— La metafisica non c’entra in questo, — ribattè Ernesto.

— Come! — esclamò il dottor Hammerfield, — ma, forse, il pensiero speculativo non ha condotto alle grandi scoperte?

— Ah! caro signore — disse Ernesto sorridendo, — vi credevo squalificato. Non avete ancora trovato una pagliuzza nella mia definizione della filosofia, e siete sospeso nel vuoto. Ma è un’abitudine dei metafisici e vi perdòno. No, ripeto, la metafisica non ebbe alcun influsso in tutto questo. I viaggi di scoperta furono provocati da quistioni di pane cotidiano, di seta e gioielli, di monete d’oro e danaro, e incidentalmente, dalla chiusura delle vie commerciali di terra verso l’India. Alla caduta di Costantinopoli, nel 1453, i Turchi chiusero il cammino delle carovane dell’India, e i trafficanti Europei dovettero cercarne un altro.

Tale fu la causa vera, originale di quelle esplorazioni. Cristoforo Colombo navigava per trovare una nuova via per le Indie; tutti i libri di storia ve lo diranno. Si scopersero incidentalmente dei fatti nuovi in natura: la grandezza, e la forma della terra: e il sistema Tolemaico diede loro nuova luce.

Il dottor Hammerfield emise una specie di grugnito.

— Non siete d’accordo con me? — gli chiese Ernesto. — Allora ditemi in che consiste il mio errore.

— Posso sostenere soltanto il mio punto di vista, — replicò aspramente il dottor Hammerfield. — Sarebbe una storia troppo lunga.

— Non c’è storia troppo lunga, per uno scienziato. — osservò con dolcezza Ernesto. — Ecco perchè lo scienziato scopre e ottiene, ecco perchè è arrivato in America.

Non ho intenzione di descrivere tutta la serata, sebbene sia una gioia per me ricordare ogni particolare di quel primo incontro, di quelle prime ore passate con Ernesto Everhard.

La discussione era animatissima, e i ministri avvampavano, quando Ernesto lanciava loro gli epiteti di filosofi romantici, di proiettori da lanterna magica, e altri del genere. Ad ogni istante li fermava per ricondurli ai fatti.