— E funziona in spirito anche? — chiese con dolcezza Ernesto.
L’altro assentì con un cenno del capo.
— E, in ispirito, una miriade di angeli può ballare sulla punta di un ago, — continuò Ernesto, con aria pensosa. — E può esistere in ispirito, un Dio impellicciato e bevitore d’olio, perchè non ci sono prove contrarie in ispirito. E suppongo, dottore, che lei viva in ispirito non è vero?
— Il mio spirito è il mio regno, — rispose l’interrogato.
— Cioè, vivete nel vuoto. Però ritornate sulla terra, ne sono sicuro, all’ora dei pasti, o al sussultare d’un terremoto. Obiettereste per caso, che non avreste nessun timore, in un simile cataclisma, perchè convinto che il vostro corpo immateriale non può essere colpito da una tegola immateriale?
Istintivamente e in modo insolito, il dottor Hammerfield si toccò la testa, dove i capelli nascondevano una cicatrice. Ernesto aveva toccato proprio un fatto avvenuto, perchè, durante il grande terremoto[13], il dottore aveva corso il rischio di essere schiacciato da un camino. Risero tutti.
— Ebbene, — disse Ernesto quando l’ilarità cessò, — aspetto sempre la prova del contrario. — E nel silenzio di tutti, aggiunse: — Passi quest’ultimo vostro argomento, ma non è ancora ciò che desidero.
Il dottor Hammerfield era fuori di combattimento; ma la battaglia continuò in un’altra direzione. Su tutti i punti, Ernesto sfidava i ministri.
Quand’essi pretendevano di conoscere la classe operaia, egli esponeva loro delle verità fondamentali che essi non conoscevano, e li sfidava a contraddirlo. Esponeva loro fatti, sempre fatti, frenava i loro slanci verso la luna e li riconduceva verso un terreno solido.
Come mi ritorna alla mente tutta questa scena! Mi pare di rivederlo, col suo tono aggressivo, colpirli col fascio dei fatti di cui ciascuno era una verga sferzante! Senza pietà: non chiedeva tregua e non ne accordava. Non dimenticherò mai la scudisciata finale che inflisse loro: