Immediatamente, la sua attenzione e il suo interesse si concentrarono su quanto stavo per dire, e indovinavo intanto ne’ suoi occhi la sicurezza che le mie convinzioni precedenti erano scosse.

— Mi sembra che sia stato molto maltrattato, lo confesso, e credo che un poco del suo sangue arrossisca effettivamente il pavimento della mia casa.

— Naturalmente, — rispose, — se Jackson e tutti i suoi compagni fossero trattati più umanamente, i dividendi sarebbero minori.

— Non potrò più gioire mettendomi un bel vestito, — aggiunsi.

Mi sentivo umile e contrita, ma sentivo ch’era molto dolce per me immaginare Ernesto come una specie di confessore. In quel momento, come sempre, la sua forza mi seduceva. Mi sembrava che essa risplendesse come una promessa di pace e di protezione.

— Sarebbe lo stesso se vi vestiste con abiti di tela di sacco, — disse gravemente. — Ci sono, come sapete, filande di juta, dove succedono le stesse cose. Dovunque è lo stesso. La vostra vantata civiltà è fondata sul sangue, imbevuta di sangue, e nè voi, nè alcuno può sfuggire alla macchia rossa. Con quali uomini avete parlato?

Gli raccontai tutto quanto mi era occorso.

— Nessuno di loro è libero delle proprie azioni. Tutti sono incatenati all’implacabile macchina industriale. E il più doloroso in questa tragedia è che sono vincolati da legami di cuore: per mezzo dei bambini, sempre per questa giovane vita che per istinto essi devono proteggere; e questo istinto è più forte della loro morale. Mio padre stesso ha mentito, ha rubato, ha commesso ogni sorta di azioni disonoranti per dare alle nostre bocche un pezzo di pane; a me, ai miei fratelli e sorelle. Era uno schiavo della macchina, che gli ha infranto la vita, lo ha fatto morire.

— Ma voi almeno. — interruppi, — siete un uomo libero.

— Non del tutto, — replicò. — Non sono vincolato da legami di cuore. Ringrazio il Cielo di non avere bambini, quantunque li ami alla follìa. Se però mi sposassi, non oserei averne.