Ad un certo punto, colpita dallo svolgimento del mio piccolo mondo, e dell’universo intero, pensai che Ernesto era la causa.
Eravamo così felici e tranquilli prima della sua venuta! Ma subito dopo capii che quest’idea era un tradimento alla realtà.
Ernesto mi parve trasfigurato in messaggero di verità: Con gli occhi scintillanti e la fronte intrepida d’un arcangelo dichiarante guerra per il trionfo della luce e della giustizia, per la difesa dei poveri, degli abbandonati, dei diseredati della sorte. E davanti a me si rizzò un’altra visione: quella di Cristo. Anche Lui aveva preso le difese dell’umile e dell’oppresso contro i poteri riconosciuti, dei preti e dei farisei. Ricordai la Sua morte sulla croce, e il cuore mi si strinse di angoscia al pensiero di Ernesto. Egli pure era destinato al martirio; lui, col suo accento di lotta, e la sua bella virilità?
E immediatamente capii che l’amavo. Il mio essere si struggeva dal desiderio di consolarlo. Pensavo alla sua vita sordida, meschina e dura. Pensai a suo padre che per lui aveva mentito e rubato, e si era affaticato sino alla morte. Ed egli stesso aveva cominciato, sin da dieci anni, a lavorare nella filanda. Il mio cuore si gonfiava dal desiderio di prenderlo fra le braccia, di posare la sua testa sul mio petto, la sua testa stanca di tanti pensieri, e di dargli un istante di riposo, un po’ di conforto e di oblìo, un attimo di tenerezza.
Incontrai il colonnello Ingram ad un ricevimento di ecclesiastici. Conoscevo da anni il colonnello; e feci in modo di attirarlo dietro alcune casse di alte palme e alberelli di gomma, in un angolo, dove, senza che potesse sospettare, si trovava come preso in una trappola. Il nostro discorso incominciò con le solite galanterie e spiritosaggini d’uso. Era sempre stato un uomo di modi piacevoli, pieno di diplomazia, di tatto, di riguardo, e, dal punto di vista esteriore, la persona più distinta della nostra società. Perfino il venerabile preside dell’Università sembrava meschino e artificioso vicino a lui.
Nonostante queste qualità, scopersi che il colonnello Ingram era nelle stesse condizioni dei meccanici analfabeti, coi quali avevo avuto a che fare. Non era un uomo padrone delle sue azioni: anch’egli era legato alla ruota. Non dimenticherò mai la trasformazione che si operò in lui quando avviai il discorso sul caso Jackson. Il suo sorriso gaio svanì come per incanto, ed un’espressione spaventosa sfigurò all’istante i suoi lineamenti d’uomo ben educato. Sentii lo stesso timore provato davanti all’accesso di collera di James Smith. Il colonnello non bestemmiò: ecco l’unica differenza fra lui e l’operaio. Godeva la fama di uomo di spirito, ma per il momento il suo spirito era in rotta. Inconsciamente egli cercava, a destra e a sinistra, una via d’uscita per scappare, ma io lo tenevo come in trappola.
Oh, quel nome: Jackson, lo faceva soffrire! Perchè avevo avviato un simile discorso? Lo scherzo gli sembrava privo di spirito. Era segno di cattivo gusto e di mancanza di tatto da parte mia. Non sapevo forse che nella sua professione i sentimenti personali non hanno alcun valore? Egli li lasciava a casa, andando in ufficio, e dentro l’ufficio non ammetteva che i sentimenti professionali.
— Jackson avrebbe dovuto avere un’indennità? — gli chiesi.
— Certamente... almeno il mio parere personale è che ne aveva diritto. Ma ciò non ha nessun rapporto col punto di vista legale della cosa.
Cominciava a riafferrare il suo spirito smarrito.