— Certamente — disse Rico, con gelida cortesia, afferrando la stanga di destra con una mano e agitando la frusta con l’altra.

— Avanti! — gridò. — Avanti, ehi!

I cani si lanciarono tendendo le cinghie del pettorale, fecero dei grandi sforzi per un momento, e poi si rilassarono: erano incapaci di muovere la slitta.

— Lazzaroni bruti, vi mostrerò io! — gridò egli facendo l’atto di frustarli.

Ma Mercede s’interpose, gridando: — Oh, Rico, non devi picchiarli, — e gli afferrò la frusta, e gliela strappò di mano. — Poverini! Ora tu devi promettermi che non sarai duro con loro per tutto il resto del viaggio, o io non vado un passo avanti.

— Ah! tu ne sai qualche cosa dei cani, — sghignazzò il fratello. — Vorrei che tu mi lasciassi un po’ in pace. Sono lazzaroni, ti dico, e tu devi frustarli se vuoi ottenere qualche cosa da loro. Questa è la maniera. Domandalo a chi vuoi. Domandalo ad uno di questi uomini.

Mercede guardò, come implorando, gli uomini, con indicibile espressione di ripugnanza per la sofferenza, sul suo volto grazioso.

— Sono deboli come l’acqua, se volete saperlo, — rispose uno degli uomini. — Assolutamente sfiniti. Ecco il loro male. E hanno bisogno di riposo.

— Crepi il riposo, — esclamò Rico, muovendo il suo mento imberbe, mentre Mercede emetteva un — Oh! — di pena e di dispiacere, all’esclamazione del fratello.

Ma poichè era una creatura che parteggiava ciecamente per i suoi, s’affrettò a dire, puntigliosa, in difesa del fratello: