— Così ha cominciato il signor Butler, — fece lei.
Martin non apprezzò come meritava quell’allusione ai meriti del degno gentiluomo, e proseguì:
— Ho affrancati tutti i miei manoscritti, e li ho spediti a nuovi editori. Oggi ho sgomberato e domani mi metto al lavoro.
— E non me l’avevate detto! Di che si tratta? — Una sistemazione! — esclamò lei, e tutta beata gli si strinse addosso, e gli prese la mano sorridendo.
— Voglio dire: mi rimetto a scrivere. — Vedendo l’amara delusione di lei, egli s’affrettò ad aggiungere: — Capirete bene che non mi metto all’opera, questa volta, con idee stravaganti; ma ne faccio un affare, freddamente, prosaicamente. Meglio questo, anzichè riprendere la navigazione, tanto più che mi darà quanto il mestiere che potrei esercitare a Oakland, senza competenze speciali.
— Vedete, il riposo che mi son preso, mi ha dato un senso di prospettiva: non ho affaticato il corpo e non ho scritto, per pubblicare, almeno. Non ho fatto altro che amarvi e riflettere. Ho letto anche un po’ di giornali illustrati. Ho ripensato a me, al mondo, al posto che vi occupo, alle possibilità di conquistarvi un posto degno di voi; ho letto anche la Filosofia dello stile di Spencer e vi ho trovate molte notizie interessanti. E il risultato di tutto questo, delle mie riflessioni, delle mie letture e del mio amore, è il fatto che mi sono stabilito in via Grub. Metto da parte i capolavori per fare «del lavoro commerciale»: articoli allegri, ritratti, versi umoristici, versi da declamare in società, tutte sciocchezzuole che vedo molto richieste. Poi, ci sono i sindacati dei cronisti, e i sindacati dei supplementi della domenica. Io fornirò loro ciò di cui hanno bisogno e guadagnerò discretamente. Voi sapete che vi sono dei pubblicisti indipendenti che guadagnano due o tremila lire al mese. Io non tengo a diventare uno di questi; ma posso guadagnarmi da vivere in un modo conveniente e avere un bel po’ di tempo disponibile; ciò che sarebbe impossibile con qualsiasi altro impiego.
Avrò così il tempo di studiare e di lavorare per me. Finito il lavoro, potrò allenarmi a una grande opera, e mi ci preparerò. Veramente, a ripensarci, sono stupito del cammino fatto! Dapprima, non sapevo che cosa scrivere, a parte alcune esperienze banali, mal comprese e peggio analizzate. Non osavo pensare, e non possedevo neppure gli elementi per questo; le mie esperienze personali erano quasi senz’anima. Poi, accrescendo le mie cognizioni e il mio vocabolario, tutto ciò m’è apparso diverso, e ho trovato il vero modo d’interpretare i miei quadri. Ho cominciato a fare del buon lavoro scrivendo «Avventura», «Gioia», «La Marmitta», «Il Vino della Vita», «Lo scompiglio», «Il Cielo dell’Amore», e i «Poemi del Mare». Ma ne scriverò altri come questi, e migliori, durante le ore libere. Ora, i miei piedi poggiano solidamente sulla Terra! Lavoro commerciale e danaro, prima di tutto!, i capolavori, poi. Per mostrarveli, ho scritto ieri una mezza dozzina di sciocchezzuole per giornali umoristici; in una mezz’ora ne avevo ponzati quattro! Valgono cento soldi al pezzo! Venti lire guadagnate in pochi minuti persi prima di prender sonno.
Naturalmente tutto ciò non ha alcun valore: è un lavoro fastidioso, che accoppa. Ma non è nè più fastidioso nè più tedioso di quello di tenere la contabilità a trecento lire il mese, sommando interminabili colonne di numeri, sinchè si muore. E, d’altra parte, questo lavoro mi mantiene in contatto col mondo letterario e mi dà il tempo di tentare cose più grandi.
— Ma a che servono queste grandi cose, questi capolavori? — domandò Ruth. — Voi non li vendete.
— Oh! sì che li venderò, — disse lui. Ma lei lo interruppe.