Così ebbe termine la serata de «Gli Amici dello Studio».
CAPITOLO VI. ADOMBRAMENTI.
Intorno a questo tempo, cominciarono a verificarsi attorno a noi, fitti e rapidi, i prodromi degli avvenimenti futuri.
Ernesto aveva già espressi alcuni dubbi, sul grado di prudenza di cui mio padre dava prova, ricevendo in casa sua socialisti e lavoratori noti, assistendo apertamente alle loro riunioni; ma il babbo aveva riso di quelle preoccupazioni. Quanto a me, imparavo molte cose conversando con i capi e i pensatori della classe operaia. Vedevo il rovescio della medaglia. Ero sedotta dall’altruismo e dal nobile idealismo che vedevo in loro, e nello stesso tempo, spaventata dall’immensità del nuovo orizzonte letterario, filosofico, scientifico e sociale che si apriva davanti a me. Mi istruivo rapidamente ma non abbastanza in fretta per capire sin d’allora il pericolo della nostra posizione.
Gli avvertimenti non mi mancarono, ma non davo importanza ad essi. Così seppi che la signora Pertonwaithe e la signora Wickson, la cui influenza era formidabile nella nostra città universitaria, avevano espressa l’opinione che, giovane com’ero, mi mostravo troppo premurosa e decisa, con una pericolosa tendenza a volermi intromettere negli affari degli altri. Le loro osservazioni mi parvero naturali, data la parte avuta, rispetto a loro, nell’inchiesta per l’affare Jackson, ma non immaginavo punto l’importanza vera d’un giudizio di quel genere, emesso da arbitri di così grande potenza sociale.
Osservai, infatti, un certo riserbo nel solito cerchio delle mie conoscenze, ma l’attribuii alla disapprovazione che sollevava il mio disegno di matrimonio con Ernesto. Solo molto tempo dopo, Ernesto mi dimostrò che quell’atteggiamento della gente fra la quale vivevo era tutt’altro che spontaneo, ma concertato e diretto da forze occulte.
— Avete ospitato in casa un nemico della vostra classe, — mi disse. — Non soltanto gli avete dato asilo, ma gli avete dato il vostro amore e affidato la vostra persona. È un tradimento verso la tribù alla quale appartenete, e non sperate di schivarne il castigo.
Ma prima di questo, un pomeriggio che Ernesto era da me, mio padre ritornò tardi a casa e ci accorgemmo che era adirato o, perlomeno, in un accesso di irritazione filosofica. Raramente dava in escandescenze, ma si permetteva, ogni tanto, un certo sdegno misurato, ch’egli chiamava: il suo tonico. Lo vedemmo, dunque, appena entrato, con la sua dose di collera tonificante.
— Che cosa ne pensate? Ho preso il tè con Wilcox!
Wilcox era il Rettore in riposo dell’Università, e aveva una mente disseccata ch’era un emporio di chiacchiere già in voga verso il 1870 e che egli non si era mai sognato di aggiornare.