— Me ne infischio... — cominciai indignata; ma Ernesto mi interruppe.

— Credo che abbiate dei capitali impiegati nelle filature della Sierra, o che vostro padre ne abbia; il che è lo stesso.

— Che cos’ha di comune questo, con la questione di cui si tratta? — esclamai.

— Oh, poco, poco, — diss’egli lentamente. — tranne il fatto che l’abito che avete, è macchiato di sangue. Le travi del tetto che vi ripara, gocciolano del sangue di fanciulli e di giovani validi e forti. Basta che chiuda gli occhi per sentirlo scorrere a goccia a goccia, intorno a me.

E accompagnando con la parola il gesto, si arrovesciò sulla poltrona e chiuse gli occhi.

Io scoppiai in lacrime, dalla mortificazione, e per vanità ferita. Non ero mai stata trattata così duramente in vita mia. Anche il vescovo e mio padre erano imbarazzati e turbati. Essi cercarono di sviare la conversazione rivolgendola verso un argomento meno scottante, ma Ernesto aprì gli occhi, mi guardò e volse altrove lo sguardo. La sua bocca era severa, il suo sguardo pure; non c’era nei suoi occhi il minimo riflesso di gaiezza.

Che cosa stava per dire? Quale nuova crudeltà mi avrebbe inflitta? Non potei immaginarlo, perchè in quell’istante un uomo che passava sul marciapiede si fermò a guardarci. Era un giovanotto robusto e vestito poveramente, che portava sulla schiena un pesante carico di cavalletti, dì casse, scrigni di bambù e lana cotonata. Guardava le casa come se non osasse entrare per tentar la vendita della merce.

— Quell’uomo si chiama Jackson, — disse Ernesto.

— Forte com’è, — osservai seccamente, — dovrebbe lavorare, anzichè fare il merciaio ambulante[24].

— Osservate la sua manica sinistra, — mi disse Ernesto dolcemente.