Misterioso, a pause cadenzate, con un ritornello ossessionante, quel canto era tutt’altro che bello; l’aggettivo terribile non basta neppure a definire la sensazione che suscitava. All’altra estremità del rettangolo, danzavano cinque o sei donne, sotto l’occhio del Shaman, il quale sgridava severamente quelle che non s’abbandonavano con tutto lo slancio che ci voleva, di solito, in quelle occasioni. Mezzo nascoste sotto la greve massa dei loro capelli neri che ricadevano in disordine fino alla cintola, esse ondeggiavano lentamente, ora indietro, ora in avanti, facendo oscillare i loro corpi secondo il ritmo, che mutava continuamente.

Era uno spettacolo strano, anacronistico: mentre nel mezzogiorno, il secolo XIX moriva con gli ultimi anni della sua ultima dècade, lì, l’uomo primitivo, frammento negletto del Vecchio Mondo, fioriva, quasi come al tempo degli abitatori delle caverne preistoriche. I cani lupi, dal pelo fulvo erano coricati tra i loro padroni coperti di pelli di bestie o si facevano largo in mezzo ad essi. I loro occhi sanguigni e le loro bocche colanti schiuma riflettevano i rossi chiarori del fuoco. I boschi dormivano, indifferenti, sotto un bianco lenzuolo, e il gran silenzio ricacciato, a quell’ora, ai margini delle foreste, pareva rifugiarsi in fondo in fondo; le stelle danzavano nella volta turchina, come accade di solito al tempo del gran freddo: mentre gli spiriti del polo trascinavano le loro vesti splendide attraverso i cieli.

Scruff Mackenzie ebbe un concetto approssimativo, della grandezza selvaggia, di quello spettacolo, quando percorse collo sguardo i due filari di abeti, per rendersi conto del numero degli assenti. E lo sguardo si posò, un momento, su un neonato che succhiava il seno di sua madre.

S’era a quaranta gradi sotto lo zero. Egli pensò alle donne delicate della sua razza, e sorrise con aria selvaggia. Eppure, egli era nato da una di queste donne, e aveva ricevuto un retaggio regale, come quelli della sua razza: il potere di regnare su terra e su mare, sui popoli e sugli animali di tutte le regioni. Solo com’era contro cento, lontano da tutti i suoi, in pieno inverno artico, egli sentì passare nelle vene l’ardore dei suoi antenati, il desiderio dell’amore selvaggio e pericoloso, e, col fremito della lotta prossima, l’ardore di vincere o morire.

Canti e danze cessarono, e il Shaman incominciò a parlare con eloquenza avvincente; servendosi della loro intricata mitologia, egli sapeva influire abilmente sull’animo credulo del popolo. La faccenda diventava seria. Creando un contrasto tra i principî creatori incarnati nella Cornacchia e nel Corvo, e Mackenzie, egli marchiò costui col nome di Lupo, principio di lotta e di distruzione. — Non si trattava solo di un contrasto di forze spirituali, ma della lotta, ma della lotta dell’uomo contro l’uomo sino alla soppressione. Essi erano i figli di Jelchs, il Corvo, che aveva portato il fuoco; Mackenzie era il figlio del Lupo, o, con parole più precise, il Demonio. Dar tregua per un momento a questa lotta perpetua e maritare le loro figlie con i capi nemici era un tradimento e uno spaventoso sacrilegio... non c’era immagine bassa o parola dura bastante per definire Mackenzie, ch’egli chiamava intruso, sornione, creatura di Satana. Una specie di ruggito selvaggio, subito represso, sfuggì dal petto degli ascoltatori quando egli s’abbandonò al volo della perorazione.

«Sì, fratelli miei, Jelchs è onnipotente. Non ha portato il fuoco dal cielo per riscaldarci? Non ha fatto uscire dalle loro caverne il sole, la luna, e le stelle per darci la luce? Non ci ha insegnato a lottare contro gli spiriti maligni, quali la Carestia e il Gelo? Ora, Jelchs è adirato contro i suoi figliuoli ridotti a un piccolo numero, e rifiuta di aiutarli, perchè si sono abbandonati a male azioni, hanno percorso i sentieri del male e accolto nelle loro case i suoi nemici ch’essi hanno fatto sedere accanto al loro focolare. E il Corvo è afflitto dalla perversità dei suoi figliuoli; ma quando essi si solleveranno e mostreranno di voler tornare a lui, egli uscirà dalle tenebre per aiutarli. O fratelli, il Messaggero del Fuoco è venuto a sussurrare delle parole all’orecchio del vostro Shaman, e le parole sono queste che udrete: «I giovani conducano le giovani nelle loro capanne, si lancino alla gola del lupo, e il loro odio non si estingua mai. Allora le loro mogli diverranno feconde, ed essi cresceranno e moltiplicheranno e formeranno un popolo potente. E i Corvi guideranno tribù numerose dei loro padri e dei padri dei loro padri, dalle lontane terre del Nord; e sconfiggeranno i Lupi sino al punto di farli scomparire come i fuochi dei nostri accampamenti dell’anno passato, e allora i Corvi regneranno su tutta la terra». Tale è il messaggio di Jelchs, il Corvo».

Questo simbolo della venuta del Messia suscitò una specie di urlìo rauco degli Sticks che, a un tratto, balzarono in piedi. Mackenzie liberò il pollice dai guantoni e attese. Sorse un gran clamore: volevano la Volpe. Il clamore s’acquetò solo allorchè un giovanotto s’avanzò per parlare, a sua volta.

«Fratelli! Le parole del Shaman sono dettate da saggezza. I Lupi hanno condotto con loro le nostre donne, e i nostri uomini sono senza figliuoli. Siamo ridotti a un pugno d’uomini. I Lupi hanno preso le nostre calde pellicce e ci hanno dato in cambio degli spiriti maligni che giacciono in bottiglie e vesti fatte con erba e non con pellicce di castoro o di lince. Queste stoffe non serbano calore e i nostri uomini muoiono di strane malattie. Io, la Volpe, non ho moglie... perchè? Due volte, le ragazze che mi piacevano sono partite per l’accampamento dei Lupi; oggi, ho messo da parte pelli di castoro, di moose e di cariboo, per ingraziarmi Thiling-Tinneh e sposare sua figlia Zarinska. Ebbene! Ella ha già calzato i pattini ed è bell’e pronta a guidare i cani del Lupo... Non parlo solo per me: lo stesso è accaduto all’Orso. Anch’egli desiderava tanto d’essere il padre dei figliuoli di Zarinska, ed aveva in serbo numerose pelli di bestie per ottener l’intento... Parlo in nome di tutti i giovani che non hanno moglie. I Lupi sono insaziabili, e si prendono sempre la parte migliore del bottino, lasciando quel che loro avanza, ai Corvi.

«Guardate Gugkla!», esclamò egli, accennando col dito a una donna inferma: «le sue gambe contorte come i fianchi d’un canotto di betulla le impediscono di raccogliere legna e di portare il cibo ai cacciatori. I Lupi se la son presa?

— È vero, è vero! — acclamarono gli uomini della tribù.