole che si è egli stesso imposte[374].

Sarebbe quindi impossibile il dire quanto in Italia riuscisse perniciosa alla morale l'istruzione religiosa[375]. Non avvi in Europa verun altro popolo più costantemente addetto alle sue pratiche religiose, e che vi sia più universalmente fedele; pure non ve n'ha alcuno che osservi meno i doveri e le virtù di questo cristianesimo cui mostrasi tanto attaccato. Gl'Italiani imparano non già ad ubbidire alla propria coscienza, ma a deluderla; tutti pongono in salvo le loro passioni, col beneficio delle indulgenze, con mentali riserve, con progetti di penitenza, e colla speranza di una vicina assoluzione; e ben lungi che la probità vi sia guarentita dal più caldo fervore religioso, quanto più un uomo si mostra scrupoloso nelle sue pratiche di divozione, tanto più si deve a ragione diffidare di lui.

Tra le forze morali che agiscono sopra la società l'educazione è la seconda in potenza. Coloro ch'essa ha posti in su la via della virtù possono ancora essere traviati nel corso della loro vita; coloro che furono dall'educazione depravati, possono tuttavia essere ricondotti sul sentiere della virtù e del dovere. Ma la religione stende la sua influenza o benefica o funesta su tutto il corso della vita; trova appoggio nell'immaginazione della gioventù, nell'esaltata tenerezza di un sesso più debole, e ne' terrori dell'età avanzata: segue l'uomo fino ne' suoi più reconditi pensieri, e lo raggiugne anche quand'egli si è sottratto ad ogni umano potere. Pure è così grande la reciproca influenza dell'educazione sulla religione, e della religione sull'educazione, che appena possono separarsi queste due informatrici cagioni de' caratteri nazionali.

Infatti l'educazione mutossi in Italia, quando si mutò la religione. Quando alcuni papi, guidati soltanto dal fanatismo, vennero sostituiti a coloro che non avevano dato retta che all'ambizione, l'educazione fu affidata a nuove mani. I due nuovi ordini de' Gesuiti, e de' Scolopj, s'impadronirono di tutti i collegj; e si vide tutt'ad un tratto e dovunque assolutamente cessare quell'ammaestramento indipendente dato a migliaja di scolari da' celebri filologi, i Guarini, gli Aurispa, i Filelfi, i Pomponio Leto ec. Questa così numerosa classe di precettori, che diedero un così rapido movimento allo studio della letteratura nel quindicesimo secolo e nel principio del sedicesimo, non aveva forse seguita una filosofia affatto scevra da errori, nè aveva avuti troppo liberali opinioni; ma ciascheduno di loro era indipendente; ognuno era spalleggiato dalla propria riputazione; la di lui scuola rivalizzava con tutte le altre; ed egli cercava, spinto da gelosia verso i suoi emuli, di scoprire o di abbracciare un nuovo sistema. Egli adoperava tutta la forza del suo spirito, e tutte risvegliava le facoltà de' suoi scolari, appellandosi sempre della sua parziale dottrina all'esame ed al giudizio del pensiere, unica autorità che potesse decidere tra professori tutti eguali. I monaci, che presero il posto di questi uomini tanto attivi, vennero strettamente legati ad una corporazione. Senza prendersi cura del buono o cattivo esito delle loro scuole, che non poteva alterare il loro voto di povertà, ed unicamente intenti a quello del loro ordine, tutto riferivano alla disciplina che avevano ricevuta, tutto assoggettavano all'autorità spirituale, in nome della quale parlavano, denunciando il richiamo all'umana ragione come una ribellione contro le loro dottrine immediatamente emanate dalla divinità.