Un momento dopo, era in piedi per cercare effettivamente un sasso in mezzo alla strada: lo prese e se ne servì per rompere la finestra di un negozio.
— È un pianterreno e non vale niente, — spiegò mentre mi aiutava a passare per l’apertura praticata. — Ma non possiamo cercare di meglio. Vi farete un sonnellino ed io andrò in ricognizione. Finirò bene per togliervi dall’impaccio, ma ci vorrà tempo, un tempo infinito... e qualche cosa da mangiare.
Eravamo in una bottega di finimenti. Egli mi improvvisò un letto con delle coperte da cavallo, in uno studio privato in fondo alla casa. Io sentivo sopraggiungere una terribile emicrania, e fui felice di chiudere gli occhi per tentare di dormire.
— Ritorno subito. — diss’egli, lasciandomi. — Non assicuro che troverò un’automobile, ma certo porterò qualche cosa da mangiare.
E dovevo rivederlo tre anni dopo! Non ritornò: fu mandato in un ospedale, con una palla in un polmone e un’altra nella parte carnosa del collo.
CAPITOLO XXIV. INCUBO.
La mia stanchezza era aggravata dal fatto che la notte precedente, in treno, non aveva chiuso occhio. Mi addormentai profondamente. Mi svegliai, la prima volta, che era già notte. Garthwaite non era ritornato. Avevo perduto l’orologio ed ignoravo assolutamente l’ora. Rimasi un po’ sdraiata, con gli occhi chiusi, e sentii ancora il rumore sordo degli esplodenti lontani; l’inferno era sempre scatenato. Sdrucciolai verso la facciata del negozio. Incendî colossali si riflettevano nel cielo; nella via si vedeva chiaro come in pieno giorno, al punto che si sarebbe potuto leggere facilmente il carattere più minuto. Da qualche isolato di case più lontane veniva il crepitìo delle granate e delle mitragliatrici, e da una grande distanza mi giungeva l’eco di una serie di grandi esplosioni. Ritornai al mio letto di coperte e mi riaddormentai.
Svegliatami di nuovo, una luce gialla, malaticcia, filtrava fino a me. Era l’aurora del secondo giorno. Ritornai verso la facciata del negozio. Il cielo era coperto da una nuvola di fumo striata da lampi lividi. Dall’altro lato della strada, titubava un povero schiavo. Con una mano si comprimeva un fianco, e lasciava dietro di sè una traccia di sangue. I suoi occhi, pieni di spavento, giravano in tutte le direzioni e si fissarono un istante su me. Il suo volto aveva l’espressione patetica e muta di un animale ferito e perseguitato. Egli mi vedeva, ma non c’era nessuna intesa fra noi, nè, da parte sua almeno, la minima simpatia. Si ripiegò su se stesso, sensibilmente, e si trascinò più lontano. Non poteva aspettarsi aiuto alcuno da questo mondo. Era una delle prede perseguitate in quella gran caccia agli isolati indetta dai padroni. Tutto ciò che poteva sperare, tutto ciò che cercava era un buco dove arrampicarsi e nascondersi come una bestia selvatica. Il tintinnio di un’ambulanza che passava all’angolo lo fece sussultare. Le ambulanze non erano fatte per i suoi simili. Con un brontolio lamentoso, si gettò sotto un portico. Un momento dopo, riprendeva il suo andare disperato.
Ritornai alle mie coperte ed aspettai ancora per un’ora il ritorno di Garthwaite. Il mio mal di testa non si era dissipato; al contrario, aumentava. Mi bisognava uno sforzo di volontà per aprire gli occhi, e, quando li volevo fissare su un oggetto, provavo una vera tortura. Sentivo il cervello intronato da fitte. Debole e vacillante, uscii, passando dalla vetrina rotta, e scesi nella via, cercando istintivamente e a caso di sfuggire a quell’orribile massacro. Da quel momento io vissi in un incubo. Il ricordo che mi rimane delle ore seguenti è simile a quello di un cattivo sogno. Alcuni avvenimenti sono nettamente segnati nel mio cervello, con immagini indelebili separate da intervalli di incoscienza, durante i quali avvennero cose che ignoro e che non saprò mai.
Ricordo di aver urtato, all’angolo, contro le gambe di un uomo: era il povero diavolo di poco prima, che si era trascinato fin là, e si era steso a terra. Rivedo distintamente le sue povere mani nodose; simili più a zampe cornee e ad artigli, che a mani, tutte storte e deformate dal lavoro quotidiano, con le palme coperte da enormi calli. Ripreso il mio equilibrio, guardai la faccia del misero e constatai che egli viveva ancora; i suoi occhi erano vagamente fissi su me e mi vedevano.