Il mio compagno girò la corda attorno a un albero e dopo avermi ben legata, mi fece scendere. In un istante fui in fondo. In breve, egli mi mandò, con lo stesso modo, tutte le provviste del nascondiglio. Poi ritirò la corda, la nascose, e prima di partire mi mandò un cordiale arrivederci.

Prima di continuare devo dire qualche parola di questo compagno, John Carlson, umile seguace della Rivoluzione, uno degli innumerevoli fedeli che costituivano le file dell’esercito. Lavorava presso Wickson, nelle stalle del padiglione della bandita. Infatti avevamo valicato la Sonoma, sui cavalli di Wickson. Per circa vent’anni, sino al momento in cui scrivo, John Carlson è stato la guardia del rifugio, e durante tutto questo tempo sono sicura che non un solo pensiero sleale ha sfiorato la sua mente neppure in sogno. Era di un carattere calmo, e pesante, a tal punto che non si poteva a meno di chiedersi che cosa fosse per lui la Rivoluzione. Eppure l’amore della libertà proiettava una luce tranquilla in quell’anima oscura. Sotto certi aspetti era meglio che non fosse dotato di immaginazione. Non perdeva mai la testa. Sapeva ubbidire agli ordini, e non era nè curioso, nè chiacchierone. Gli chiesi un giorno come mai fosse rivoluzionario.

— Sono stato soldato da giovane, — rispose. — Ero in Germania. Là tutti i giovani devono far parte dell’esercito, e nel reggimento al quale appartenevo, avevo un compagno della mia età. Suo padre era quello che voi chiamate un agitatore, ed era stato messo in prigione per delitto di lesa maestà, ossia per aver detto la verità circa l’Imperatore. Suo figlio mi parlava spesso del popolo, del lavoro e del modo con cui viene derubato dai capitalisti. Mi fece vedere le cose sotto un nuovo aspetto e divenni socialista. Quanto diceva era giusto e bene, e non l’ho mai dimenticato. Venuto negli Stati Uniti, mi sono messo in rapporto coi socialisti e mi son fatto accogliere come membro di una sezione. Era il tempo del S. L. P.[98]. In seguito, quando avvenne la scissione, sono entrato a far parte del S. P. locale. Lavoravo allora presso un noleggiatore di cavalli, a San Francisco; prima del terremoto. Ho pagato le mie quote per ventidue anni. Sono sempre membro e pago sempre la mia parte, quantunque ora si debba fare ciò in gran segretezza. Continuerò ad adempiere a questo dovere, e quando avverrà la Repubblica Cooperativa sarò contento.

Abbandonata a me stessa, feci cuocere la colazione sul fornello a petrolio e misi in ordine la mia nuova dimora. Spesso, di buon mattino o verso sera, Carlston veniva fino al mio rifugio e vi lavorava per una o due ore. Mi riparai dapprima sotto la tela cerata, poi rizzammo una piccola tenda; dopo, quando fummo certi della sicurezza del nostro eremo, costruimmo là una piccola casa. Era completamente nascosta allo sguardo di chi si affacciasse sull’abisso; la vegetazione lussureggiante di quell’angolo riparato formava una difesa naturale. D’altronde, la casa fu appoggiata alla parete verticale e in quello stesso muro, scavammo due piccole camere, puntellate da forti tavole di quercia, bene aereate e asciutte. Prego credere che avevamo tutti i nostri comodi. Quando, in seguito, il terrorista tedesco Biendenbach venne a nascondersi con noi, vi introdusse pure un apparecchio che distruggeva il fumo: così che potevamo sedere, durante le sere d’inverno, attorno al fuoco crepitante.

E qui, sento anche il dovere di dir bene di questo terrorista dall’animo dolce, che fu certamente il più frainteso dei nostri compagni rivoluzionarî. Biendenbach non ha mai tradito la causa, e non è stato giustiziato dai suoi compagni, come si suppone. È questa una frottola inventata dalle creature dell’Oligarchia. Il compagno Biendenbach era molto distratto e di poca memoria. Fu ucciso da una delle nostre sentinelle nel rifugio sotterraneo di Carmel perchè aveva dimenticato i segnali segreti. Fu un errore deplorevole, certo; ma è assolutamente falso affermare che avesse tradito il suo Gruppo di Combattimento. Mai uomo più sincero e leale ha lavorato per la Causa[99].

Sono ormai circa diciannove anni che il rifugio scelto da me è quasi costantemente abitato, e in tutto questo tempo, tranne un caso, non è stato mai scoperto da estranei. Eppure era solo a un quarto di miglio dal padiglione della bandita di Wickson, e a un miglio appena dal villaggio di Glen Ellen. Tutte le mattine e tutte le sere, sentivo il treno arrivare e partire, e regolavo il mio orologio secondo il fischio della fabbrica di mattoni[100].

CAPITOLO XIX. TRASFORMAZIONE.

— Bisogna che tu ti trasformi interamente, — mi scriveva Ernesto. — Bisogna cessare di esistere e diventare un’altra donna, non solo cambiando il modo di vestire, ma perfino pelle sotto l’abito nuovo. Bisogna che tu ti rifaccia completamente in modo tale, che persino io non possa riconoscerti, mutando la voce, i gesti, il modo di fare, l’andatura, tutta, insomma, la persona.

Obbedii a quest’ordine, esercitandomi parecchie ore al giorno a seppellire definitivamente l’Avis Everhard di un tempo, sotto la pelle d’una donna nuova che potrei chiamare il mio altro io. Un tale risultato si può ottenere solo con tenacia di lavoro; infatti, mi applicavo quasi senza interruzione, perfino intorno ai particolari minimi della intonazione della mia voce, sinchè la voce del mio nuovo essere non fu stabile e meccanica. Possedere quest’automatismo era la condizione prima essenziale per riuscire nello scopo. Bisognava giungere al punto d’ingannare me stessa. Si prova qualcosa di simile quando s’impara una nuova lingua, il francese, per esempio. In principio, si parla in modo cosciente, con uno sforzo di volontà; si pensa in inglese e si traduce in francese, oppure si legge in francese, ma si traduce in inglese prima di capire. Poi lo sforzo diventa automatico; lo studente si trova su un terreno solido; legge, scrive e pensa in francese senza più ricorrere all’inglese.

Così, per i nostri travestimenti, era necessario che ci esercitassimo fino a che la nostra parte artificiale fosse diventata reale al punto che, per ridiventare noi stessi, occorresse uno sforzo di attenzione e di volontà. In principio, naturalmente, brancicavamo un poco alla cieca e ci smarrivamo spesso. Stavamo creando un’arte nuova, e c’era molto da scoprire. Ma il lavoro progrediva ovunque; nuovi maestri sorgevano in quest’arte, e si veniva formando, a poco a poco, tutta una serie di trucchi e di espedienti. Questa esperienza divenne come una materia di manuale che passasse di mano in mano, e faceva parte, per così dire, del programma di studio della scuola della Rivoluzione[101].