— Non vi avvicinate, — mi gridò.

Lo vidi lavorare febbrilmente con le mani. Quando mi raggiunse, la sua fronte era imperlata di sudore.

— Ho tolto l’esca, — disse, — e al momento buono. Quel soldato è inetto: l’aveva destinata ai nostri compagni, ma non aveva calcolato il tempo giusto. Sarebbe scoppiata prima. Ora non scoppierà più.

Gli avvenimenti precipitavano. Dall’altro lato della via, un po’ più lontano, alle finestre di un caseggiato, distinguevo delle persone che guardavano. Avevo appena finito di farle osservare ad Hartman, allorchè fiamme e fumo si svilupparono su quella parte della facciata, e l’aria fu scossa da un’esplosione. Il muro di pietra, in parte demolito, lasciava vedere l’armatura di ferro dell’interno. Poco dopo la facciata della casa dirimpetto era dilaniata da esplosioni simili. Nell’intervallo si sentivano crepitare le rivoltelle ed i fucili automatici. Quel duello aereo durò parecchi minuti, poi finì coll’acquetarsi. Evidentemente i nostri compagni occupavano uno dei caseggiati, e i Mercenarî quello di faccia, e gli avversarî si combattevano attraverso la via: ma non potevamo sapere da qual parte fossero i nostri.

In quel momento, una colonna che procedeva nella strada era giunta quasi alla nostra altezza. Appena le prime file passarono sotto le finestre delle case rivali, il bombardamento riprese con forza. Da un lato si gettavano bombe sulla via, dall’altro se ne lanciavano contro la casa di faccia, che rispondeva. Ora sapevamo quale fosse la casa occupata dai nostri, che facevano opera buona difendendo la gente della strada dalle bombe del nemico.

Hartman mi prese per un braccio e mi trascinò in un vicolo che serviva di entrata in qualche luogo.

— Non sono i nostri compagni, — mi disse all’orecchio.

Le porte di quel vicolo cieco erano chiuse e sprangate. Non avevamo via di scampo perchè in quel momento la testa della colonna ci oltrepassava. Non era una colonna, ma una confusa massa di gente, un torrente inondatore che empiva la via; era il popolo dell’Abisso esaltato dal bene e dalle sofferenze, che ruggiva e sparava calci per poter bere, infine, il sangue dei suoi padroni. L’avevo già veduto, quel popolo dell’Abisso; avevo attraversato i suoi ghetti, e credevo di conoscerlo, ma mi pareva di vederlo per la prima volta. La sua muta apatia era svanita; in quell’ora, come dominato da una forza affascinante, temibile, pareva un mare che muggisse di collera visibile nelle onde grondanti e rombanti, un gregge di carnivori umani, ubriachi per l’alcool rubato nei negozi, ebbri d’oro, di sete di sangue. Erano uomini stracciati, donne cenciose, bimbi a brandelli, esseri di un’intelligenza oscura e feroce, sui volti dei quali erasi cancellato quanto c’è di divino, e impresso invece quanto c’è di demoniaco nell’uomo. Scimmie e tigri: tubercolotici emaciati ed enormi bestie pelose, visi anemici il cui sangue era stato succhiato da una società vampiro, e visi gonfi di bestialità e di vizio; megere appassite e patriarchi barbuti dalla testa di morto; una gioventù corrotta e una vecchiaia cancrenosa; facce di demonî, asimmetriche e torve, corpi deformati dalla malattia e dal morso d’una eterna carestia; feccia e schiuma della vita, orde vociferanti, epilettiche, arrabbiate, diaboliche!

Poteva forse essere altrimenti? Il popolo dell’Abisso non aveva nulla da perdere, tranne la sua miseria e la pena di vivere. E che cosa aveva da guadagnare? Null’altro che un’orgia finale e terribile di vendetta. Mi venne il pensiero che in quel torrente di lava umana ci fossero degli uomini, dei compagni, degli eroi, la cui missione era stata quella di sollevare la bestia dell’Abisso affinchè il nemico potesse domarla.

Allora mi accadde una cosa sorprendente; avvenne in me una trasformazione. La paura della morte per me o per gli altri mi aveva abbandonata. Per una strana esaltazione, mi sentivo come una creatura nuova in una nuova vita. Nulla aveva importanza. La Causa era perduta, questa volta, ma avrebbe potuto trionfare domani, giovane e ardente com’era. Così che potei osservare con calmo interesse gli orrori scatenati durante le ore seguenti. La morte non significava nulla, ma la vita non significava di più. Ora osservavo gli avvenimenti come osservatrice attenta; ora, trascinata dalla corrente, partecipavo ad essi con la stessa curiosità. La mia mente era salita sino alla fredda altezza delle stelle ed aveva afferrato, impassibile, una nuova scala di valutazione dei valori. Se non mi fossi aggrappata a quella tavola di salvezza credo che sarei morta.