Dal Presidente, l’avvertimento passò a tutti i membri della Camera che indossavano la livrea rossa. Durante il discorso di Ernesto, essi sapevano che un atto di violenza sarebbe stato commesso; e bisogna render loro questa giustizia: essi credevano sinceramente che sarebbe stato commesso dai socialisti. Al processo, sempre in buona fede, molti testimoniarono che avevano veduto Ernesto prepararsi per lanciare la bomba, scoppiata prima del tempo. Naturalmente non avevano veduto nulla di ciò, ma, nella loro fantasia eccitata dalla paura, credevano di aver veduto.
In tribunale. Ernesto fece la seguente dichiarazione:
«È ragionevole ammettere che se avessi avuto l’intenzione di lanciare una bomba avrei scelto una così piccola bomba, inoffensiva? Non c’era neppure dentro polvere bastante. Ha fatto molto fumo, ma non ha ferito alcuno tranne me. È scoppiata proprio ai miei piedi e non mi ha ucciso. Credetemi, quando mi immischierò in simili faccende e vorrò adoperare macchine infernali, farò danni maggiori. Non ci sarà solo fumo ne’ miei petardi».
Il pubblico ministero replicò che la debolezza dell’ordigno era dovuta a errore dei socialisti, e così l’esplosione intempestiva, avendo Ernesto lasciato cadere l’ordigno, per nervosismo. E quest’argomentazione era rafforzata dalla testimonianza di coloro che pretendevano di aver visto Ernesto maneggiare la bomba e lasciarla cadere.
Dal canto nostro, nessuno sapeva come fosse stata lanciata. Ernesto mi disse che un attimo prima dell’esplosione aveva sentito e veduto battere il pavimento vicino a lui. Lo affermò pure al processo, ma nessuno credette. D’altronde, la cosa era «cucinata», secondo l’espressione popolare. Il Tallone di Ferro aveva deciso di distruggerci e non c’era da lottare contro di lui.
Secondo un proverbio, la verità finisce sempre col trionfare:[94] comincio a dubitarne. Diciannove anni sono trascorsi, e con tutti i nostri sforzi incessanti, non siamo riusciti a scoprire l’autore del lancio della bomba. Evidentemente dev’essere stato un agente del Tallone di Ferro, ma non siamo mai riusciti a raccogliere il benchè minimo indizio sulla sua identità, ed oggi non rimane che classificare la cosa fra gli enigmi storici.
CAPITOLO XVIII. ALL’OMBRA DEL MONTE SONOMA.
Non ho molto da dire di ciò che mi accadde personalmente in questo periodo di tempo, se non che fui tenuta sei mesi in carcere, senza alcuna imputazione di reato. Ero semplicemente classificata fra i sospetti, parola terribile che doveva essere ben presto conosciuta da tutti i rivoluzionarî. Pertanto, il nostro servizio segreto, ancora in formazione, cominciava a funzionare. Verso la fine del secondo mese di prigionia, uno dei miei carcerieri mi si rivelò come un rivoluzionario, in rapporto con la nostra organizzazione. Alcune settimane dopo, Giuseppe Parkhurst, che era appena stato nominato medico delle carceri, si fece conoscere come membro di uno dei nostri Gruppi di Combattimento.
Così, attraverso tutta la trama dell’oligarchia, la nostra organizzazione tesseva insidiosamente la sua tela. Ero informata di quanto avveniva all’estero, e ognuno dei nostri capi reclusi era in relazione con i nostri bravi compagni, che si celavano sotto la livrea del Tallone di Ferro. Quantunque Ernesto fosse rinchiuso a tre miglia di là, sulla costa del Pacifico, io ero continuamente in comunicazione con lui, così che potemmo corrispondere per mezzo di lettere, con perfetta regolarità. I nostri capi, prigionieri o liberi, potevano dunque discutere e dirigere il movimento. Sarebbe stato facile, dopo alcuni mesi, fare evadere parecchi di essi, ma poichè il carcere non limitava la nostra attività, risolvemmo di evitare ogni tentativo prematuro. C’erano in carcere cinquantadue rappresentanti e più di trecento altri capi rivoluzionarii, che decidemmo di liberare tutti insieme. L’evasione di pochi avrebbe allarmato gli oligarchi, e, forse, impedita la liberazione degli altri. D’altra parte, pensavamo che quella fuga collettiva, organizzata in tutto il paese, avrebbe avuto sul proletariato un’enorme ripercussione psichica, e che quella dimostrazione della nostra forza avrebbe ispirato fiducia a tutti.
Fu convenuto, dunque, quando fui rilasciata dopo sei mesi, che avrei dovuto sparire e preparare un rifugio sicuro per Ernesto. Ma non era facile; appena in libertà, le spie del Tallone di Ferro mi si misero alle calcagna. Bisognava far loro perdere le tracce e andare in California. Riuscimmo nell’intento in un modo abbastanza comico. Aveva già preso grande sviluppo il sistema dei passaporti alla russa. Se volevo rivedere Ernesto dovevo far perdere completamente le mie tracce, perchè, se fossi stata seguita, lo avrebbero ripreso. Non potevo neppure, però, viaggiare travestita da proletaria: non mi rimaneva altro espediente se non quello di fingermi un membro dell’oligarchia. Gli Oligarchi supremi erano pochi, ma migliaia di persone di minor valore, come i signori Wickson, per esempio, che possedevano milioni, erano i satelliti degli astri maggiori. Poichè le mogli e le figlie di questi oligarchi minori erano numerosissime, fu deciso che sarei passata come una di loro. Anni dopo, la cosa sarebbe stata impossibile, perchè il sistema dei passaporti fu così perfezionato, che tutti, uomini, donne e bambini, vennero descritti, e seguiti a passo a passo.