La folla s’era sparsa lungo circa mezzo miglio, quando fummo scoperti. Una donna, vestita di cenci inverosimili, con le guance infossate e gli occhi neri, profondi, scoperse Hartman e me. Subito mandò un mugolio acuto e si precipitò verso di noi, trascinando parte della folla. Mi sembra ancora di rivederla camminare saltando davanti agli altri, con i capelli grigi svolazzanti in treccioline imbrogliate; col sangue che le colava sulla fronte, dalle ferite del cuoio capelluto. Brandiva un’ascia con una mano, mentre l’altra, secca e rugosa, pareva stringere convulsamente il vuoto, come artigli di uccello da preda. Hartman si lanciò davanti a me. Il momento non era propizio alle spiegazioni. Eravamo vestiti decentemente, e ciò bastava.

Il suo pugno colpì la donna fra gli occhi, che, per la forza del colpo, fu rigettata indietro; ma essa, incontrato il muro che si avanzava rimbalzò avanti stordita e confusa, mentre l’ascia si abbatteva senza forza sulla spalla di Hartman.

Un attimo dopo perdetti coscienza di quanto accadeva: ero sommersa dalla folla. Lo stretto spazio in cui eravamo, era pieno di grida, di urli e di bestemmie. I colpi piovevano su me. Strappavano e asportavano i miei abiti, la mia carne. Ebbi la sensazione di essere fatta a pezzi. Sul punto d’essere rovesciata, soffocata, ecco una mano vigorosa afferrarmi per una spalla e trarmi violentemente. Sopraffatta dalla sofferenza, svenni. Hartman non doveva uscire vivo da quella stradicciola; per difendermi aveva affrontato lui il primo urto. E ciò mi aveva salvato, perchè, subito dopo la calca era divenuta così fitta, che non era possibile compiere altro contro di me, se non strette cieche e tiramenti.

Ripresi i sensi tra una sfrenata agitazione; attorno a me tutto era trascinato dallo stesso movimento. Ero trascinata da una mostruosa inondazione che mi portava, non sapevo dove. L’aria fresca mi accarezzava la fronte e mi rinforzava un poco i polmoni. Stordita e languente, sentivo vagamente che un braccio solido mi circondava la vita, sollevandomi a mezzo e portandomi avanti. Vedevo agitarsi davanti a me la parte posteriore di un soprabito d’uomo che, aperto dall’alto al basso, lungo la cucitura di mezzo, palpitava come un polso regolare, la spaccatura aprendosi e chiudendosi al ritmo dell’uomo che camminava. Quel fenomeno mi affascinò un poco, finchè non ebbi ripreso completamente i sensi. Poi sentii mille punture di spilli nelle guance e nel naso, e mi accorsi che il sangue mi inondava il viso. Il mio cappello era sparito, e la mia capigliatura, disfatta, ondeggiava al vento. Un forte dolore alla testa mi fece ricordare una mano che mi aveva strappato i capelli, nella mischia. Il petto e le braccia erano coperti di lividure, e indolenziti.

La mia mente si rischiarava. Senza arrestarmi nella corsa, mi volsi per guardare l’uomo che mi sosteneva e che mi aveva strappata alla folla e salvata. Egli osservò il mio movimento.

— Tutto va bene, — esclamò con voce rauca. — Vi ho subito riconosciuta.

Io non lo riconoscevo ancora; ma prima di dire una parola, m’accorsi di camminare su qualcosa di vivo, che si contrasse sotto il mio piede. Spinta da quelli che mi seguivano, non potei chinarmi per vedere, ma seppi che era una donna caduta che migliaia di piedi calpestavano senza tregua sul pavimento.

— Tutto va bene. — ripetè l’uomo. — Sono Garthwaite.

Era barbuto, magro e sudicio, ma potei riconoscere in lui il robusto giovane che tre anni prima aveva passato qualche mese nel nostro rifugio di Glen-Ellen. Mi diede la parola d’ordine del servizio segreto del Tallone di Ferro per farmi capire che anch’egli ne faceva parte.

— Vi libererò io qui, appena ne avrò l’occasione, — mi disse. — Ma camminate con precauzione, e state attenta a non fare un passo falso, e a non cadere: ne va di mezzo la vita!