— Ed ecco, ora, l’occasione per voi. Avanti, e non dimenticate che vi ho sfidati tutti, qui presenti, a darmi la risposta che il colonnello Van Gilbert non ha potuto dare.

Mi sarebbe impossibile ripetere tutto ciò che fu detto durante quella discussione. Non avrei immaginato la quantità di parole che si possono dire nel breve spazio di tre ore. In ogni modo, fu uno spettacolo meraviglioso.

Più i suoi avversarii si infiammavano, e più Ernesto gettava olio sul fuoco. Conosceva a fondo, enciclopedicamente, l’argomento, e li pungeva con una parola o con una frase come con un ago adoperato con arte.

Egli sottolineava e correggeva i loro errori di ragionamento. Tale sillogismo era falso, tale conclusione non aveva alcun rapporto con le premesse; tale premessa era un’impostura, perchè era stata avviluppata con arte nella conclusione in vista. Questa era un’inesattezza, quella una presunzione, e quest’altra cosa ancora un’asserzione contraria alla verità sperimentale stampata su tutti i libri.

A volte lasciava la spada per la mazza, e picchiava i loro pensieri a destra e a manca. Pretendeva sempre dei fatti e rifiutava di discutere le teorie. E i fatti, che citava egli stesso, erano disastrosi per loro. Appena attaccavano la classe operaia, replicava:

— È il lesso che rimprovera alla pentola il suo nerume, ma ciò non vi lava la sudiceria dal viso.

E ad ognuno e a tutti diceva:

— Perchè non avete confutato la mia accusa di cattiva amministrazione lanciata contro la vostra classe? Avete parlato d’altro, e d’altro ancora a proposito di ciò, ma non mi avete risposto. Non potete dunque trovare una replica?

Solo alla fine della discussione, il signor Wickson prese la parola. Era il solo che fosse rimasto calmo, e Ernesto lo trattò con una considerazione che non aveva concesso agli altri.

— Non è necessaria risposta alcuna. — disse il signor Wickson, con voluta lentezza. — Ho seguito tutta la discussione con stupore e ripugnanza. Sì, signori, voi membri della mia stessa classe, mi avete disgustato. Vi siete comportati come sciocchi scolari. L’idea di introdurre in una simile discussione i vostri precetti di morale è il fulmine passato di moda del politicante volgare. Non vi siete comportati nè come persone mondane, nè come esseri umani. Vi siete lasciati trascinare fuori della vostra classe, anzi, fuori della vostra specie. Siete stati rumorosi e prolissi, ma avete soltanto ronzato come le zanzare attorno a un orso. Signori, l’orso e là (e additava Ernesto) ritto innanzi a voi, e il vostro ronzìo gli ha solo solleticato le orecchie.