«Credetemi, la situazione è seria. L’orso ha mostrato le zanne, questa sera, per schiacciarvi. Ha detto che vi sono negli Stati Uniti, un milione e mezzo di rivoluzionarii, ed è vero. Ha detto che hanno intenzione di toglierci il potere, i palazzi: e tutto il benessere dorato, ed è vero. È pure vero che un cambiamento, un grande cambiamento si prepara nella società, ma, fortunatamente, potrebbe anche non essere il cambiamento previsto dall’orso. L’orso ha detto che ci schiaccerebbe. Ebbene, signori, e se noi schiacciassimo l’orso?

Il brontolìo gutturale tornava a ingrandirsi nella vasta sala. Da uomo a uomo furono scambiati cenni di approvazione, di ardimento. I visi avevano un’espressione ferma, decisa, di combattenti.

Con freddezza, senza passione, il signor Wickson continuò:

— Ma non con un brontolìo schiaccieremo l’orso: all’orso bisogna dare la caccia. All’orso non si risponde con parole. Gli risponderemo col piombo. Siamo al potere, nessuno può negarlo. In virtù di questo potere stesso, noi rimarremo al nostro posto.

E si voltò verso Ernesto. Il momento era drammatico.

— Ecco dunque la nostra risposta. Non abbiamo parole da perdere con voi. Quando allungherete le mani, di cui vantate la forza, per afferrare i nostri palazzi, il nostro benessere dorato, vi faremo vedere che cos’è la forza. La nostra risposta sarà costituita dai fischi degli obici, dagli scoppî degli shrapnels, dai crepitii delle mitragliatrici[47]. Noi schiaccieremo i vostri rivoluzionarli sotto i nostri piedi, e cammineremo sul loro viso. Il mondo è nostro, ne siamo padroni, e resterà nostro. Quanto all’esercito del lavoro, è stato nel fango dal principio della storia; e, io, che interpreto la storia come si deve, dico che rimarrà nel fango, finchè io ed i miei, e coloro che verranno dopo di noi, resteranno al potere. Ecco la grande parola, la regina delle parole: Potere! Nè Dio, nè Mammone, ma il Potere! Questa parola rigiratela nelle vostre bocche, finchè sia cotta: Il Potere!

— Voi mi avete risposto, — disse tranquillamente Ernesto, — e quest’era la sola risposta che potesse essere data. Il Potere! È quanto predichiamo noi alla classe operaia! Sappiamo, e lo sappiamo a prezzo di un’amara esperienza, che nessun appello al diritto, alla giustizia, all’umanità, potrà commuovervi. I vostri cuori sono duri come i talloni coi quali camminate sul viso dei poveri. Perciò abbiamo intrapreso la conquista del potere. E col potere dei nostri voti, il giorno delle elezioni, vi toglieremo il governo....

— E quand’anche otteneste la maggioranza, una maggioranza schiacciante nelle elezioni, — interruppe il signor Wickson, — supponete che noi rifiutassimo il potere carpito con le urne?

— Abbiamo preveduto anche questo, — replicò Ernesto. — Vi risponderemmo col piombo. Il Potere! Siete voi che avete proclamata questa la regina delle parole! Benissimo. Sarà questione di forza. E il giorno in cui riporteremo la vittoria nello scrutinio, se vi rifiuterete di rimettere nelle nostre mani il governo di cui ci saremo impadroniti costituzionalmente e tranquillamente, ebbene, vi risponderemo del pari, e la nostra risposta sarà costituita dai fischi degli obici, dagli scoppi degli shrapnels e dai crepitii delle mitragliatrici.

— In un modo o nell’altro non potrete scapparci. È vero che avete interpretato bene la storia. È vero che dal principio della storia il lavoro è abbassato nel fango; è ugualmente vero che resterà sempre nel fango, finchè voi e i vostri avrete il potere, voi, i vostri e coloro che verranno dopo di voi. Siamo d’accordo. Il potere sarà l’arbitro. È sempre stato l’arbitro: la lotta delle classi è una questione di forza. Ora, come la vostra classe ha abbattuto la vecchia nobiltà feudale, così sarà abbattuta dalla mia classe, dalla classe dei lavoratori. E se leggerete la biologia e la sociologia con la stessa correttezza con la quale avete letto la storia, vi convincerete che questa fine è inevitabile. Non importa che sia fra un anno, fra dieci o fra mille: la vostra classe sarà abbattuta. E sarà rovesciata dal potere, e le sarà tolta la forza. Noi, dell’esercito del lavoro, abbiamo ruminato questa parola, al punto che ne siamo inebriati. Il Potere! È veramente la regina delle parole, l’ultima parola!