Passai parecchi giorni a leggere i libri di Ernesto, che il babbo mi aveva prestato. La sua parola scritta era come quella parlata, chiara e convincente. La sua semplicità assoluta vi convinceva mentre dubitavate ancora. Aveva il dono della lucidità. L’esposizione dell’argomento era perfetta. Ciò nonostante, malgrado il suo stile, molte cose mi spiacevano. Dava troppa importanza a ciò che chiamava la lotta di classe, all’antagonismo fra lavoro e capitale, al conflitto degli interessi.
Il babbo mi riferì allegramente l’apprezzamento del dottor Hammerfield su Ernesto: «Un insolente bòtolo, gonfiato di boria da un sapere insufficiente», e come non avesse punto voglia di rivederlo.
Invece, il vescovo di Morehouse si era interessato molto di Ernesto e desiderava vivamente avere una nuova conversazione con lui. «Un giovanotto forte», aveva dichiarato, e «vivace, molto vivace, ma troppo sicuro di sè, troppo sicuro!».
Ernesto ritornò un pomeriggio, con papà. Il vescovo di Morehouse era già arrivato, e sorbivano il thè sulla veranda. Devo dire che la prolungata assenza di Ernesto a Berkeley si spiegava col fatto che egli seguiva dei corsi speciali di biologia all’Università, e anche perchè lavorava molto a un’opera nuova intitolala: «Filosofia e Rivoluzione».[17]
Quando Ernesto entrò, la veranda sembrò improvvisamente rimpicciolita: non perchè egli fosse straordinariamente alto (era alto un metro e settantadue) ma perchè sembrava irradiare un’atmosfera di grandezza. Fermandosi per salutarmi, mostrò una leggera esitazione, in istrano contrasto con i suoi occhi arditi e la sua stretta di mano ferma e sicura. I suoi occhi non erano meno sicuri, ma, questa volta, sembravano interrogare, mentre mi guardavano, come il primo giorno, indugiando un po’ troppo.
— Ho letto il vostro libro: «Filosofia delle classi lavoratrici», — gli dissi, e vidi i suoi occhi brillare di contentezza.
— Naturalmente, — rispose, — avrete tenuto conto dell’uditorio al quale la conferenza era rivolta.
— Sì, ed è appunto su ciò che vorrei interrogarvi.
— Anch’io, — disse il vescovo di Morehouse, — ho una questione da definire con voi.
A questa doppia sfida, Ernesto alzò le spalle, con aria di rassegnato buon umore, e accettò una tazza di thè.