— Ma questo non impedisce che voi siate lo stesso la sola che abbia amato.
— Ma ci sono state altre donne... altre donne, oh!...
E con gran sorpresa di Martin, essa diede in un pianto tale che occorsero molti baci e molte carezze per calmarla. E intanto egli era assillato da questa frase di Kipling: E la moglie del colonnello e Giuditta O’ Grady son sorelle per la pelle. — È vero, si disse, sebbene molte letture l’avessero indotto a pensare diversamente. Egli credeva, e quell’errore era imputabile ai romanzi, che nelle classi elevate, soltanto le richieste ufficiali di matrimonio avessero corso, e che soltanto nel suo ambiente d’una volta, i giovanotti e le ragazze si ottenessero per contatto fisico.
Eppure, i romanzi avevano torto; eccone la prova. Quei mezzi, quelle carezze, quei baci, quelle parole che seducevano le operaie seducevano anche le donne come Ruth. Erano fatte tutte della stessa carne, «sorelle per la pelle»; egli avrebbe dovuto saperlo se si fosse ricordato di Spencer. E, mentre stringeva Ruth fra le braccia calmandola, provò un gran conforto pensando che la moglie del colonnello e Judy O’ Grady si rassomigliavano in modo strano. Ruth gli parve più prossima, più accessibile. Le preziose carni di lei erano simili a tutte le altre carni, alla sua stessa carne. Non c’era alcun ostacolo per il loro matrimonio; c’era, sì, la diversità di classe sociale, ma la classe sociale è una cosa estrinseca, di cui ci si può sbarazzare. Uno schiavo, aveva letto, s’era innalzato sino all’onore della porpora romana; dunque egli poteva innalzarsi sino a Ruth. Con tutta la sua cultura, la sua purezza, la sua infinita bellezza d’animo, lei rimaneva umana, tale quale Lizzie Connelly e tutte le sue pari. Tutto ciò che lei provava, Ruth lo provava; essa poteva amare e odiare, soffrire di nervi, senza dubbio, sicuramente essere gelosa come era in quel momento, che soffocava gli ultimi singhiozzi fra le braccia di lui.
— Eppoi, sono più anziana di voi, — disse lei, aprendo gli occhi e guardandolo: — ho quattro anni di più.
— Zitta!... voi siete una bambina, e io ho perlomeno quarant’anni più di voi, quanto a esperienza, — rispose lui.
In realtà, per tutto quanto riguardava l’amore, erano tutt’e due bambini, sebbene lei fosse zeppa di cultura universitaria, e lui infarcito di filosofia scientifica e delle dure lezioni della vita.
Rimasero così, nella morente gloria del giorno, a parlare come parlano gl’innamorati, meravigliandosi del loro amore e del loro destino che li aveva gettati così stranamente l’uno sul cammino dell’altra, persuasi che s’amavano come nessuno aveva amato prima di loro. E sempre rievocavano le loro prime impressioni e si ingegnavano invano ad analizzare la natura dei loro sentimenti reciproci e la loro profondità.
Il sole calò dietro le nuvole minacciose verso la Porta d’Oro; l’orizzonte divenne roseo, tutto il cielo si infiammò. Una luce purpurea l’inondò, mentre Ruth cantava: «Addio dolce giornata». Cantava con voce soave, distesa fra le sue braccia, colle mani nelle mani di lui, il cuore sul cuore, come una bambina che s’addormenta.