Tacque un istante, e lo vidi stringere i pugni. Poi esclamò:

— Per Dio! vorrei andarci, però!

— C’è ancora speranza d’impedire molte cose, — dissi. — se il mio treno non ha incidenti e se posso arrivare in tempo; oppure se altri compagni del servizio segreto, sapendo la verità, possono recarsi subito colà.

— Voialtri del circolo interno, vi siete lasciati scoprire questa volta. — disse.

— Il segreto era molto ben custodito, — risposi. — Solo i capi lo sapevano, prima di oggi. Non avendo potuto giungere sino a loro eravamo nell’ignoranza. Se almeno Ernesto fosse qui! Forse egli è a Chicago, ora, e allora tutto andrà bene.

Il dottor Galvin fece un cenno negativo.

— Secondo le ultime notizie, dev’essere stato mandato a Boston o a Nuova Haven. Il servizio segreto per il nemico lo deve urtare enormemente, ma è preferibile questo anzichè restar rinchiusi in un rifugio.

Mi alzai per partire, e Galvin mi strinse forte la mano.

— Non perdete coraggio. — mi raccomandò, a mo’ di saluto. — Se la prima rivolta è perduta, ne faremo una seconda, e saremo più savî. Arrivederci e buona fortuna. Non so se vi vedrò ancora. Dev’essere terribile, laggiù, ma darei volentieri dieci anni di vita per trovarmi là.

Il Secolo Ventesimo[117] lasciava Nuova York alle sei di sera, per arrivare a Chicago alle sette del mattino. Ma perdette molto tempo, quella notte, perchè seguivamo un altro convoglio. Fra i viaggiatori che occupavano il mio vagone Pullmann, c’era il compagno Hartmann, che apparteneva, come me, al servizio segreto del Tallone di Ferro. Egli mi parlò del treno che precedeva immediatamente il nostro. Era una riproduzione perfetta del nostro ma non conteneva viaggiatori. Era destinato, se ci fosse stata l’intenzione di far saltare in aria il Secolo Ventesimo, a saltare in vece di questo. Anche nel nostro treno non c’era molta gente: contai appena dodici o tredici viaggiatori nella nostra vettura.