Dopo ciò, nella mia mente non vedo altro che benefiche lacune. Non sapevo più nulla, non vedevo più nulla: mi trascinavo semplicemente in cerca di un asilo. Poi, il mio incubo continuò, alla vista di una via coperta di cadaveri. Mi trovai là, bruscamente, come un vagabondo che incontri inaspettatamente un corso d’acqua. Ma quel fiume là non scorreva: indurito dalla morte, uguale, unito, si stendeva da un capo all’altro e copriva perfino i marciapiedi. A intervalli, come ghiacci stratificati, dei cumuli di corpi ne rompevano la superficie. Quelle povere genti dell’Abisso, quei poveri servi inseguiti giacevano là come conigli di California dopo una battuta.[118] Osservai quella via funebre nelle due direzioni; non un movimento, non un rumore. I caseggiati muti guardavano la scena con le loro numerose finestre. Una volta, però, una volta sola, vidi un braccio muoversi in quel fiume letargico. Giurerei che quel braccio si contorcesse in un gesto di agonia, accompagnato da una testa insanguinata, orribile spettro, indicibile, che mi borbottò parole inarticolate, e ricadde e non si mosse più.

Vedo ancora un’altra via fiancheggiata da case tranquille, e ricordo il panico che mi richiamò violentemente alla ragione quando mi ritrovai davanti al popolo dell’Abisso: questa volta era una corrente che si riversava lungo la mia direzione. Poi mi accorsi che non avevo nulla da temere. La corrente se ne andava lentamente e dalla sua profondità sorgevano gemiti, lamenti, maledizioni, discorsi insensati per senilità o per isterismo. Essa trascinava con sè giovanissimi e vecchi, deboli, ammalati, impotenti e disperati, tutti gli avanzi dell’Abisso. L’incendio, nel grande ghetto del quartiere sud, li aveva vomitati nell’inferno della lotta della strada; e non ho mai saputo dove andassero nè ciò che sia accaduto di loro.[119]

Ho il vago ricordo di aver rotto una vetrina e di essermi nascosta in una bottega, per sfuggire a un assembramento inseguito dai soldati. In un altro momento, una bomba mi scoppiò vicino, in una via tranquilla dove, sebbene guardassi in tutti i sensi, non potei vedere anima viva. Ma la semicoscienza più prossima, distinta, incomincia con un colpo di fucile; mi accorgo improvvisamente che servo da bersaglio a un soldato ch’è su un’automobile. Mi fallisce e allora, istantaneamente, mi metto a fare i segnali ed a gridare la parola d’ordine. Il mio trasporto in quell’automobile rimane avvolto da una nube interrotta da un nuovo lampo. Un colpo di fucile tirato dal soldato seduto vicino a me mi ha fatto aprire gli occhi; ho veduto George Milford, che avevo conosciuto un tempo a Pell Street, abbattersi sul marciapiedi. Nello stesso istante, il soldato sparava di nuovo, e Milford si piegava in due, poi cadeva in avanti, con le braccia e le gambe aperte. I soldati sghignazzavano e l’automobile andava di carriera.

Di tutto ciò che avvenne in seguito, ricordo questo: immersa in un profondo sonno, fui svegliata da un uomo che camminava in lungo e in largo intorno a me. I suoi lineamenti erano tirati, e la sua fronte era imperlata di sudore, che gli gocciolava sul naso. Appoggiava con moto convulso le mani sul petto, e il sangue colava a terra, ad ogni passo. Indossava l’uniforme dei Mercenarî. Attraverso un muro ci giungeva il rumore attutito degli scoppî delle bombe. La casa dove mi trovavo era evidentemente in preda ad un duello con un’altra casa.

Quando un dottore venne a medicare il soldato ferito, seppi che erano le due del pomeriggio. Poichè il mio mal di testa durava, il medico sospese il lavoro per darmi un rimedio energico che doveva calmare il cuore e sollevarmi. Mi addormentai nuovamente, e quando mi svegliai ero sul tetto del caseggiato. La battaglia era finita intorno. Guardai l’assetto dei palloni alla fortezza. Qualcuno aveva passato un braccio attorno alla mia vita, e io mi ero rannicchiata contro di lui. Mi sembrava naturale che fosse Ernesto, e mi chiedevo perchè avesse le sopracciglia e i capelli arrossati.

Per mero caso ci eravamo ritrovati in quell’orribile città. Egli non dubitava nemmeno che io avessi lasciato Nuova York e, passando nella camera dove dormivo, non aveva potuto credere ai suoi occhi. Da quell’ora non vidi più gran che della Comune di Chicago. Dopo avere osservato l’attacco dei palloni, Ernesto mi ricondusse nell’interno della casa, dove dormii tutto il pomeriggio e tutta la notte seguente. Passammo colà anche il terzo giorno, e il quarto abbandonammo Chicago, avendo Ernesto ottenuto il permesso dalle autorità, e un’automobile.

La mia emicrania era passata, ma ero stanca di corpo e d’anima, molto stanca. Nell’automobile, addossata ad Ernesto, osservavo con occhio indolente i soldati che tentavano di far uscire la vettura dalla città. La battaglia continuava solo nelle località isolate. Qua e là, interi distretti ancora in possesso dei nostri, erano circondati e guardati da forti contingenti di truppe. Così i compagni si trovavano stretti, accerchiati, mentre si cercava di ridurli alla resa, ossia di ucciderli, perchè non si dava quartiere. Essi combatterono, eroicamente, fino all’ultimo uomo.[120]

Ogni qual volta ci avvicinavamo ad una località di questo genere, le guardie ci fermavano e ci obbligavano a fare un largo giro. Capitò una volta che non ci rimanesse altro mezzo per oltrepassare due forti posizioni di compagni nostri, se non passando attraverso una zona battuta che era fra le due. Da ogni lato sentivamo il brusìo e il ruggito della battaglia, mentre l’automobile s’apriva un varco fra rovine fumanti e mura cadenti. Spesso le strade erano bloccate da vere montagne di rottami, che dovevamo aggirare. Ci smarrivamo in un labirinto di macerie, e la nostra marcia era lenta.

Dei cantieri, (ghetto, officine e tutto il resto) non rimanevano che rovine dove il fuoco covava ancora. Lontano, sulla destra, un denso velo di fumo oscurava il cielo. Lo chauffeur ci disse che era la città di Pullman o, per lo meno, ciò che rimaneva di essa, dopo la sua distruzione da cima a fondo. Vi era andato con la sua macchina a portare dei dispacci nel pomeriggio del terzo giorno. Era, diceva lui, uno dei luoghi dove la battaglia si era scatenata con più furore; strade intere erano diventate impraticabili, per l’ammucchiarsi dei cadaveri.

All’angolo di una casa smantellata, nel quartiere dei cantieri, l’automobile si dovette fermare, per una barriera di corpi; si sarebbe detta una grossa onda pronta ad infrangersi. Indovinammo facilmente ciò che era accaduto. Nel momento in cui la folla, lanciata all’attacco, svoltava l’angolo, era stata decimata ad angolo retto e a breve distanza da una mitragliatrice che sbarrava la strada laterale. Ma i soldati non isfuggirono al disastro. Una bomba, senza dubbio, era scoppiata in mezzo a loro, perchè la folla, trattenuta un istante dal cumulo dei morti e dei feriti, aveva sormontato la cresta e s’era precipitata come un’onda vivente e fremente. Mercenarî e schiavi giacevano mescolati, mutilati e pesti, sdraiati sui rottami delle automobili e delle mitragliatrici.