Nelle scuole di cotali nuovi istitutori cessò bentosto ogni sforzo dello spirito. Permisero bensì a' loro discepoli di giugnere a quelle cognizioni di già acquistate, ch'essi non giudicarono pericolose; ma loro vietarono l'esercizio delle facoltà che avrebbero potuto farne loro acquistare di nuove. Ogni filosofia venne subordinata alla regnante teologia; e rispetto a tutti gli altri sistemi, tutt'al più si presero da loro gli argomenti co' quali si potevano confutare. Ogni morale venne assoggettata alle decisioni della Chiesa e de' casisti, e più non si permise di ricercare nel cuore que' principj che dall'autorità erano di già stati giudicati. Ogni politica si modellò sull'interesse del governo dominante, ed ogni elevato pensiero venne bandito da una scienza che, invece di essere la più indipendente di tutte, diventò la più servile.

Pure lo studio dell'antichità non fu sbandito dai collegj; ma come poteva mai avere un reale allettamento per la gioventù? Come mai giovare all'istruzione del cuore e della mente, dopo essere stato spogliato d'ogni nobile sentimento? Qual valore poteva darsi all'antica eloquenza, allorchè l'amore di libertà veniva considerato come spirito di ribellione, e l'amore di patria si condannava come un culto quasi idolatro? Quale impressione poteva fare la poesia, mentre che la religione degli antichi trovavasi costantemente opposta a quella de' moderni, siccome le tenebre alla luce, o quando le sensazioni di un cuore appassionato si spiegavano dai monaci ai fanciulli? Quale interesse risvegliare poteva lo studio delle leggi, delle costumanze, delle abitudini dell'antichità, quando non si confrontavano colle astratte nozioni di una veramente libera legislazione, di una pura morale, di abitudini che nascono dal perfezionamento dell'ordine sociale?

Quindi lo studio dell'antichità, siccome ogni altra scienza monastica, diventò una scienza positiva, una scienza di fatti e di autorità, in cui più non ebbero veruna parte nè la ragione, nè il sentimento. S'insegnarono ottimamente ai fanciulli italiani le eleganze della lingua del Lazio, vale a dire i vocaboli e le regole dei vocaboli; ottimamente pure la prosodia, ossia le regole della versificazione, sicchè sapessero fare versi latini, quali possono farsi da chi possiede tutte le qualità proprie del poeta, tranne il pensiero e la passione; venne loro insegnata la mitologia con tanta accuratezza, da fare sovente arrossire quegli uomini medesimi che credono d'avere avuta una classica educazione; ma l'indipendenza del pensiero era talmente sbandita da ogni sistema d'educazione, che non potevasi insegnar loro la rettorica o la poetica, che dietro autorità universalmente ricevute, e formanti quasi una nuova ortodossia; onde la stessa teorica della bella letteratura non produsse in Italia verun'opera singolare[376]. Possiamo domandarci quale nuovo pensiere abbia acquistato un giovane dopo un cotal corso di studj, come siansi sviluppati il suo cuore e la sua mente, e se non gli sarebbe tornato lo stesso vantaggio dallo studio delle antichità peruviane, come da quello delle antichità greche o latine, insegnategli senza il modo di sentirle.

Sotto un tale metodo d'ammaestramento alcuni uomini, felicemente organizzati, svilupparono la loro memoria; e se avevano inoltre ricevuto dalla Natura una feconda immaginazione ed il delicato senso dell'armonia, poterono emergere poeti nel nativo idioma, senza che i loro pedagoghi abbiano potuto soffocare i loro talenti. Ma la parte infinitamente maggiore di loro giacque in un'assoluta inerzia di spirito. Non solo un giovane italiano non pensa, ma non sente neppure il bisogno di pensare; ed il profondo suo ozio sarebbe un supplicio per un uomo de' paesi settentrionali, sebbene fosse questi naturalmente e meno attivo e meno impetuoso. Tale ozio fu dall'abitudine trasformato in bisogno, e quasi in piacere[377]. Si occupò tutta l'età della fanciullezza in modo di non lasciare luogo all'esercizio della facoltà di ragionare. I monaci che dirigono le occupazioni de' giovinetti, tolsero tutto il fervore dalle loro preghiere, tutta l'attenzione dagli studj, tutta l'intenzione da' loro piaceri, tutta l'espansione dalle loro relazioni.

Gli esercizj di pietà occupano una non piccola parte delle ore dello scolaro; ma basta che col suono della sua voce si faccia macchinalmente conoscere presente. Le lunghe monotone preghiere non possono fissare la sua attenzione; lo stesso formolario, le mille volte ripetuto, più non parla nè alla sua mente, nè al suo cuore. Mentre un breve esercizio di divozione avrebbe avvisata la sua coscienza, i rosarj, ripetuti per fino tre volte al giorno senza intenderli, lo avvezzano a separare totalmente il suo pensiero dal suo linguaggio; e questo diventa un esercizio di distrazione, se non lo è d'ipocrisia[378].

Altre ore sono destinate allo studio delle lingue, della mitologia, della prosodia, di alcune epoche della storia; ma si chiama a ricevere queste lezioni la sola memoria, la memoria che non è risvegliata dalle altre più nobili facoltà del nostro essere, la memoria che per ubbidienza si carica d'un peso di cui non conosce l'uso, e che non ravvisa altro scopo nello studio della sua lezione che quello di recitarla. Lo scolaro non si presta che languidamente a tale incumbenza: colui che forse dalla natura era stato dotato della più dichiarata attitudine ad imparare, lascia abbrutire questa facoltà che non viene mai occupata; colui che sente nel suo cuore i semi del più nobile entusiasmo, non trova cosa che serva a svilupparlo. Ambidue risguardano con un certo quale disgusto i vocaboli e le sterili regole affastellate nella loro memoria. Nell'istante in cui la sua educazione è terminata, ognuno discaccia con piacere dal suo capo tutto ciò che vi aveva ricevuto senza incorporarlo giammai al suo pensiere.

Vero è che nelle scuole e nei seminarj d'Italia viene accordato qualche tempo al sollievo del corpo ed agli esercizj; ma l'ubbidienza e la disciplina monastica tengono dietro allo scolaro anche nel breve tempo che pretendesi di accordare ai suoi divertimenti. Ogni giorno, nell'ora medesima, esce dal seminario la lunga processione degli scolari: essi camminano a due a due, vestiti di lunghe sottane: due preti li precedono, altri si trovano frammischiati nelle file, altri stanno alla coda. Nè mai accelerano il passo, nè mai lo rallentano; mai non raccolgono un fiore; mai non osservano l'industria di un insetto; mai non esaminano la conformazione di un sasso; mai non riunisconsi in gruppi per giuocare, per disputare, per parlare con confidenza. L'autorità monastica è sospettosa, avendo imparato a diffidare dell'uomo, ed a non vedere nel presente secolo che corruzione. Nulla v'ha che al pedagogo non dia cagione di timore o pei costumi del suo allievo, o per la disciplina della sua scuola, o per la sua personale autorità. I legami di amicizia tra i suoi discepoli diventano a' suoi occhi un cominciamento di cospirazione, e si affretta di romperli; le confidenze sarebbero lezioni di mal costume, e le rende impossibili; lo spirito di corporazione degli scolari tenderebbe a ristringere la sua autorità, ed egli l'attacca come una ribellione; premia i delatori, e tutto accorda a colui che gli sagrifica il suo compagno.

Infelice quella nazione che viene così educata! Cosa avrebbe potuto imparare nelle sue scuole, fuorchè a diffidare del suo simile, ad adulare, a mentire? Che altro le rimane di tutti i suoi studj, se non se il disgusto di quanto imparò, e l'incapacità di abbandonarsi a nuova applicazione? Il suo lavoro non potè in essa produrre che l'inerzia del pensiere; la distribuzione delle pene e delle ricompense dovette inspirarle l'ipocrisia; i suoi monaci, tenendola lontana da ogni pericolo, ne indebolirono e snervarono gli organi, rendendola diffidente di sè medesima e vile. Gli è un conforto per la nazione italiana d'essere stata in circostanze di provare coll'esperienza, che i vizj che le si rinfacciano non derivano da lei, ma dalle sue instituzioni. Mentre che ella sperimentava i funesti risultati dei sistemi stabiliti nel suo seno, una straniera rivoluzione strascinò violentemente moltissimi suoi giovani allievi nelle scuole degli oltramontani; ed in allora bentosto sviluppando essi quell'attività della mente tenuta così lungamente compressa, avidamente abbracciarono quella scienza dalla quale si erano prima mostrati alieni, e gettarono lontano da loro quella doppiezza, quella pieghevolezza, non da altro loro insinuate che dalla disciplina cui erano stati prima assoggettati. La stessa educazione dei militari campi, o quella dell'amministrazione civile, basta talvolta a far cadere la crosta formata da un'instituzione monastica; e l'Italia vede oggi con orgoglio innalzarsi tra la sua gioventù uomini degni delle sue antiche repubbliche, uomini che, cancellando la servile impronta ond'erano stati segnati, conservarono tutto il genio nazionale.

Sono allievi formati dall'educazione monastica che la legislazione italiana riceve all'uscire dalle scuole, per conformarli al giogo e farne sudditi ubbidienti. I pensieri di questi allievi non s'innalzarono giammai verso veruna specie d'astrazione; giammai non si fecero a disaminare ciò che dev'essere, ma soltanto ciò che è; mai non rintracciarono l'origine di qualsiasi autorità, essendosi loro rappresentata ogni cosa, in questo mondo e fuori, come fondata sull'autorità; e la loro mente si è fatta troppo infingarda per potere giammai risalire alla sorgente di ciò che si sottomette a credere. Guidati come ciechi nella loro educazione, e ciecamente ubbidienti ai loro preti, trovaronsi disposti ad offrire la medesima ubbidienza ai loro principi[379]. Non è già un eroico attaccamento, verso alcune famiglie, che si è radicato in tale o tale altro popolo d'Italia, come spesso si vide in altre monarchie, ma un'ubbidienza indolente, e che non è fondata che nell'avversione della lotta e nel costante desiderio del riposo. Ubbidienza a chi comanda, è una massima proverbiale rappresentante un complesso di tutti i doveri politici e di tutti i precetti della prudenza.

Quindi il dispotismo non ha bisogno di trasvestirsi; un sovrano potere, un illimitato potere viene attribuito al principe; e non avvi verun diritto, sia sacro quanto si voglia, che si creda intangibile dalla sovrana possanza. Le leggi sono semplici emanazioni della volontà del monarca, che non fu consigliato da altra persona; e ciò viene indicato dal nome che portano di motu proprio. Le sentenze civili e criminali possono essere riformate dai suoi rescritti: egli sospende a favore di un individuo le processure de' creditori; accorda ad un altro la restituzione in integrum dei diritti perduti già dal medesimo in forza di preventiva prescrizione; legittima un terzo che è bastardo per farlo succedere co' suoi fratelli, o in pregiudizio de' suoi cugini; scioglie a favore di un quarto i vincoli della primogenitura, perchè possa disporre, con pregiudizio de' suoi figli, dei beni che loro sono sostituiti. I privilegj delle corporazioni non lo trattengono più di quelli delle private famiglie, e cambia a suo piacere e per privato fine le costumanze delle città e le prerogative dei diversi ordini dello stato[380].