— Ci devono essere personaggi importanti in questo treno, — disse Hartman, a mo’ di conclusione. — Ho osservato un carrozzone riservato, dietro.
Era notte piena, quando avvenne il primo cambiamento di macchina, ed io scesi sul marciapiedi per respirare un po’ d’aria pura e tentare di cogliere, se potevo, qualche osservazione. Dai finestrini del vagone riservato, intravidi tre uomini che conoscevo. Hartman aveva ragione. Uno di essi era il generale Altendorff, gli altri due, Masson e Vanderbold, che costituivano come il cervello del servizio dell’Oligarchia.
Era una bella notte di luna piena, ma mi sentivo agitata e non potevo dormire. Alle cinque del mattino mi alzai e mi vestii.
Chiesi ad una cameriera del gabinetto di toeletta quanto ritardo ci fosse, ed essa mi rispose: — Due ore. — Era una mulatta. Osservai che aveva i lineamenti stirati, gli occhi molto cerchiati, che sembravano dilatati da un’ansia continua.
— Che avete? — le chiesi.
— Nulla, signorina, non ho dormito bene. — rispose.
La guardai più attentamente, ed arrischiai uno dei nostri segni convenzionali. Essa rispose, e mi assicurai che era dei nostri.
— Deve succedere a Chicago qualche cosa di terribile, — disse. — C’è quel falso treno davanti a noi. Esso e i convogli di truppa ritardano il nostro arrivo.
— Treni militari? — chiesi.
Essa fece un cenno affermativo.