Come in risposta a questa domanda, sorse nell’aria un ruggito prolungato, un brontolio un po’ attutito dalla distanza, ma punteggiato da una serie di detonazioni precipitate.

— È la fortezza. — esclamò Hartman. — Il cielo abbia pietà di quei tre reggimenti!

Ad un crocicchio, osservammo, nella direzione dei negozi alimentari, una gigantesca colonna di fumo. Al crocicchio seguente ne vedemmo parecchie altre che s’innalzavano al cielo, nel quartiere dell’ovest. Al disopra della città dei Mercenarî si librava un rosso pallone frenato, che scoppiò proprio mentre lo guardavamo, lasciando cadere da ogni parte i suoi brani infiammati. Questa tragedia aerea non ci rivelava nulla, perchè non sapevamo se nel pallone ci fossero amici o nemici. Un rumore vago ci ronzava negli orecchi, simile al ribollimento lontano di una pentola gigantesca; e Hartman mi disse che era il crepitio delle mitragliatrici e dei fucili automatici.

Ciononostante, camminavamo sempre in un luogo tranquillo dove non accadeva nulla di straordinario. Passarono dapprima agenti di polizia e pattuglie in automobile, poi una mezza dozzina di pompe che ritornavano evidentemente dal luogo di un incendio.

Un ufficiale, che era su un’automobile, interrogò i pompieri, di cui uno rispose: — Non c’è acqua. Hanno fatto saltare le condutture principali.

— Abbiamo distrutta la provvista dell’acqua. — osservò Hartman, entusiasmato. — Se possiamo fare una cosa simile in un tentativo di rivolta prematura, isolato e abortito in sul nascere, immaginiamo che cosa si può fare con uno sforzo maturo e concorde in tutto il paese!

L’automobile dell’ufficiale che aveva parlato ai pompieri si allontanò rapidamente. Improvvisamente scoppiò un fragore assordante: la vettura, col suo carico umano, fu sollevata in un turbine di fumo, poi precipitò, ricadde come un mucchio di rottami e di cadaveri.

Hartman esultava. — Bravo, bravo, — ripeteva a bassa voce. — Oggi il proletariato riceve una lezione, ma ne dà anche una.

La polizia accorreva verso il luogo del disastro. Un’altra automobile di pattuglia si era fermata. Quanto a me, ero come intontita dall’avvenimento improvviso. Non capivo che fosse accaduto sotto i miei occhi, e mi ero appena accorta che eravamo stati accerchiati dalla polizia. Ad un tratto, vidi un agente che stava per abbattere Hartman: ma costui, sempre con sangue freddo, gli diede la parola d’ordine: vidi la rivoltella vacillare, poi abbassarsi, e sentii il poliziotto brontolare deluso. Era in collera e malediceva tutto il servizio segreto. Dichiarava che quella gente era sempre fra i piedi. Hartman gli rispondeva con la superiorità caratteristica degli agenti del servizio di informazioni e gli riferiva, con tutti i particolari, gli errori della polizia.

Come ridesta da un sogno, mi resi conto di quanto era accaduto. Numerosi curiosi si erano fermati, e due uomini stavano per sollevare l’ufficiale ferito per portarlo nell’altra automobile, ma furono presi da panico improvviso, e tutti, spaventati, si sparpagliarono in varie direzioni. I due uomini avevano lasciato cadere rudemente il ferito e correvano come gli altri. Anche l’agente brontolone si mise a correre, ed Hartman ed io facemmo lo stesso, senza sapere il perchè, spinti da un cieco terrore ad allontanarci al più presto da quel luogo fatale.