Di tanto in tanto, Mackenzie, era respinto vicinissimo al fuoco e all’estremo del terreno, e, ogni volta, la tattica familiare ai pugilisti lo riconduceva al centro. Neppure una voce s’alzava in suo favore, mentre applausi, incitamenti e avvertimenti erano prodigati all’Orso. Ogni qualvolta i coltelli s’incontravano, Mackenzie, stringeva i denti maggiormente, e dava o parava i colpi con una colma coscienza della sua forza. Dapprima, egli sentì pietà per l’avversario, ma questo sentimento cedette in breve all’istinto di conservazione, che, a sua volta, cedette al piacere d’uccidere. Diecimila anni di cultura sparirono e non rimase che un abitante delle caverne che lottava per la donna da lui eletta.
Due volte toccò l’Orso senz’esserne toccato, ma, la terza volta, sentì la lama dell’avversario, e, per iscansarla, toccò con la mano libera il braccio armato dell’Orso. Vennero alle mani. Mackenzie allora si rese conto dell’immensa forza di questi: i muscoli tesi gli si annodavano dolorosamente, nervi e tendini sembravano spezzarsi, dallo sforzo, la lama di momento in momento s’avvicinava sempre più. Egli tentò di svincolarsi, ma non fece altro che perder forza, mentre la cerchia degli spettatori rivestiti di pelli di bestie, si stringeva per vedere la sconfitta e il colpo finale. Allora, con tutta l’astuzia d’un lottatore esperto, Mackenzie si gettò un po’ da lato e diede un gran colpo di testa all’avversario. L’Orso indietreggiò involontariamente e perse, così, il centro di gravità, mentre Mackenzie, si lanciava su di lui con tutto il suo peso e lo precipitava sulla neve spessa e dura. L’Orso inciampò e cadde sul dorso, lungo disteso.
— O marito mio! — risuonò la voce di Zarinska, vibrante di pericolo.
Al rumore del distendersi d’un arco, Mackenzie si curvò a terra, ed ecco una freccia, passando sopra di lui, colpire l’Orso al petto, nel momento in cui stava per gettarsi sul nemico, strisciante innanzi a lui. Mackenzie si rialzò subito. L’Orso giaceva, immobile, ma dall’altro lato del fuoco, lo Shaman si preparava a lanciare una seconda freccia.
Mackenzie prese il suo pesante coltello per la lama e lo lanciò nello spazio. Fu come il guizzo d’un lampo attraverso il fuoco: la lama s’affondò sino al manico nella gola dello Shaman, il quale vacillò un momento e cadde colla persona in avanti tra le ceneri ardenti.
Clic! clic!... La Volpe s’era impossessata della carabina di Thiling-Tinneh e cercava invano di sparare. A un tratto, abbassò l’arma udendo lo scroscio di risa di Mackenzie.
— La Volpe non sa ancora servirsi di quel gingillo? È ancora come una donna. Vieni! Portamela e ti mostrerò come usarla!
La Volpe esitava.
— Vieni, dico!
La Volpe finì coll’avvicinarsi con passo pesante, a testa bassa, come un cane battuto.