Ho passato tre giorni della mia vita in quel carnaio della Comune di Chicago, e posso dare un concetto della sua immensità dicendo che durante quel tempo non ho veduto altro che il massacro del popolo dell’Abisso e le battaglie per aria da un grattacielo all’altro. In realtà, non ho veduto nulla dell’opera eroica compiuta dai nostri. Ho sentito l’esplosione delle loro mine e delle loro bombe, ho veduto il fumo degl’incendî appiccati da essi, ma null’altro. Però ho seguito gli episodi aerei d’una grande azione, l’attacco alle fortezze in pallone, operati dai nostri compagni. Questo avvenne il secondo giorno. I tre reggimenti ribelli furono distrutti fino all’ultimo uomo. Le fortezze erano zeppe di Mercenarî; il vento soffiava in direzione favorevole e i nostri aereostati partivano da un caseggiato della City. Il nostro amico Biedenbach, dopo la sua partenza da Glen-Ellen, aveva inventato un esplosivo potentissimo battezzato da lui col nome di «spedito». Quei palloni erano certo muniti delle sue macchine infernali. Erano semplici mongolfiere, gonfiate con aria calda, grossolanamente costruite in fretta, ma che bastarono alla loro missione. Vidi tutta la scena da un tetto vicino. Il primo pallone sbagliò completamente la mira e scomparve nella campagna. Però, dovevamo, in seguito, sentir parlare di esso. Era pilotato da Burton e O’ Sullivan; i quali scesero, lasciandosi andare alla deriva, sopra una ferrovia, proprio mentre passava un treno militare lanciato a tutta velocità, verso Chicago. I due lasciarono cadere tutto il carico di «spedito» sulla locomotiva, i cui rottami ostruirono la strada per parecchi giorni. Il bello si è che il pallone, alleggerito dal carico di esplosivo fece un salto in aria e ricadde solo una dozzina di miglia lontano, di modo che i nostri due eroi poterono fuggire sani e salvi.
La seconda navicella finì tragicamente. Volava male e troppo basso, perciò fu colpita dalle fucilate e crivellata come una schiumarola, prima di giungere alla fortezza. Era montata da Hertford e Guinnes, che furono fatti a pezzi, come il campo su cui si abbatterono. Biedenbach n’era disperato (tutto questo ci fu detto dopo), tanto che si imbarcò da solo, sul terzo pallone. Anch’egli volava troppo basso ma la sorte gli fu favorevole, perchè i soldati non riuscirono a bucare seriamente il pallone. Mi sembra di rivedere tutta la scena come la seguii allora dal tetto del grattacielo. Il sacco gonfiato in alto e l’uomo sospeso di sotto come un punto nero. Non potevo scorgere la fortezza, ma le persone che erano con me sul tetto dicevano che era proprio sotto. Non vidi cadere il carico di «spedito», ma vidi il pallone fare un balzo nel cielo.
Un momento dopo una colonna di fumo s’inalzò nell’aria, e solo dopo intesi il tuono dell’esplosione. Il tenero Biedenbach aveva distrutto una fortezza. Dopo ciò, due altri palloni si inalzarono contemporaneamente. Uno fu fatto a pezzi dall’esplosione intempestiva dello «spedito», l’altro, spaccato dal contraccolpo, cadde proprio sulla fortezza che ancora rimaneva intatta e la fece saltare in aria. La cosa non avrebbe potuto riuscire meglio se fosse stata preparata; sebbene due compagni vi abbiano rimesso la vita.
Ritorno alla gente dell’Abisso, perchè, in realtà, ebbi contatto solo con essa. Quella gente massacrò con rabbia, distrusse tutto nella città, ma non riuscì un solo istante a colpire all’ovest la città degli Oligarchi. Costoro s’erano ben premuniti: per quanto terribile potesse essere la devastazione al centro, essi, con le loro mogli e i loro bambini, dovevano uscirne incolumi. Si dice che durante quelle giornate, i loro figli si divertissero nei parchi, e che il tema favorito dei loro giuochi fosse l’imitazione dei grandi che schiacciavano sotto i piedi il proletariato.
Ma i Mercenarî non trovarono facile compito nella lotta, non solo contro il popolo dell’Abisso, ma anche contro i nostri. Chicago restò fedele alle sue tradizioni, e se tutta una generazione di rivoluzionarî fu distrutta, essa trascinò con sè, nella sua caduta, quasi una generazione di nemici. Naturalmente, il Tallone di Ferro tenne segreta la cifra delle sue perdite, ma anche a voler essere discreti, si può calcolare a centotrentamila il numero dei Mercenarî uccisi. Sfortunatamente, i nostri compagni non avevano speranza di successo. Anzichè sostenuti da una rivolta di tutto il paese, essi erano soli, e l’Oligarchia poteva disporre, contro di loro, della totalità delle sue forze. In quell’occasione, ora per ora, giorno per giorno, treno su treno, a centinaia di migliaia furono versate truppe a Chicago. Ma il popolo dell’Abisso era innumerevole.
Stanchi di uccidere, i soldati intrapresero un vasto movimento avvolgente che doveva finire col cacciare la marmaglia, come bestiame, nel lago Michigan. Appunto al principio di questo movimento, Garthwaite ed io avevamo incontrato l’ufficialetto. Questo disegno fallì, per lo sforzo meraviglioso dei compagni. I Mercenarî, che speravano di riunire tutta la massa in un solo gregge, riuscirono a precipitare nel lago non più di quarantamila infelici. Accadeva spesso che mentre qualche gruppo era trascinato verso il molo, i nostri amici creavano una diversione e la folla scappava da qualche rottura praticata nella rete.
Ne vedemmo un esempio, poco dopo il nostro incontro con l’ufficiale. L’assembramento di cui avevamo fatto parte e che era stato respinto, trovò la ritirata chiusa verso il sud e verso l’est da forti contingenti. Le truppe che avevamo incontrato verso il sud, stringevano dal lato ovest. Il settentrione solo gli rimaneva aperto, e appunto verso il nord s’incamminò, ossia verso il lago, tormentato, sugli altri tre lati, dal tiro delle mitragliatrici e dei fucili automatici. Ignoro se quel gruppo presentì la sua sorte o se il fatto avvenne per un sussulto istintivo del mostro; comunque sia, la folla improvvisamente si incolonnò per una traversale, verso ovest, poi, al primo crocicchio, ritornò indietro, e si diresse al sud, verso il grande ghetto.
In quel preciso momento, Garthwaite ed io tentavamo di raggiungere l’ovest per uscire dalla regione dei combattimenti nelle strade, e ricademmo in pieno nella mischia. Svoltando un angolo, vedemmo la moltitudine urlante che si precipitava su di noi. Garthwaite mi prese per un braccio. Stavamo per prendere la corsa, quando egli mi trattenne proprio a tempo per impedirmi di essere travolta dalle ruote di una mezza dozzina di automobili blindate, munite di mitragliatrici, che accorrevano a tutta velocità seguite da soldati armati di fucili automatici.
Mentre prendevano posizione, ecco la folla precipitarsi su quelli, come per sommergerli prima che potessero incominciare l’azione.
Da una parte e dall’altra, i soldati scaricavano i loro fucili, ma quegli spari individuali non facevano nessun effetto sulla turba che continuava ad avanzare, muggendo di rabbia. Evidentemente era difficile manovrare le mitragliatrici. Le automobili sulle quali erano montate sbarravano la via, in modo che i tiratori dovevano prender posto sopra o in mezzo ad esse, o sul marciapiede. I soldati aumentavano sempre e noi non potevamo più uscire dall’ingombro. Garthwaite mi teneva sempre per un braccio, e tutt’e due eravamo come schiacciati contro la facciata di una casa.