— E voi? — chiesi. E nel momento stesso in cui gli rivolgevo questa domanda, mi rendevo conto che provavo per lui un’inquietudine più che ordinaria.
— Oh! io, — rispose con noncuranza, — come rivoluzionario, ho circa otto probabilità su una, di essere ucciso o ferito. Ai chimici esperti che manipolano gli esplosivi, le società di assicurazione chiedono otto volte di più di quanto chiedono agli operai. Credo che non vorrebbero assicurarmi affatto. Perchè mi chiedete questo?
Le mie palpebre batterono, e sentii una vampa salirmi al viso, non perchè egli avesse osservato la mia ansia, ma perchè io stessa l’avevo sentito.
Proprio in quel momento entrò mio padre e si preparò per uscire con me. Ernesto gli restituì dei libri che aveva in prestito e uscì per primo. Sulla soglia si voltò e mi disse:
— Oh! a proposito, poichè state turbando la vostra tranquillità di spirito, mentre io faccio lo stesso col vescovo, potete andare a trovare le signore Wickson e Pertonwaithe. Sapete, credo, che i loro mariti sono i due principali azionisti della filanda. Come tutto il resto dell’umanità, quelle due donne sono vincolate alla macchina, ma avvinte in modo eccezionale.
CAPITOLO IV. GLI SCHIAVI DELLA MACCHINA.
Più pensavo al braccio di Jackson, e più ero scossa. Mi trovavo di fronte ad un caso concreto; per la prima volta vedevo la vita. La mia giovinezza passata all’Università, l’istruzione e l’educazione che vi avevo ricevuto, restavano fuori della vera vita. Avevo imparato solo delle teorie sull’esistenza della società, cose che fanno un bellissimo effetto sulla carta; ma ora soltanto vedevo la vita come essa è, in realtà.
Il braccio di Jackson era un fatto, e nella mia coscienza ricordavo l’apostrofe di Ernesto: «È un fatto, compagno, un fatto irrefragabile».
Ma che tutta la nostra società fosse fondata sul sangue, mi sembrava mostruoso, impossibile. Pertanto Jackson si rizzava davanti a me e non potevo sfuggirgli, il mio pensiero ritornava continuamente a lui, come la calamita verso il polo. Era stato trattato in modo abominevole. Non gli avevano pagato la sua carne, per poterne ricavare un più grosso interesse. Conoscevo una ventina di famiglie prosperose e soddisfatte, che, avendo avuto i loro dividendi, ingrassavano, per la loro parte, col sangue di Jackson. Ma se la società poteva seguire il suo corso senza curarsi dell’orribile trattamento inflitto ad un uomo, non era dunque ammissibile che molti altri fossero stati trattati ugualmente? Ricordavo ciò che Ernesto aveva detto delle donne a Chicago, che lavoravano per novanta cents la settimana, e dei fanciulli, schiavi nelle filande di cotone del Mezzogiorno. E mi sembrava di vedere le loro povere mani scarne, logorate nel tessere la stoffa di cui era fatto il mio abito; poi, ritornando col pensiero ai filatoi della Sierra ed agli interessi divisi, vedevo il sangue di Jackson sulle mie mani. Non potevo sfuggire a quell’uomo: egli era oggetto di tutte le mie meditazioni...
In fondo all’animo, avevo l’impressione di essere sull’orlo di un precipizio; mi aspettavo qualche nuova terribile rivelazione della vita. E non ero la sola: tutti i miei famigliari stavano per rimanerne sconvolti; prima di tutti, mio padre. L’influsso di Ernesto su di lui, mi era visibile. Poi, il vescovo Morehouse, che l’ultima volta che l’avevo veduto mi era parso un uomo malato. Era in uno stato di estrema tensione nervosa ed i suoi occhi manifestavano un orrore indefinibile. Le sue brevi parole mi fecero capire che Ernesto aveva mantenuto la promessa di fargli fare un viaggio attraverso l’inferno; ma non riuscii a sapere quali scene diaboliche gli fossero passate davanti agli occhi, perchè era troppo agitato per parlarne.