— Il dottor Jordan[11] l’ha stabilito molto chiaramente. — disse Ernesto. — Ecco il suo modo di verificare una verità: È essa concreta, in atto? le affidereste la vostra vita?
— Bah! — sogghignò il dottor Hammerfield.
— Dimenticate, nei vostri calcoli, il Vescovo Berkeley[12]. In conclusione, non gli hanno mai risposto.
— Il metafisico più nobile di tutti, — disse Ernesto ridendo, — ma scelto proprio male come esempio. Si può considerare Berkeley stesso come testimonio che la sua metafisica era campata in aria.
Immediatamente, il dottor Hammerfield si infuriò, come se avesse sorpreso Ernesto nell’atto di rubare o mentire.
— Giovanotto, — esclamò con voce tonante, — questa dichiarazione è pari a tutto quanto avete detto stasera. È un’asserzione indegna e senz’alcun fondamento.
— Eccomi annientato — mormorò Ernesto, con aria compunta. — Disgraziatamente non mi pare d’essere colpito. Bisognerebbe farmelo toccare con mano, dottore.
— Benissimo, benissimo, — balbettò il dottor Hammerfield. — Non potete dire che il Vescovo Berkeley abbia dimostrato che la sua metafisica non fosse pratica. Non ne avete le prove, giovanotto, non ne sapete niente. Essa è stata sempre concreta e reale.
— La miglior prova ai miei occhi, che la metafisica di Berkeley era pura astrazione, sta nel fatto che Berkeley stesso, — ed Ernesto riprese fiato tranquillamente — aveva l’abitudine inveterata di passare per le porte e non attraverso i muri, e s’affidava, per nutrir la sua vita, al pane e burro, e al buon arrosto, e si radeva con un rasoio che radeva bene.
— Ma queste sono cose della vita fisica, — esclamò il dottore, — e la metafisica è dello spirito.