— Ecco Moyri, alla quale lo Spirito del Male ha torti gli occhi. I ragazzi hanno paura quando i loro sguardi cadono su di lei: e si dice che l’Orso le apra il cammino sul ghiaccio. È stata scelta, forse?
Risuonò l’applauso crudele.
— Guardate Pischet, seduta là. Le mie parole non giungono sino a lei, che non ha mai udito la voce del marito e neppure il cicaleccio del figliuolo, giacchè vive nel gran Silenzio Bianco. I Lupi si sono curati di lei?... No! Essi scelgono la parte migliore e a noi tocca il resto... Ebbene! Fratelli, d’ora in poi, non sarà più così! Noi non permetteremo più che i Lupi si insinuino nei nostri accampamenti. L’ora è venuta».
Nel momento in cui pronunciava queste ultime parole un immenso chiarore purpureo, verde, giallo, e violetto, si distese da un punto all’altro del cielo: era un’aurora boreale. Colla testa rovesciata indietro e le braccia distese, l’oratore esclamò, terminando:
— Guardate! Gli spiriti dei nostri padri sorgono, e grandi cose stanno per compiersi stanotte!
Egli indietreggiò di alcuni passi, e un altro giovane s’avanzò timidamente, spinto dai compagni ch’egli sorpassava di tutta la testa. Il suo largo petto scoperto, sembrava sfidare il freddo; egli oscillava ora su un piede ora sull’altro, le parole gli si fermavano tra le labbra; era in gran disagio. La sua faccia, orribile all’aspetto, recava i segni dei colpi spaventosi che glie ne avevano tolta una parte. Egli incominciò a colpire col pugno chiuso il suo vasto petto, che risuonò come un tamburo, e la voce s’alzò, rumoreggiando come le onde che rifluiscono da una profonda caverna.
— Io sono l’Orso... la Punta d’Argento e il Figlio della Punta d’Argento. La mia voce rassomigliava ancora a quella d’una ragazza quando già cacciavo la lince, il moose, il cariboo; allorchè il vento soffiava terribile; io ho percorso le Montagne del Sud e ucciso tre uomini dei Fiumi Bianchi, e quando questi sono diventati torrenti, ho incontrato l’orso bianco, ma non gli ho ceduto il passo.
Egli tacque un momento e passò, in modo significativo, una mano sulle sue orribili cicatrici.
— Io non rassomiglio alla Volpe. La mia lingua è gelida come l’acqua. Io non sono capace di fare lunghi discorsi. Posso dire solo poche parole. La Volpe annunzia che grandi avvenimenti si compiranno questa notte. Bene! Le parole scorrono dalle sue labbra come l’acqua dalla fonte, ma egli non è prodigo di azione. Questa notte mi batterò col Lupo. L’ucciderò, e Zarinska verrà a sedersi accanto al mio fuoco. L’Orso ha parlato.
Nonostante un pandemonio infuriasse intorno a lui, Mackenzie non si mosse. Sapendo che la carabina non poteva servirgli così da vicino, trasse le due rivoltelle, e se le pose innanzi pronte a servirsene, e tolse i guantoni a sacco così che le mani erano appena riparate dai guanti che incominciavano dal gomito. Sapeva che a voler prendere tutti i suoi nemici insieme era come perdersi, ma, fedele alla parola, era preparato a morire coi denti stretti. Ma l’Orso tratteneva i suoi compagni, respingendo, col suo terribile pugno, i più avventati. Quando il tumulto cominciò a placarsi. Mackenzie lanciò uno sguardo in direzione di Zarinska. Formava un quadro magnifico. Curva in avanti nei pattini, con le labbra socchiuse e le narici frementi, era come una tigre pronta a balzare. I suoi grandi occhi neri fissavano gli uomini della sua tribù con una espressione tra di sfida e di timore. Era tale la tensione del suo animo che pareva ch’ella non respirasse neppure. Con una delle mani raggrinzite si premeva convulsamente il petto, e con l’altra teneva come in una morsa il frustino pei cani. Sembrava una statua di pietra. Poi i suoi muscoli s’allentarono; rovesciatasi indietro, emise un sospiro, e lanciò a Mackenzie uno sguardo ch’esprimeva più che amore.