Non era successo nulla di particolare in quel momento; eppure mi spiegavo tutto. I fuggitivi ritornavano timidamente, ma, ogni momento, alzavano gli occhi con apprensione alle finestre alte delle grandi case che dominavano da ogni parte la strada, come le pareti d’una gola dirupata. La bomba era stata lanciata da una di quelle innumerevoli finestre, ma da quale? Non c’era stata una seconda bomba, ma si aveva il timore di riceverla.
Oramai guardavamo le finestre con aria circospetta. La morte poteva essere in agguato dietro una qualunque. Ogni casa poteva tendere un’imboscata. Era la guerra, in quella jungla moderna che è una grande città. Ogni strada poteva essere un canalone, ogni costruzione una montagna. Nulla era cambiato dai tempi dell’uomo primitivo, nonostante le automobili blindate che filavano attorno a noi.
Allo svolto di una via trovammo una donna stesa a terra in un lago di sangue. Hartman si chinò su di lei. Io mi sentivo svenire. Dovevo vedere molti morti, quel giorno, ma l’eccidio in massa non mi colpì come quel primo cadavere abbandonato là, ai miei piedi, sul lastricato.
— Ha ricevuto un colpo di rivoltella al petto — dichiarò Hartman.
Essa stringeva, come un bimbo, sotto il braccio, un pacco di manifesti. Anche morendo non aveva voluto staccarsi da ciò che era stato la causa della sua morte. Infatti, quando Hartman riuscì a toglierle il pacco, vedemmo che era formato da grandi fogli stampati: erano i proclami dei rivoluzionarî.
— Una compagna! — esclamai.
Hartman si limitò a maledire il Tallone di Ferro, e continuammo per la nostra strada. Fummo fermati molte volte da agenti e da pattuglie, ma le parole d’ordine ci permisero di proseguire. Non cadevano più bombe dalle finestre: sembrava che gli ultimi passanti fossero svaniti, e i luoghi fossero ridivenuti più tranquilli che mai. Ma la gigantesca pentola continuava a ribollire in lontananza, il rumore sordo delle esplosioni giungeva da ogni parte, e colonne di fumo sempre più numerose inalzavano sempre più in alto i loro sinistri pennacchî.
CAPITOLO XXIII. LA FOLLA DELL’ABISSO.
Improvvisamente, le cose cambiarono aspetto; un fremito di animazione sembrò vibrare nell’aria. Passarono, con volo rapido, due, tre, una dozzina di automobili con persone che ci gridavano avvertimenti. Al prossimo incrocio di vie, una delle vetture fece una terribile svolta senza rallentare e un istante dopo, al posto che appena aveva lasciato e dal quale era già lontana, l’esplosione di una bomba scavava una gran buca. Vedemmo la polizia sparire correndo per le vie laterali; sapevamo che qualche cosa di spaventoso si avvicinava, di cui sentivamo il brontolìo crescente.
Potevamo già vedere la testa della colonna che sbarrava la via da un muro all’altro, al momento in cui fuggiva l’ultima automobile blindata. Questa, giunta alla nostra altezza, si fermò un attimo. Un soldato ne scese in fretta, portando qualcosa che depose con molta precauzione nel ruscello, poi riprese d’un salto il suo posto. L’automobile si slanciò, virò all’angolo e disparve. Hartman corse al limite del marciapiede e si chinò sull’oggetto.