Si voltò per guardare il treno che avevamo abbandonato.

— L’ho pensato, — disse — Hanno sganciato il carrozzone riservato quando i giornali sono stati portati sul treno.

Hartman era accasciato. Tentai di incoraggiarlo, ma sembrava non accorgersi dei miei sforzi. Ad un tratto si mise a parlare presto presto, a bassa voce, mentre attraversavamo la stazione. Dapprima non capii.

— Non ne ero sicuro, e non ne ho parlato a nessuno, — disse. — Sono settimane e settimane che tento l’impossibile, ma non ho potuto averne la certezza. State attenta a Knowlton. Dubito di lui. Egli conosce il segreto di molti nostri rifugi. Ha in mano sua la vita di centinaia di nostri, e credo che sia un traditore. La mia è solo un’impressione, sinora. Ma ho osservato un cambiamento in lui, da un po’ di tempo. È possibile che ci abbia venduti o, se non l’ha fatto, ha l’intenzione di farlo. Ne sono quasi sicuro. Non potevo svelare i miei sospetti ad alcuno, ma, non so perchè, sento che non lascerò vivo Chicago. Tenete d’occhio Knowlton. Tentate di attirarlo in trappola. Smascheratelo. Non so nulla di più. Finora è solo un’intuizione che non riesco a spiegare logicamente.

In questo momento uscivamo sul marciapiede esterno.

— Ricordatevi, — concluse Hartman, con aria frettolosa. — Tenete d’occhio Knowlton.

Ed aveva ragione: non trascorse un mese, e Knowlton scontò con la vita il suo tradimento. Fu formalmente giustiziato dai compagni del Milwaukee.

Le vie erano tranquille. Chicago sembrava morta. Non si sentiva il movimento degli affari, non c’erano nemmeno le vetture. I tranvai erano fermi e gli aerei non funzionavano. Di rado, sui marciapiedi, si incontrava qualche solitario passante che non indugiava affatto, ma procedeva, alla svelta, verso una meta ben definita. Però s’indovinava nella sua andatura un’indecisione strana, come s’egli temesse che le case potessero crollare o che il marciapiede gli sprofondasse sotto i piedi. Alcuni monelli oziavano, e nei loro occhi si leggeva un’attesa contenuta, come se aspettassero avvenimenti meravigliosi e commoventi.

Da qualche parte, a grande distanza, verso il sud, giunse il rumore sordo di un’esplosione. Poi, più nulla. La calma ritornò; ma i monelli, allarmati, tendevano l’orecchio, come giovani daini, nella direzione del suono. Le porte di tutte le case erano chiuse, le saracinesche dei negozi abbassate. Ma apparivano, in evidenza, molti poliziotti e guardie e, a intervalli, passava rapidamente una pattuglia di Mercenarî in automobile.

Hartman ed io, di comune accordo, considerammo inutile presentarci ai capi locali del servizio segreto. Quell’omissione sarebbe stata scusata, lo sapevamo, in favore degli avvenimenti seguenti. Ci dirigemmo dunque verso il grande ghetto dei lavoratori del quartiere meridionale, con la speranza di avvicinare qualcuno dei nostri compagni. Era troppo tardi. Ma non potevamo rimanere inerti in quelle vie orribilmente silenziose. Dov’era Ernesto? Me lo chiedevo continuamente. Che cosa succedeva nella città delle caste operaie e in quelle dei Mercenarî? E nella fortezza?