Occorre confessare che Ernesto Everhard mi interessava molto: non soltanto per quanto aveva detto, e per il modo con cui l’aveva detto, ma per se stesso, come uomo. Non ne avevo incontrato mai di simile, e credo che per questo, a ventiquattro anni suonati, non ero ancora sposata. Comunque, sentii che mi piaceva e che la mia simpatia era dovuta non alla sua intelligenza nella discussione, ma ad altra cosa. Nonostante i suoi bicipiti e il torace di boxeur, mi pareva un giovanotto d’animo puro. Sotto l’apparenza di chiacchierone intellettuale, indovinavo uno spirito delicato e sensibile.

Le sue impressioni mi erano trasmesse in modo che non posso definire altrimenti, se non come per intuito femminile. C’era nel suo dire tonante qualcosa che mi era andato al cuore: e mi sembrava sempre di udirlo e desideravo udirlo ancora. Sarei stata lieta di vedere nei suoi occhi quel lampo di gaiezza che smentiva l’impassibilità del resto del viso.

Altri sentimenti vaghi, indistinti, ma più profondi si agitavano in me. Lo amavo già quasi. Pertanto, se non lo avessi più riveduto, suppongo che questi sentimenti indefiniti si sarebbero cancellati ed avrei dimenticato facilmente.

Ma non era nel mio destino non rivederlo più: l’interesse che prendeva mio padre, da un po’ di tempo, alla sociologia, ed i pranzi che dava regolarmente, escludevano una simile possibilità. Il babbo non era un sociologo. La sua specialità scientifica era la fisica, e le sue ricerche in questo campo erano state fruttuose. Il matrimonio lo aveva pienamente soddisfatto, ma dopo la morte della mamma, le ricerche che egli faceva non riuscivano a colmare l’orribile vuoto. Si occupò di filosofia con poco interesse dapprima, poi con maggiore attrattiva, e fu trascinato verso l’economia politica e le scienze sociali, e siccome possedeva un vivo sentimento di giustizia, non tardò ad appassionarsi e a volere la riparazione dei torti. Osservai con somma gioia questi indizî d’un rinascente interesse per la vita, senza immaginare dove la nostra vita potesse indirizzarsi.

Il babbo, con l’entusiasmo degli adolescenti, si immerse in nuove ricerche senza chiedersi menomamente dove l’avrebbero condotto.

Abituato da tempo al laboratorio, trasformò la sala da pranzo in un laboratorio sociale: persone di ogni specie e condizione vi si trovavano riunite, scienziati, politicanti, banchieri, commercianti, professori, capi d’officina, socialisti ed anarchici. Ed egli li spingeva a discutere fra loro, poi esaminava le loro idee sulla vita e sulla società. Aveva conosciuto Ernesto poco tempo prima della «serata dei predicatori». Dopo la partenza degli ospiti, mi raccontò come l’avesse incontrato. Una sera, in una via, si era fermato ad ascoltare un uomo che, salito sopra una cassa di sapone, parlava a un gruppo di operai. Era Ernesto. Molto apprezzato dalla Direzione del partito socialista, costui era considerato come uno dei capi del partito, e riconosciuto tale dai dottrinarî del socialismo. Possedendo il dono di presentare in forma semplice e chiara anche le questioni più ardue, questo educatore nato, non credeva di avvilirsi salendo su di una cassa di sapone per spiegare l’economia politica ai lavoratori.

Mio padre si fermò per ascoltarlo, si interessò al discorso, stabilì un convegno con l’oratore, e, fatta la presentazione, lo invitò al pranzo dei reverendi. E solo in seguito mi rivelò alcune informazioni che aveva potuto raccogliere su di lui.

Ernesto era figlio di operai, quantunque discendesse da un’antica famiglia stabilitasi da più di duecento anni in America[16]. All’età di 10 anni era andato a lavorare nelle officine, e più tardi aveva imparato il mestiere del maniscalco. Era un autodidatta, aveva studiato, da solo, il francese e il tedesco, e in quell’epoca si guadagnava modestamente la vita, traducendo delle opere scientifiche e filosofiche per una casa precaria di edizioni socialiste di Chicago. A questo stipendio egli aggiungeva i diritti di autore provenienti dalla vendita, ristretta, delle opere sue.

Ecco ciò che seppi di lui prima di coricarmi, e stetti a lungo sveglia ascoltando, con la mente, il suono della sua voce. Mi spaventai dei miei stessi pensieri. Assomigliava così poco agli uomini della mia classe! Sembrava così estraneo a tutti, e così forte! La sua padronanza mi piaceva e mi spaventava insieme, e la mia fantasia galoppava tanto, che mi sorpresi a considerarlo come innamorato e come marito. Avevo sempre sentito dire che la forza in un uomo è un’attrattiva irresistibile per le donne; ma egli era troppo forte.

— No, no! — esclamai, — è impossibile, è assurdo! — E il giorno dopo, svegliandomi, sentii in me il desiderio di rivederlo, di assistere alla sua vittoria in una nuova discussione, di vibrare ancora al suo tono di combattimento, di ammirarlo nella sua sicurezza e nella sua forza, quando spezzava la loro albagia e distoglieva il loro pensiero dal solito circolo vizioso. Che cosa importavano le sue smargiassate? Secondo quanto aveva detto egli stesso, esse trionfavano in realtà, raggiungevano la mèta. Inoltre, erano belle a sentirle, eccitanti come un principio di lotta.